Aborto non riuscito, la donna era andata all’ospedale per l’intervento ma si accorge di essere ancora incinta un mese dopo

Il caso risale al 2013, quando una donna va all’ospedale San Paolo di Milano per praticare un intervento di aborto e dove, apparentemente, questo viene effettuato in maniera regolare. Poco dopo un mese, invece, la donna si accorge che la gravidanza è ancora in atto. Il bambino nasce, e dopo quattro anni il caso arriva al tribunale civile di Milano con una richiesta di risarcimento danni di oltre 200.000 euro nei confronti dell’ospedale San Paolo.
Questa è la vicenda di una donna di 34 anni che a oggi contesta all’ospedale e al ginecologo che ha eseguito l’operazione la responsabilità professionale e il risarcimento danni provocati dall’errore medico perché questo ha condizionato successivamente la vita della donna, più un assegno mensile per il bambino che oggi ha quattro anni.
La scelta iniziale di abortire, infatti, scaturiva dal fatto che la donna è soggetta a una malattia cronica, il morbo di Chron, che nel tempo può anche peggiorare, non aveva un lavoro fisso ma solo uno precario, e quindi anche la situazione economica non era ottimale, in più il padre del bambino non intendeva riconoscere e occuparsi del figlio.
Dopo la prima operazione non andata a buon fine, la donna si reca di nuovo al san Paolo dove, ormai alla sedicesima settimana, decide di non abortire per non subire un altro intervento particolarmente invasivo.
Dopo la nascita del figlio però, le condizioni della madre si aggravano “arrivando a un’invalidità del 50% e una riduzione della capacità lavorativa passata dal 34 al 73%”, come scrive il suo avvocato Vincenzo Lepre, e a oggi la donna è disoccupata: proprio questi i motivi per cui la donna chiede un “risarcimento dei danni connessi al fallimento dell’interruzione della gravidanza” nella misura di 211.000 euro, ma anche “un assegno mensile per il mantenimento del bimbo fino al raggiungimento dell’indipendenza economica”. Falliti gli accordi coi legali della clinica, che dichiarano di ritenere “corretto il comportamento dei loro professionisti”, la decisione è nelle mani delle autorità competenti.
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