Erano accusati di lesioni personali colpose in concorso; secondo l’accusa non avevano diagnosticato una chetoacidosi diabetica a una bambina finita successivamente in coma

Erano finiti a giudizio per lesioni personali colpose in concorso. Più specificamente erano accusati di non aver diagnosticato a una bambina ricoverata nel messinese una chetoacidosi diabetica. La piccola, giunta in ospedale nel luglio del 2011, era entrata in uno stato di coma di grado severissimo ed era stata trasportata d’urgenza al Policlinico di Messina.

A distanza di quasi sette anni i membri dell’équipe medica sono stati assolti “perché il fatto non sussiste”. L’ipotesi accusatoria poggiava sulle risultanze di una consulenza tecnica disposta dal Pubblico ministero in seguito alla denuncia presentata dai genitori della paziente.

Ma le conclusioni del perito, nel corso dell’istruttoria, sarebbero state smentite con dati documentali rintracciabili, nonché dalle consulenze tecniche di parte. In particolare, l’accusa aveva contestato il mancato rilevamento della temperatura corporea all’accesso della piccola in pronto soccorso; misurazione che invece sarebbe risultata puntualmente dalla cartella clinica.

I consulenti della difesa, inoltre, hanno dimostrato che l’operato di chi ebbe in cura la paziente fu del tutto corretto: ciò, malgrado successivamente si sia scoperto che la bambina fosse affetta da una rarissima ed asintomatica forma di diabete melitto.

Medici e paramedici si attennero ai protocolli e alle linee guida sia in relazione alla anamnesi che alla terapia praticata.

Gli esperti hanno inoltre sottolineato che se il consulente del Pm si fosse avvalso dell’aiuto di uno specialista del ramo, ovvero un pediatra diabetologo, le sue conclusioni probabilmente sarebbero state diverse.

Malgrado tali considerazioni il Pubblico ministero aveva richiesto la condanna di tutti gli imputati a mesi 6 di reclusione. Ma il Giudice, invece, ha emesso sentenza di assoluzione ritenendo non sussistenti i fatti ascritti in rubrica.

 

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