Di seguito riportiamo il caso di G., uomo sulla sessantina che subiva dal 2010 mobbing dall’Istituto bancario in cui lavorava e che si è affidato a me ed al medico legale per avere una valutazione del danno biologico da mobbing.
G. riferisce subito i suoi sintomi, le sue difficoltà, le sue problematiche, quello che lo fa stare male, quello che non va. Innanzitutto un enorme, insopportabile vissuto di inutilità: avere un lavoro regolarmente retribuito, occuparne il posto in una banca, ma con l’invito a non presentarsi “tanto per lui non c’è niente da fare” è un insulto, una mortificazione, una umiliazione insopportabili. Anche l’ideazione è ormai caratterizzata da attività rimuginatorie che hanno portato G. in uno stato depressivo cronico con sentimenti di profonda svalutazione di sé, sfiducia generalizzata, insonnia.
La storia di G. Negli anni ‘70. G. si diploma come ragioniere ed inizia a lavorare come borsista presso questo Istituto bancario. Alla fine del 1980, pur avendo ricevuto telegramma di assunzione a tempo indeterminato presso le Ferrovie, preferisce l’offerta altrettanto vantaggiosa della banca presso la quale era borsista e che lo assume, a tempo indeterminato, come responsabile centro elaborazione dati. Molto successivamente diviene direttore di filiale ma il suo inquadramento contrattuale rimane quello di capoufficio; G. chiede che anche lo stipendio venga adeguato. Da quel momento in poi, l’inferno. Una serie di telefonate, da lui definite “minatorie” e nel 2010 riceve una comunicazione in cui veniva ufficialmente sospeso dall’incarico, con effetto immediato, senza però che fossero indicate le motivazioni a supporto di tale decisione. Tre anni dopo, vince la causa di reintegro che lo porta all’immediato ritorno al posto di lavoro dove, però, non trova più un clima cordiale. Descrive G: “ Al lavoro notavo che spesso venivo evitato da qualche collega con cui avevo avuto anche buoni rapporti in passato”, inoltre “la mia situazione lavorativa si ripercuoteva anche sui familiari, infatti, inspiegabilmente, la banca recedeva da una fideiussione prestata in favore di mio figlio”. “A metà ottobre, in una riunione di capi intermedi il presidente della banca si espresse in maniera molto sibillina dicendo ai presenti a quella riunione che non dovevano intrattenersi a parlare nei corridoi con persone che, a suo dire, volevano il male della banca (cioè io), inoltre tale direttiva doveva essere, tramite passaparola, dettata agli altri colleghi assenti. Infatti dalla mattina successiva la quasi totalità dei colleghi mi evitava in maniera assoluta. Tale circostanza mi è stata riferita da un collega presente a quella riunione”. Il mobbing che subiva G. era sia verticale (dai capi), che orizzontale (dai colleghi), riducendolo a un uomo che a lavoro e nel suo contesto cittadino era isolato da tutti, non aveva un posto in filiale (nel senso che non gli veniva predisposta nemmeno la scrivania).
È impossibile sintetizzare tutta la storia di G., spero di essere riuscita a far emergere le vessazioni, umiliazioni e isolamento che quest’uomo ha vissuto a causa del terrore psicologico che i capi hanno esercitato su di lui (mobbing). Oltre agli incontri in cui G. ci ha esposto la situazione di mobbing, è stato fondamentale “quantificare” il danno biologico (ecco il compito del medico legale) anche con un’indagine psicodiagnostica. L’utilizzo dei test ha evidenziato la presenza nel soggetto di uno stato ansioso-depressivo, non riconducibile a un tratto dell’Io, bensì a uno stato ed è quindi una reazione a determinate contingenze. Nell’approfondimento testologico, si sono rivelati particolarmente alti gli indici correlati al disturbo post traumatico da stress, la tendenza alla cronicizzazione (ovvero la possibilità di evolvere verso la permanenza del danno, elemento questo particolarmente importante nella valutazione della gravità), la presenza di una forte angoscia e difficoltà a concentrarsi (angoscia, depressione, difficoltà sul lavoro). Quanto rilevato dagli strumenti di personalità è stato poi supportato dall’analisi di strumenti “proiettivi”, in cui si evidenzia una certa vitalità di tratto dell’Io, che è stata intaccata da eventi vissuti come traumatici e che hanno slatentizzato vissuti di impotenza e inutilità nel soggetto, con conseguente compromissione del funzionamento dell’Io. Lo stato di malessere e disagio è, quindi, reattivo alla situazione di mobbing e non caratterizzante la personalità del soggetto.

Dott.ssa Rosaria Ferrara
(Psicologa Forense)

 
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