In caso di lesioni di un diritto inviolabile della persona offesa, è sempre necessaria, ai fini del risarcimento del danno non patrimoniale, la prova del pregiudizio subito secondo gli ordinari canoni prescritti dal codice civile

In totale riforma della decisione di primo grado, la Corte d’appello di Roma aveva condannato l’imputata, una dottoressa in farmacia e naturopata, per il reato di esercizio abusivo della professione medica di cui all’art. 348 c.p.

L’accusa era quella di aver prescritto, su carta intestata del suo studio professionale, una dieta alimentare accompagnata dalla assunzione di due farmaci, uno in libera vendita da banco; di aver rilasciato un certificato, ad uso assicurativo, relativo alle specializzazioni possedute dallo “Studio medico associato”; nonché di aver rilasciato fatture per prestazioni indicate come “sedute specialistiche” e “visite per intolleranza alimentari”.

Per la corte d’appello capitolina tali condotte integravano il reato contestato, essendo stata svolta una attività diagnostica e terapeutica preclusa all’esercente la professione di dietista o nutrizionista ed essendo stato accertato il dolo di quest’ultima che mai aveva dichiarato alla sua cliente di non avere la qualità di medico, nonché la gravità del fatto che la persona offesa, all’epoca de fatti, fosse una minorenne.

Tanto è bastato ai giudici di merito per condannarla a risarcire la somma – equitativamente determinata – di 10.000 euro a titolo di danno morale (ex art. 185 c.p. e ex art. 2059 c.c.), inteso quale sofferenza soggettiva causata dal reato.

Il ricorso per Cassazione

Sulla vicenda si è, infine, pronunciata la Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 11269/2018, che ha confermato la decisione impugnata ricordando come l’attività di diagnosi patologica e la prescrizione terapeutica rientri tra quelle proprie dell’operatore sanitario iscritto all’albo, in possesso del titolo di laurea in medicina e del necessario titolo abilitativo all’esercizio della professione.

Tuttavia, la sentenza è stata cassata nella parte in cui riconosceva il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale derivante da reato, come danno-evento o danno “in re ipsa” (in quanto coincidente con la condotta violativa del diritto, e cioè con il perfezionamento della fattispecie illecita) ovvero come “danno-conseguenza” (ossia come ulteriore “prodotto” del perfezionamento della fattispecie illecita).

Sul punto, la giurisprudenza di legittimità ha già da tempo chiarito che il “danno non patrimoniale”, pur costituendo anch’esso un danno-conseguenza, deve essere specificamente allegato e provato ai fini risarcitori, anche mediante presunzioni non potendo mai considerarsi “in re ipsa”.

Ebbene, il Giudice dell’appello, nel caso in esame aveva affermato proprio l’esatto contrario, ” quando il fatto illecito integra gli estremi di un reato….. spetta sempre alla vittima il risarcimento del danno non patrimoniale…. ivi compreso il danno morale… “

Tale assunto non è stato condiviso dai giudici della Suprema Corte.

“Occorre, infatti, distinguere l’ambito della risarcibilità del danno non patrimoniale che si ricava dall’art. 185 c.p. e che si risolve nella estensione della responsabilità civile dell’autore dell’illecito al ristoro di un’ulteriore tipologia di pregiudizio di natura non economica, dalla verifica giudiziale di tale pregiudizio, che deve compiersi attraverso gli ordinari criteri di accertamento previsti dall’ordinamento giuridico e che presuppongono la dimostrazione (che implica evidentemente la allegazione) della esistenza del danno, della sua derivazione causale dall’evento lesivo della situazione giuridica tutelata, nonchè della sua entità (intensità o dimensione del pregiudizio).

Peraltro, la giurisprudenza di legittimità ha anche affermato che “nell’ambito della categoria generale del danno non patrimoniale, la formula “danno morale” non individua una autonoma sottocategoria di danno, ma descrive, tra i vari possibili pregiudizi non patrimoniali, un tipo di pregiudizio, costituito dalla sofferenza soggettiva cagionata dal reato in sè considerata. Sofferenza la cui intensità e durata nel tempo non assumono rilevanza ai fini della esistenza del danno, ma solo della quantificazione del risarcimento”.

In conclusione, la sentenza impugnata è stata cassata; è stata, tuttavia, rigettata la domanda di condanna al risarcimento del danno morale soggettivo ai sensi dell’art. 185 c.p. proposta dalla persona offesa.

La redazione giuridica

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