L’argomento di cui mi occuperò in questo breve articolo riguarda le nozioni di diritto penale sostanziale della imputabilità e della colpevolezza.

In particolare, nell’ambito di un processo penale, affinché il Magistrato Giudicante affermi, all’esito dell’istruttoria dibattimentale, la penale responsabilità dell’imputato e dunque la sua colpevolezza in ordine ai reati a lui ascritti, è opportuno innanzitutto appurare l’imputabilità dell’agente.
In particolare, ai sensi dell’art. 85 del Codice Penale, “nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se, al momento in cui lo ha commesso, non era imputabile. E’imputabile chi ha la capacità d’intendere e di volere”.
Sul punto, la Dottrina ha specificato che la capacità di intendere consiste espressamente “nel rendersi conto del rilievo sociale delle proprie azioni”, mentre la capacità di volere consiste “nell’autodeterminarsi liberamente nel fare quanto si ritiene opportuno dover fare”.
Inoltre, il concetto di imputabilità va distinto da quello di suitas, intesa come coscienza e volontà dell’azione ovvero dell’omissione.
Il Codice Penale, ancora, disciplina diverse ipotesi che possono verificarsi e che possono, pertanto, alterare la capacità di intendere e di volere dell’agente.
Innanzitutto, risulta opportuno in questa sede distinguere tra incapacità di intendere e di volere determinata da altri ed incapacità di intendere e di volere preordinata.
La prima ipotesi, disciplinata dall’art. 86 c.p., prevede che se Tizio pone Caio in una situazione di incapacità di intendere e di volere e quest’ultimo consuma un reato, del medesimo risulterà responsabile Tizio, anche se l’addebito materialmente risulta consumato da Caio.
La seconda ipotesi, disciplinata dall’art. 87 c.p., prevede che se Tizio si pone volontariamente in uno stato di incapacità di intendere e di volere e consuma, pertanto, il reato, sarà ritenuto imputabile e pertanto punibile a tutti gli effetti di Legge.
Senza procedere alla disamina di tutta la normativa, al fine di non tediare il lettore, rappresenterò, ora, l’ipotesi di ubriachezza derivata da caso fortuito o da forza maggiore, disciplinata dall’art. 91 c.p., che ad avviso di chi scrive merita un’attenta disamina.
Il caso di scuola, invero, prevede l’ipotesi di Tizio, lavoratore all’interno di una fabbrica di distillati, che a causa dei fumi inalati nel corso della propria, regolare attività lavorativa, consuma un reato in una situazione di incapacità di intendere e di volere.
In tale caso, la Dottrina e la Giurisprudenza di Legittimità oramai consolidate, hanno statuito che, nel caso di specie, Tizio non risulterà imputabile e dunque non punibile, poiché il suo status di alterazione psico-fisica sarà involontario e dovuto all’attività lavorativa da egli esercitata.
Dunque, in conclusione, solo un soggetto imputabile potrà essere processato ed eventualmente condannato, in caso di prova certa, razionale ed assoluta della propria colpevolezza.

Avv. Aldo Antonio Montella

(Foro di Napoli)

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