La Suprema Corte con una recente sentenza (Cass., sesta sezione penale, sent. 27394/2016 del 24 maggio 2016) ha confermato la condanna ad un anno di reclusione e 516,00 euro di multa, oltre il risarcimento dei danni a favore della parte civile, ad un avvocato, per essersi reso infedele ai doveri professionali.

Il reato di patrocinio o consulenza infedele, è un reato contro l’amministrazione della giustizia e segnatamente contro l’attività giudiziaria. Lo scopo è di tutelare il regolare funzionamento della giustizia, richiedendo ai patrocinatori delle parti processuali private di un giudizio (civile, penale, amministrativo) il rispetto di minimi essenziali canoni di correttezza e lealtà.

Contestualmente viene in rilievo anche un interesse “particolare”, ossia quello proprio dell’assistito/cliente ad essere rappresentato e difeso con professionalità, diligenza e buona fede, che, invece, dalla condotta dolosa del proprio patrocinatore subisce un nocumento (Cass. Pen. Sez. VI, 28/01/2014, n. 45059)

In altre parole, il reato in esame si realizza ogniqualvolta essendo pendente un procedimento davanti all’autorità giudiziaria il patrocinatore elude i doveri professionali, stabiliti per fini di giustizia a tutela della parte assistita, e con la propria condotta arreca un nocumento concreto agli interessi della parte medesima.

Peraltro, il nocumento deve essere conseguenza diretta del comportamento infedele e a sua volta l’infedeltà deve essere valutata con riferimento non al mandato ricevuto, quanto piuttosto ai doveri di correttezza professionale che costituiscono il retroterra deontologico del patrocinatore.

L’infedeltà, di cui all’art. 380 c.p., è dunque un concetto normativo i cui parametri e criteri valutativi devono essere ricercati nella normativa extrapenale di riferimento, cioè nei codici deontologici, nei codici di comportamento delle associazioni professionali, nonché nelle stesse prassi professionali.

Nel caso di specie, come ben rilevato dalla Corte di Appello nella motivazione della sentenza impugnata, le condotte che hanno dato sostanza alla contestazione, sono da attribuirsi ad omissioni ed assenze del difensore che, dopo essere comparso alla prima udienza, non si è più reso partecipe al processo, risultando assente nelle udienze successive, facendosi addirittura sostituire in una di queste da persona non legittimata a stare in udienza.

Ma v’è di più!!!

All’udienza nel corso della quale l’avvocato/imputato, come ordinato dal Giudice in precedente udienza, avrebbe dovuto depositare l’atto di citazione testi, non si è presentato mandando in sua vece un sostituto sprovvisto dell’atto di intimazione dei testimoni.

Di conseguenza, è stata pronunciata, su istanza della controparte, la decadenza dalla prova testimoniale e quindi della concreta possibilità per il cliente/persona offesa di difendersi e far valere le proprie ragioni!!!

Infine, l’avvocato/imputato non si è presentato nemmeno all’udienza fissata per la precisazione delle conclusioni, né alla successiva udienza di discussione nella quale la vertenza veniva decisa in senso sfavorevole per il cliente dell’imputato.

La Suprema Corte ha altresì evidenziato l’irrilevanza, sotto il profilo penale, della circostanza che il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati avesse emesso un provvedimento di sostanziale assoluzione del legale, in quanto il suddetto procedimento aveva ad oggetto esclusivamente i profili disciplinari, poiché l’ordinanza che aveva pronunciato la decadenza dalla prova poteva essere revocata e la sentenza poteva essere appellata, mentre l’accertamento giudiziale penale doveva essere esteso a valutare detti comportamenti nella prospettiva della realizzazione del fatto materiale di cui all’art. 380 cod. pen.

La Suprema Corte ha stabilito che la “dolosa astensione dall’attività processuale” può essere considerata condotta infedele nel momento in cui produca conseguenze negative per la parte, come ad esempio, nel caso in cui il difensore ometta di produrre mezzi di prova, ovvero trascuri la scadenza di un termine od ometta di costituirsi in giudizio. In sintesi, ogniqualvolta si traduca in una omissione dolosa della difesa (Cassazione penale, sez. VI, 26/05/2011, (ud. 26/05/2011, dep.25/07/2011), n. 29653).

Nel caso di specie, non può trovare accoglimento nemmeno lontanamente l’ipotesi secondo cui la condotta dell’avvocato/imputato non avrebbe prodotto alcun danno. In effetti, a causa di assenze ed omissioni del ricorrente, il cliente perde la possibilità di far valere in giudizio le sue ragioni e, conseguentemente anche la causa intentata.

Inutile per il ricorrente contestare che l’esito negativo della causa fosse da attribuire ad un errore del Giudice, poiché il danno costitutivo del reato, che ne segnava il momento consumativo, si era già interamente concretato con la perdita della possibilità di audizione dei testi che dovevano essere assunti durante quella udienza e quindi con la perdita della possibilità di far valere, quel giorno stesso, le specifiche ragioni della parte.

Avv. Alessandra Russo

3 Commenti

  1. Anch’io ho avuto in due cause l’avvocato che non ha presentato nel termine di 20 gg prima dell’udienza le note di difesa e quindi ho perso tutte e due le cause e inoltre per una mi ha fatto fare appello nonostante sapesse benissimo che avremmo avuto, causa la sua mancanza in primo grado, un ulteriore causa persa e con una spesa per l’avvocato della controparte di euro 28.000,00 circa per le due sentenze. Sono veramente distrutto da queste sentenze tea l’altro una relativa a la contestazione di una colf mi è costata circa 3500.00 euro perché ho transato su una richiesta di 8.800.00, l’altra causa, durata 10 anni tra primo giudizio e secondo giudizio d’appello, relativa a un appartamento rivendicato tra un legato per lavoro svolto (a mia madre e a me quale erede di mio padre) e un testamento ai nipoti del deceduto. Nelle sentenze di primo grado e d’appello, per l’appartamento, c’è chiaramente scritto che la sentenza è sfavorevole proprio perché non presentate nei termini le note difensive…..cosa dire?

    • Caro Gino LA capisco, quando si perde per causa di un professionista ci si rimane male! Passata una esperienza simile.

  2. Sono una donna e sei anni fa sono stata aggredita e picchiata da un uomo robusto che mi ha dato un calcio e due pugni in faccia, mi hanno portato al pronto soccorso in ambulanza con una violenta epistassi e mi è stato rilevato lo spostamento del rachide con tanto di referto del pronto soccorso. Il procedimento si sarebbe svolto davanti al giudice di pace perché nonostante lo spostamento del rachide il pronto soccorso aveva lasciato un referto di 5 giorni, ma poi me ne avevano dati altri 20. L’avvocato che mi ha seguito (donna) la prima volta che mi ha incontrato mi ha detto che per questa storia avrei potuto ottenere un risarcimento non inferiore ai 10.000 euro e le risposi che quello che mi aspettavo era una condanna, perché quest’uomo anni prima mi aveva già picchiato. Però dopo il primo incontro con la controparte l’atteggiamento della mia avvocato è cambiato completamente e ha iniziato a scoraggiarmi sull’esito invitandomi a rimettere la querela e ad accettare un risarcimento di 500 euro offerto dall’imputato; ho rifiutato e ho ribadito che volevo andare avanti. Dopo cinque anni di rinvii, in cui non sono MAI stata sentita dal giudice che non ho nemmeno mai visto, all’ultima udienza il giudice è andato a sentenza nonostante io fossi assente per malattia certificata e fosse assente anche la mia avvocato, che a sorpresa aveva revocato il mandato due giorni prima dell’udienza senza avvertirmi, comunicandomelo con una raccomandata che mi è stata consegnata dal postino addirittura il giorno dopo l’udienza! La sentenza è stata: l’imputato è stato prosciolto perché ha mostrato volontà riparatoria pagandomi 500 euro, infatti ho scoperto solo allora che la mia avvocato aveva trattenuto contro la mia volontà l’assegno offerto dall’imputato, ho scoperto che non si era costituita parte civile, ho scoperto che non aveva prodotto il certificato medico di ulteriori 20 giorni e mi aveva volontariamente lasciata senza avvocato solo due giorni prima dell’udienza; nella revoca ha motivato la sua incredibile decisione dicendo che non mi ero mai recata nel suo studio a ritirare l’assegno. Mi sono sentita picchiata per la seconda volta. Sto pensando di fare un esposto per patrocinio infedele, questa cosa mi ha distrutta emotivamente. Cosa devo fare?

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