Il giudice è tenuto a dar conto dell’esercizio dei propri poteri discrezionali e per far sì che la liquidazione equitativa del danno non risulti arbitraria è necessario che spieghi le ragioni per cui la applica al caso concreto, indicando tutti i criteri assunti.

Questo il principio affermato agli Ermellini con l’ordinanza n. 1579 depositata il 22 gennaio 2019, che hanno accolto il ricorso e cassato con rinvio la decisione della Corte territoriale di Napoli che non aveva liquidato in via equitativa il danno pur ritenendolo sussistente.

I fatti

La Corte d’appello di Napoli, accogliendo parzialmente il gravame interposto da una società telefonica, ha rigettato la domanda nei confronti della medesima originariamente proposta da una s.r.l. di accertamento dell’inadempimento del contratto di somministrazione per erroneo addebito del traffico telefonico, e di risarcimento dei danni subiti a causa della illegittima disattivazione dell’utenza.  

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione, affidato ad un unico motivo, la s.r.l..

La decisione

La s.r.l. lamenta il fatto che, dopo l’accertamento dell’inadempimento della società telefonica, la Corte territoriale abbia respinto la domanda di risarcimento dei danni ritenendo che non fossero stati offerti idonei per farsi luogo alla valutazione del danno ai sensi dell’art. 1226 c.c..

La Suprema Corte di Cassazione ha già avuto modo di affermare che il potere di liquidare il danno in via equitativa conferito al giudice agli artt. 1226 e 2056 c.c., costituisce espressione del più generale potere di cui all’art. 115 c.p.c..

L’equità giudiziale correttiva e l’obbligo di motivazione

Da ciò discende che il suo esercizio rientra nella discrezionalità del giudice di merito, senza la necessità della richiesta di parte, dando luogo ad un giudizio di diritto caratterizzato dalla c.d. equità giudiziale correttiva od integrativa, con l’unico limite di non potere surrogare il mancato accertamento della prova della responsabilità del debitore o la mancata individuazione della prova del danno dovendo peraltro intendersi in senso relativo (cfr. Cass., 24/10/2017, n. 25094).

Il giudice è quindi  tenuto a dare conto dell’esercizio dei propri poteri discrezionali, e affinché  la liquidazione equitativa non risulti arbitraria, è necessario che spieghi le ragioni del processo logico sul quale essa è fondata, indicando i criteri assunti a base del procedimento valutativo adottato (cfr. Cass. 20/5/2015, n. 10293; Cass., 30/5/2014, n. 12265; Cass., 19/2/2013, n. 4047; e già Cass., 4/5/1989, n. 2074; Cass., 13/5/1983, n. 3273), al fine di consentire il controllo di relativa logicità, coerenza e congruità.

Ebbene, la corte territoriale nel motivare la sentenza impugnata ha disatteso i su enunciati principi.

Ed il discostarsi dai suddetti principi emerge chiaramente laddove ha affermato che “anche nel caso in cui effettivamente la prova del danno risulta essere particolarmente gravosa, chi invoca l’applicazione dell’esercizio del potere di liquidazione in via equitativa, è sempre tenuto ad offrire elementi di giudizio tali da permettere al giudice di verificare in primis l’esistenza e, successivamente, di determinare l’entità in maniera sufficientemente precisa e adeguatamente argomentata secondo criteri logici e razionalmente giustificati“.

Nel caso de quo ci troviamo dinanzi ad un contratto telefonico intercorrente tra la società T… s.p.a. e una  s.r.l., per la somministrazione del relativo servizio in favore dell’opificio industriale di quest’ultima per la produzione di “conglomerati bituminosi” essenzialmente destinati alla fornitura in favore della P.A..

La ricorrente ha allegato la “illecita disattivazione” del servizio telefonico per “oltre otto mesi”, e, “dopo brevissima riattivazione”, per “altri tre mesi”, con “conseguente oggettiva ridotta “reperibilità” da parte dei propri clienti fornitori”, come si evince dalla prodotta documentazione al riguardo da cui emerge chiaramente  una “riduzione della propria complessiva capacità lavorativa”.

La valutazione equitativa del danno

Questi elementi assumono senz’altro rilievo ai fini della valutazione equitativa del danno “secondo l’id quod plerumque accidit“, alla stregua di “parametri medi desumibili dal mercato di quel determinato bene” (“conglomerati bituminosi”), ovvero, “nella specie, tenuto conto del criterio dato dalla peculiarità dell’oggetto sociale, proprio in considerazione della particolare “rilevanza economica del danno alla stregua della coscienza sociale“.

Per tale motivo gli Ermellini accolgono il ricorso, rinviando alla Corte d’appello di Napoli che dovrà procedere ad un riesame della questione, applicando i principi sopra esposti.

Il giudice del rinvio provvederà anche in ordine alle spese del giudizio di cassazione.

Avv. Maria Teresa De Luca

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