Ieri la sentenza del processo per la morte del professionista del Livorno; nelle scorse ore l’archiviazione del caso del piccolo calciatore deceduto sul campo ad appena 9 anni

Due tragedie simili, che si sono consumate entrambe su un campo di calcio, le cui conseguenze giudiziarie si sono concluse nelle stesse ore, ma con finali diversi.

La prima è quella del calciatore professionista Piermario Morosini, morto il 14 aprile 2012 dopo essersi accasciato a terra sul terreno di gioco nel corso dell’incontro di serie B tra la squadra per cui militava, il Livorno, e il Pescara.

Ieri è arrivata la sentenza del processo di primo grado che vedeva imputati per omicidio colposo il medico del 118 che aveva soccorso il giocatore e i medici sociali delle squadre in campo, anch’essi intervenuti a seguito del malore accusato da Morosini. Il primo è stato condannato a 1 anno di reclusione; ai medici del Livorno e del Pescara, invece, nonostante la richiesta di assoluzione da parte del pm perché “il fatto non costituisce reato”, è stata inflitta una pena di 8 mesi. I tre imputati, inoltre, sono stati condannati, assieme alla Asl di Pescara e al Pescara Calcio, al pagamento in solido di una provvisionale di 150mila euro.

Alla base della sentenza l’argomentazione, sostenuta dal perito di parte della famiglia del calciatore, secondo cui i medici presenti avrebbero dovuto utilizzare il defibrillatore presente allo stadio Adriatico di Pescara, come previsto dal protocollo in tali situazioni. “Non avremo mai la certezza che seguendo correttamente il protocollo si sarebbe salvata la vita di Morosini – ha affermato il Pm nella sua requisitoria chiedendo la condanna del medico del 118 – ma è inaccettabile che quando esiste una chance chi ha il dovere di agire non agisca”.

L’uso del defibrillatore è al centro anche della seconda vicenda giudiziaria giunta a conclusione nei giorni scorsi, quella del piccolo Marco Calabretta, 9 anni, deceduto sul campo sportivo ‘Pavone’ di Pineto, in provincia di Teramo, poco meno di un anno fa. Era il 26 settembre 2015 quando il bambino, nel corso di un allenamento sul campo di calcio, si è avvicinato al mister dicendogli non sentirsi bene, per poi crollargli addosso perdendo conoscenza. Nonostante l’arrivo dell’ambulanza, dopo pochi minuti, i tentativi di rianimazione sono stati vani.

Dall’autopsia e dai i successivi esami stabiliti dalla Procura emerse che il ragazzo fu stroncato da un arresto cardiocircolatorio causato da una fibrillazione ventricolare alla cui base c’era una malformazione congenita. In seguito all’episodio era stato aperto un fascicolo a carico di due medici, quello che certificò l’idoneità sportiva del ragazzo e il medico del 118 che soccorse il piccolo dopo il malore.

Per gli indagati è arrivata la richiesta di archiviazione da parte del Pm, che ha accertato l’insussistenza di responsabilità dei due camici bianchi. Nel primo caso il Pm ha rilevato che la patologia di cui soffriva Marco Calabretta, infatti, sarebbe stata rilevabile solo con un ecocardiogramma, esame non previsto dalla normativa in caso di rilascio di certificato d’idoneità sportiva per attività non agonistica, come nel caso in questione.

Quanto alla posizione del medico del 118, rispetto al quale veniva ipotizzata un’omissione per non aver utilizzato il defibrillatore in fase di soccorso, la perizia ha stabilito che, essendo passati circa sette minuti tra il momento in cui il bambino si è sentito male e l’arrivo dei soccorsi, ed essendo fondamentale il fattore tempo nella defibrillazione, nel caso in questione una condotta diversa del sanitario non avrebbe comunque scongiurato la morte di Marco.

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