La paresi del nervo facciale, nota come paralisi di Bell, è una condizione temporanea che colpisce 40 persone su 100.000

La paralisi di Bell è una paresi del nervo facciale nota anche come paresi a frigore ossia a freddo che colpisce 40 persone ogni 100.000, si verifica in entrambi i sessi con una maggiore incidenza nelle donne incinte.
Il nome di questa condizione prende il nome da Charles Bell, un chirurgo scozzese del XIX secolo che ha descritto per primo il nervo facciale e la connessione con questo disturbo.
Il nervo facciale responsabile della paralisi di Bell è il settimo nervo del cranio. Nervo del tronco cerebrale che attraversa il cranio dentro al canale di Falloppio, che è molto stretto, e poi esce poco dietro l’orecchio. Serve i muscoli del volto consentendo alla fronte, alle palpebre e alla bocca di muoversi. Stimola le ghiandole salivari e lacrimali, consente ai due terzi della lingua di rilevare i sapori e controlla un muscolo implicato nell’udito, attutendo i rumori provenienti dall’ambiente circostante.
Quali sono le cause della paralisi di Bell?
La paralisi di Bell è provocata da un’infiammazione del nervo facciale che gonfiandosi si comprime negli stretti passaggi del cranio non trasmettendo più i messaggi che il cervello invia ai muscoli facciali. Causano l’infiammazione il virus dell’herpes simplex di tipo 1 – responsabile di infezioni alla bocca come l’herpes labiale – il virus dell’herpes zoster e quello della mononucleosi. Responsabili dell’insorgere di questa patologia anche la malattia di Lyme, la sarcoidosi e i traumi, inoltre può insorgere anche dopo operazioni chirurgiche. Alcuni studi evidenziano tra le cause anche quelle vascolari come disturbi del microcircolo in pazienti diabetici, ipertesi e dislipidemici.
I sintomi della paralisi di Bell
La paralisi di Bell colpisce un solo nervo facciale modificando l’aspetto della parte del viso interessata, raramente colpisce entrambi i nervi facciali con ripercussioni su tutto il viso. E’ visibile soprattutto mentre si parla ma si nota anche a riposo, per questo la diagnosi è soprattutto visiva eventualmente si può utilizzare l’elettromiografia (EMG) per confermare la presenza di danni ai nervi e determinare l’entità della paralisi.
Il primo sintomo è un dolore dietro l’orecchio, cui segue entro due ore un indebolimento dei muscoli facciali con un abbassamento della palpebra e dell’angolo della bocca. La fase più acuta della paralisi di Bell si ha entro 48 ore. Quando insorgono i primi sintomi è bene rivolgersi al centro ospedaliero più vicino. L’effetto può variare di intensità dal semplice intorpidimento fino alla paralisi vera e propria. Le persone colpite da paralisi di Bell hanno difficoltà a chiudere l’occhio nella parte del viso interessata a bere e mangiare e presentano un’alterazione del senso del gusto, la salivazione e la lacrimazione sono poi difficilmente gestibili. Possono insorgere anche vertigini, mal di testa e stordimento a causa dell’alterazione dell’udito.
Come si cura la paralisi di Bell?
La paralisi di Bell è una patologia temporanea che regredisce nel giro di qualche mese e massimo entro sei mesi i soggetti colpiti recuperano completamente le funzioni facciali. Rare sono le forme croniche e l’insorgenza di lesioni al nervo facciale o l’ulcera corneale.
La paralisi di Bell si cura attraverso una terapia farmacologica a base di cortisone volta a sfiammare il settimo nervo del cranio per evitare lesioni permanenti. Efficaci possono essere anche massaggi ed esercizi facciali che in concomitanza con la terapia farmacologica concorrono a sfiammare il nervo. Particolare attenzione va fatta all’occhio interessato dalla paralisi. Poiché le funzioni lacrimali sono alterate, l’occhio va tenuto umido attraverso colliri a base di soluzione salina o lacrime artificiali perché l’impossibilità di chiuderlo può provocare lesioni oculari, si può applicare anche una benda durante la notte e occhiali di giorno.
In alcuni pazienti è efficace anche l’elettrostimolazione, oppure l’agopuntura – il metodo utilizzato ad esempio da Angelina Jolie per trattare la sindrome di Bell che l’ha colpita nel 2016. Nei casi più gravi è possibile una microchirurgia ricostruttiva per riattivare la mimica facciale da effettuare però entro i 18 mesi dall’insorgere della patologia, superato questo termine infatti è improbabile – come conferma Federico Biglioli, direttore dell’unità di Chirurgia Maxillo-Facciale all’Ospedale San Paolo di Milano e docente dell’Università di Milano, ai microfoni del Corriere della Sera – che la muscolatura mimica possa essere ancora attivata da uno stimolo nervoso e può essere necessario un trapianto di muscoli vitali.
 

Barbara Zampini

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