Una sentenza della Cassazione ha fornito chiarimenti in merito ai post offensivi su Facebook e alla possibilità che possano integrare il reato di diffamazione.

Possono dei post offensivi su Facebook integrare il reato di diffamazione? A questo proposito si è espressa la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 50/2017.

Con tale pronuncia, i giudici hanno inteso ribadire un principio già espresso in occasione di una precedente sentenza (n. 24431/2015).

Ovvero sia che “la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca ‘facebook’ integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595 terzo comma cod. pen., poiche’ trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone”.

Una cosa è certa: l’avvento dei social network ha reso più ampie le problematiche legate al nostro quotidiano e, di conseguenza, ha arricchito di nuove implicazioni questioni quali il reato di diffamazione.

Anche se scrivere ciò che passa per la mente su un social ad alcuni potrebbe sembrare un atto privo di conseguenze, scrivere dei post offensivi su Facebook, potrebbe configurare reato.

Prima di affrontare la pronuncia della Cassazione è bene introdurre gli elementi costitutivi del reato previsto e punito dall’art. 595 del codice penale e rubricato “Diffamazione”.

Secondo il codice penale la “diffamazione” è il comportamento di chi “comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione”. Tale condotta è punita con la reclusione fino ad un anno e con la multa fino a 1.032 euro.

Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, il codice prevede una pena alla reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a 2.065 euro.

Infine, se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è la reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiori a 516 euro.

La ratio di tale reato si fonda sulla necessità di garantire la reputazione dell’individuo. Vale a dire, l’onore inteso in senso soggettivo quale considerazione che il mondo esterno ha del soggetto stesso.

Inoltre, la diffamazione integra la condotta di chi rivolge l’offesa verso persone non presenti. Quindi non solo assenti fisicamente, ma anche non in grado di percepirla.

Pertanto, i social network rappresentano dei luoghi virtuali all’interno delle quali diventa sempre più concreto il rischio, attraverso post offensivi su Facebook ad esempio, di perpetrare tale reato.

La Suprema Corte, dunque, nella sentenza in oggetto chiarisce quanto segue.

Ovvero che “l’aggravante dell’uso di un mezzo di pubblicità, nel reato di diffamazione, trova, infatti, la sua ratio nell’idoneità del mezzo utilizzato a coinvolgere e raggiungere una vasta platea di soggetti, ampliando ‘ e aggravando ‘ in tal modo la capacità diffusiva del messaggio lesivo della reputazione della persona offesa”.

Pertanto, chi scrive post offensivi su Facebook rischia fino a tre anni di reclusione. Questo perché con il post può veicolare un messaggio dal contenuto diffamatorio danneggiando la reputazione altrui.

 

 

Hai avuto un problema simile? Scrivi per una consulenza gratuita a redazione@responsabilecivile.it o scrivi un sms, anche vocale, al numero WhatsApp 3927945623

 

 

 

Leggi anche:

OFFENDERE UN AVVOCATO SU FACEBOOK: PUÒ ESSERE RITENUTO UN REATO?

- Annuncio pubblicitario -

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui