Lo ha stabilito la Cassazione secondo cui il pagamento è dovuto solo in presenza di conferimento esplicito dell’incarico professionale allo studio legale

L’attività di un praticante presso uno studio legale, resa a favore di un parente, non può essere oggetto di pagamento dell’onorario dell’avvocato titolare dello studio, o perlomeno, non può esserlo in mancanza di un mandato dimostrabile allo studio stesso.

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 21543/2016, si è pronunciata su una vicenda che scaturisce dall’opposizione di un cliente al decreto ingiuntivo con cui gli veniva intimato di pagare le prestazioni professionali di un avvocato che, secondo il legale, gli erano dovute per facta concluenda.

Il cliente, da parte sua, negava l’esistenza di un qualsiasi rapporto professionale dal momento che l’incarico non era stato conferito al legale bensì al proprio nipote, che all’epoca dei fatti esercitava la pratica forense presso quello studio.

Il Tribunale, quale giudice d’appello, osservava che in assenza di un mandato scritto, non erano emersi altri elementi idonei a confermare il conferimento anche solo verbale dell’incarico all’avvocato, evidenziando di contro l’incontestabilità del fatto che il cliente avesse avuto un rapporto diretto solo con il proprio parente, abilitato allo svolgimento della prestazione stragiudiziale richiesta.

Anche il ricorso in Cassazione da parte del professionista è caduto nel vuoto. La Suprema Corte non ha infatti accolto le argomentazioni dell’avvocato, in particolare quelle secondo cui il mandato a lui conferito sarebbe desumibile dalla consegna al ricorrente dei documenti, direttamente o per il tramite del proprio nipote, da parte del cliente sino al momento in cui questi ha esplicitamente revocato i mandati conferiti allo studio.

Per il professionista, quando il cliente consegnava i documenti al proprio nipote per la trattazione dei sinistri in via stragiudiziale, era consapevole delle gestioni dei sinistri e di tutte le pratiche affidate al ricorrente.

Ma secondo gli Ermellini la semplice consegna di tali documenti al parente praticante legale non rappresenta una ragione logico-giuridica valida a dimostrare la volontà del cliente di incaricare dei relativi affari stragiudiziali anche o unicamente l’avvocato solo perché titolare dello studio professionale.

L’unico fatto controverso e decisivo, secondo i giudici del Palazzaccio, è costituito dal conferimento o meno dell’incarico professionale, di cui, secondo quanto già sufficientemente motivato dal giudice d’appello, non vi è alcuna prova, tanto scritta quanto indiziaria e per fatti concludenti.

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