Non vi è stato nessun trattamento sanitario imperito riconducibile causalmente alle patologie denunciate dalla paziente, bensì inutile (Tribunale di Lecce, sentenza n. 1828 del 27 luglio 2020)

La paziente cita a giudizio sommario ex art. 702 bis c.p.c. l’Azienda Ospedaliera di Lecce onde vederne accertata la responsabilità per le lesioni subite a seguito dell’intervento di allargamento del canale L3-L5

La donna deduce di essere stata ricoverata, in data 7.3.2011, presso l’Ospedale di Gallipoli per essere sottoposta ad intervento chirurgico a livello “L3 -L4 ed L4 -L5″ e che, non riportando nessun beneficio, in data 6.7.2011 si rivolgeva presso la medesima struttura dove veniva ricoverata con la diagnosi di “Ernie discali multiple”.

In data 7.7.2011, l’attrice veniva sottoposta a nuovo intervento chirurgico di “allargamento del canale L3 -L5 e stabilizzazione con sistema ibrido L2 -L5 (rigido L3 -L5)” in conseguenza della diagnosi, formulata – senza alcuna comunicazione alla paziente- per la prima volta di “stenosi lombare ed instabilità multisegmentale” e con tale diagnosi dimessa il giorno 12.7.2011.

La causa, previo mutamento del rito, viene istruita con CTU Medico-legale, al cui esito la domanda della paziente viene ritenuta infondata.

Preliminarmente il Tribunale, dato atto che la responsabilità invocata è di natura contrattuale, analizza gli oneri probatori delle parti e ribadisce che la dimostrazione delle cause del fatto costitutivo della pretesa risarcitoria derivante dall’inadempimento è a carico del paziente mentre resta a carico della Struttura la prova delle cause del fatto estintivo, ossia delle ragioni giustificatrici dell’impossibilità della prestazione derivante da causa non imputabile.

Osserva il Tribunale che l’attrice – pur provando l’inutilità del trattamento diagnostico ricevuto in occasione degli interventi chirurgici che si sono susseguiti a distanza di pochi mesi (“livello L3 -L4 ed L4 -L5″ il primo; di “allargamento del canale L3 -L5 e stabilizzazione con sistema ibrido L2 -L5 (rigido L3 -L5)” in conseguenza di “stenosi lombare ed instabilità multisegmentale “, il secondo), non ha patito nessun danno.

La CTU ha evidenziato che “… la patologia discale e vertebrale lombare presentata dalla sig.ra nel 2011 non aveva bisogno degli interventi effettuati presso la struttura di Gallipoli…..(..)… gli interventi praticati a causa di errata valutazione sono stati tuttavia eseguiti correttamente … ad essi sono residuati modesto deficit nella flesso -estensione del tronco e moderata sindrome ansioso -depressiva … gli interventi di cui sopra non hanno inciso in maniera significativa sul decorso patologico della malattia della paziente, che verosimilmente sarebbe rimasto uguale anche senza quegli interventi, né la paziente ha modificato in alcun modo il decorso post -operatorio … “.

Ciò posto il Tribunale prende atto della insussistenza del danno seppur in presenza di due interventi chirurgici di cui la paziente non avrebbe avuto bisogno poiché, come detto, non è emersa la prova che “… la limitazione nei movimenti di flessoestensione della colonna lombare … ” sia ascrivibile alla imperita condotta dei sanitari che hanno tenuto in cura la paziente.”

Non vi è stato nessun trattamento sanitario imperito, bensì inutile, riconducibile causalmente alle patologie denunciate dalla paziente.

Vengono respinte le conclusioni del Consulente in ordine al residuato modesto deficit nella flesso-estensione del tronco e moderata sindrome ansioso-depressiva poiché, secondo il Tribunale, “il CTU ha concluso apoditticamente in tal senso, in difetto di una consulenza psichiatrica funzionale a verificare la sussistenza di detta sintomatologia”.

Riguardo la carenza del consenso informato invocata dalla paziente, invece, “la circostanza può comportare un risarcimento del danno soltanto quando siano derivate delle conseguenze pregiudizievoli dalla violazione del fondamentale diritto all’ autodeterminazione del paziente, indipendentemente da una lesione della salute del paziente (cfr. in tal senso, Cass. n.31234/2018)”.

Si tratta, in altri termini, di tutelare la libertà decisionale della persona e del suo diritto a prendere decisioni inerenti la propria salute soltanto dopo aver avuto una adeguata informazione circa le prevedibili conseguenze dell’intervento, della possibilità che le sue condizioni di salute si aggravino dopo il medesimo nonché delle sofferenze che subirà durante il percorso riabilitativo successivo all’intervento stesso.

E’ necessario, perciò, verificare se l’istante abbia o meno avuto la possibilità di essere messa nelle condizioni di prepararsi ad affrontare le conseguenze dell’intervento nella fase postoperatoria in maniera consapevole e di conseguenza verificare che l’intervento sia stato compiuto senza il suo consenso informato.

Ne deriva che il ristoro potrebbe essere riconosciuto allorquando la richiedente sia stata in grado di provare che se fosse stata adeguatamente informata circa le conseguenze avrebbe rifiutato l’intervento stesso.

L’attrice, invece, non ha provato, neppure attraverso presunzioni, che nel caso di specie non avrebbe autorizzato le operazioni che, in realtà, non hanno inciso in alcun modo sul decorso della sua patologia la quale sarebbe rimasta immutata in assenza dei trattamenti chirurgici subiti.

Per tali ragioni il Tribunale rigetta la domanda, compensa le spese di lite e pone quelle di CTU in capo all’attrice.

La decisione qui a commento lascia perplessi.

E’ ben vero che il Giudice è anche perito peritorum, nel senso che ” è il perito dei periti” e non è vincolato al risultato della perizia potendo discostarsi o disattendere del tutto le conclusioni cui è giunto il CTU. In questo caso deve dare però una motivazione adeguata della sua scelta.

Ebbene, il CTU ha concluso con “modesto deficit nella flesso-estensione del tronco e moderata sindrome ansioso-depressiva”.

A parere di chi scrive non può essere idonea la motivazione del giudicante “il CTU ha concluso apoditticamente in tal senso, in difetto di una consulenza psichiatrica funzionale a verificare la sussistenza di detta sintomatologia”.

Una moderata sindrome ansioso-depressiva non deve essere necessariamente diagnosticata da uno Psichiatra e, comunque, è stato del tutto dimenticato l’accertato deficit nella flesso-estensione.

Avv. Emanuela Foligno

Hai vissuto una situazione simile? Scrivi per una consulenza gratuita a malasanita@responsabilecivile.it o invia un sms, anche vocale, al numero WhatsApp 3927945623

Leggi anche:

Isterectomia totale e consenso informato in assenza di colpa medica

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui