Respinto il ricorso di un uomo che chiedeva la revoca dell’assegno divorzile in favore della ex moglie sulla base della convivenza di quest’ultima con un altro uomo

“Ai sensi dell’art. 9 legge n. 898 del 1970 (così come modificato dall’art. 2 legge n. 436 del 1978 e dall’art. 13 legge n. 74 del 1987), le sentenze di divorzio passano in cosa giudicata “rebus sic stantibus”, rimanendo cioè suscettibili di modifica quanto ai rapporti economici o all’affidamento dei figli, in relazione alla sopravvenienza di fatti nuovi, mentre la rilevanza dei fatti pregressi e delle ragioni giuridiche non addotte nel giudizio che vi ha dato luogo rimane viceversa esclusa in base alla regola generale secondo cui il giudicato copre il dedotto e il deducibile. Ne consegue che l’attribuzione in favore di un coniuge dell’assegno divorzile non può essere rimessa in discussione in altro processo sulla base di fatti anteriori all’emissione della sentenza, ancorché ignorati da una parte, se non attraverso il rimedio della revocazione, nei casi eccezionali e tassativi di cui all’art. 395 cod. proc. civ.”.

Lo ha chiarito la Suprema Corte di Cassazione nell’ordinanza n. 18528/2020 pronunciandosi sul ricorso di un uomo che chiedeva la revisione delle condizioni di divorzio nei confronti della ex coniuge, deducendo la sussistenza di fatti sopravvenuti tali da legittimare la modifica delle precedenti statuizioni di cui alla sentenza di cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto tra le parti.

Il Tribunale rigettava la domanda di revoca dell’assegno divorzile, stante l’insussistenza di “alcuna rilevante circostanza sopravvenuta tale da incidere sul giudicato formatosi”. La decisone veniva confermata anche  in secondo grado. La Corte d’appello rilevava, infatti, che l’unico motivo addotto quale elemento nuovo idoneo a modificare la situazione esistente era la presunta convivenza dell’ex moglie con un altro uomo, elemento questo che non poteva in alcun modo considerarsi un fatto nuovo sopravvenuto, in quanto, come asserito anche dallo stesso ricorrente, tale relazione era “nota a tutti” ed andava avanti da “più di 20 anni…”, dal 1984, ancor prima della sentenza di divorzio del 2002. Ad avviso della del Collegio distrettuale, dunque, tale situazione era “assodata e considerata alla data della sentenza di cessazione degli effetti civili del matrimonio ed anche a quella successiva dell’accordo di modifica delle condizioni di divorzio”.

Le istanze istruttorie formulate dal reclamante venivano pertanto ritenute inammissibili perché ininfluenti ai fini del decidere.

Nel rivolgersi alla Suprema Corte il ricorrente eccepiva che i Giudici del merito avessero ritenuto sussistente la stabile convivenza more uxorio della ex coniuge e ma non alla stregua di fatto sopravvenuto, pur essendo essa intervenuta solo nel 2012 (allorché l’ex coniuge aveva lasciato la casa coniugale, per andare ad abitare con il nuovo compagno), confondendo tale sopravvenuta circostanza con il diverso fatto della pregressa relazione e frequentazione con l’altro uomo, in essere dagli anni ’80. Contestava, inoltre, l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio rappresentato sempre della convivenza stabile della ex coniuge con altro uomo, idonea a far venir meno il diritto all’assegno divorzile.

La Cassazione, tuttavia, ha ritenuto i motivi di doglianza inammissibili. I Giudici Ermellini, aderendo alla decisione del Giudice a quo, hanno ritenuto che la asserita relazione tra la donna e il nuovo compagno quale stabile convivenza fosse elemento già noto al ricorrente in sede di proposizione del ricorso e non fosse quindi idonea a provocare una modifica delle condizioni di divorzio. Hanno quindi ribadito, in sostanza, che “in forza della particolare natura del giudicato delle sentenze di divorzio, e delle successive modifiche, deve comunque ritenersi che le stesse passano in cosa giudicata “rebus sic stantibus”, rimanendo cioè suscettibili di modifica quanto ai rapporti economici o all’affidamento dei figli, in relazione alla sopravvenienza di fatti nuovi, mentre la rilevanza dei fatti pregressi e delle ragioni giuridiche non addotte nel giudizio che vi ha dato luogo rimane esclusa in base alla regola generale secondo cui il giudicato copre il dedotto e il deducibile. Le censure risultano peraltro anche inammissibili per carenza di autosufficienza”.

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