In caso di atti persecutori realizzati mediante minacce gravi e reiterate vige la regola dell’irrevocabilità della querela

Nel maggio 2018 la Corte di appello di Firenze aveva in parte riformato la sentenza pronunciata dal Tribunale di Pistoia, a carico di un uomo ritenuto responsabile del delitto di atti persecutori ai danni dell’ex fidanzata, delle sorelle nonché della madre di quest’ultima, riducendo il trattamento sanzionatorio già previsto dal primo giudice.

La sentenza è stata impugnata per cassazione dal difensore dell’imputato, per manifesta illogicità della motivazione nella parte in cui era stata reputata inoperante la remissione di querela da parte delle tre donne.

Ma il ricorso è stato ritenuto inammissibile.

Nessuna manifesta illogicità hanno riscontrato i giudici della Quinta Sezione Penale della Cassazione (sentenza n. 12801/2019) nel percorso argomentativo della Corte di appello che aveva ritenuto, oltre che reiterate, gravi le minacce rivolte dall’imputato alle persone offese ed accertate processualmente.

Da quanto emerso l’uomo aveva più volte minacciato di morte le tre vittime. Egli inoltre, era già conosciuto alle forze dell’ordine per diversi episodi di violenza ed era stato già giudicato per reati contro la persona e in materia di armi.

Del tutto logicamente, dunque, la corte territoriale ne aveva fatto discendere l’irrevocabilità della querela ai sensi dell’art. 612 bis c.p., u.c.

Al riguardo -hanno chiarito gli Ermellini –  nessuna implicazione ha avuto la modifica normativa che ha interessato il reato di minaccia grave di cui all’art. 612 c.p., comma 2, che ha visto mutare il proprio regime di procedibilità – da ufficio a querela di parte – a seguito dell’entrata in vigore del D.Lgs. n. 10 aprile 2018, n. 36.

Lo stalking, infatti, ha condotta diversa e più grave rispetto alla minaccia, giacchè si tratta di un insieme di condotte reiterate che non esauriscono il loro disvalore penale in relazione a ciascun episodio, ma che, combinate e ripetute, determinano un quid pluris rispetto ai segmenti comportamentali che le sostanziano, vale a dire uno degli eventi previsti dalla fattispecie incriminatrice (un perdurante stato d’ansia o di paura, un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona legata affettivamente ovvero, ancora, un’alterazione delle abitudini di vita della vittima).

E’ pienamente ragionevole, dunque, e non determina alcuna asimmetria ingiustificata, che il regime di procedibilità resti strutturato sulla querela irrevocabile per lo stalking integrato da minacce reiterate e gravi ancorchè per queste ultime, isolatamente considerate, si sia passati da quella di ufficio alla perseguibilità a querela.

D’altra parte ciò trova giustificazione nella ratio stessa che è alla base delle limitazioni alla revocabilità della querela in caso di atti persecutori strutturati su minacce gravi e reiterate.

Tale previsione è evidentemente dettata dall’esigenza di prevenire le situazioni – frequenti nella pratica per la prostrazione e l’assoggettamento che caratterizza le vittime di stalking – in cui la remissione non sia volontaria e libera, proprio a causa della coartazione determinata dall’invasività delle condotte, il che rende inopportuno affidare interamente alle determinazioni della persona offesa la perseguibilità del reato.

Tale scelta – come sottolineato dalla stessa Quinta Sezione penale con la sentenza n. 2299 del 2016, in motivazione – è in linea con quanto stabilito dall’art. 55 della Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne (in esecuzione della quale il D.L. n. 14 agosto 2013, n. 93, art. 1, convertito nella L. 15 ottobre 2013, n. 119, ha introdotto la disposizione in parola), che recita: “Le Parti si accertano che le indagini e i procedimenti penali per i reati stabiliti ai sensi degli artt. 35, 36, 37, 38 e 39, della presente Convenzione non dipendano interamente da una segnalazione o da una denuncia da parte della vittima quando il reato è stato commesso in parte o in totalità sul loro territorio, e che il procedimento possa continuare anche se la vittima dovesse ritrattare l’accusa o ritirare la denuncia”.

Per tutti questi motivi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.

La redazione giuridica

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