Confermata in Cassazione la condanna di un uomo accusato dalla vicina di aver ucciso un cane prendendolo a calci e pugni e scaraventandolo dal balcone

Con crudeltà e senza necessità, ha ucciso un cane, colpendolo ripetutamente con calci e pugni e scaraventandolo con violenza in strada dal balcone della propria abitazione. Questa l’accusa mossa nei confronti di un uomo condannato in sede di merito per il reato di uccisione di animali di cui all’art. 544-bis cod. pen.

L’imputato, nel ricorrere per cassazione, lamentava che la condanna fosse fondata sulle dichiarazioni dubbie e contraddittorie rese dalla denunciante.  Inoltre, eccepiva l’assoluta mancanza di risposta da parte della Corte di appello allo specifico motivo di gravame con cui si sosteneva l’insussistenza del reato contestato per non essere stata rinvenuta la carcassa del cane asseritamente ucciso e per non essere certa la prova che le macchie riprodotte nelle fotografie riprese dalla denunciante fossero riconducibili a sangue.

La Suprema Corte, con l’ordinanza n. 35380/2020 ha ritenuto il motivo del ricorso inammissibile.

Per i Giudici Ermellini, la sentenza impugnata attestava, con valutazione di fatto insindacabile perché non illogicamente motivata, la attendibilità delle dichiarazioni, dettagliate e prive di contraddizioni, rese dalla vicina di casa denunciante “e dalle stesse – corroborate dalle fotografie riprese – ha tratto la prova della sussistenza del reato, senza incorrere in alcun travisamento”.

Il ricorrente aveva evocato impropriamente il suddetto vizio, che tuttavia – chiariscono dal Palazzaccio  – non ricorre quando, come nella specie invece sostenuto, “il giudice valuti il contenuto della prova (dichiarativa o documentale) in modo ritenuto non corretto, ma quando nella motivazione si fa uso di un’informazione rilevante che non esiste nel processo, o quando si omette la valutazione di una prova decisiva”. Il vizio, peraltro, “deve risultare dal testo del provvedimento impugnato o da altri atti del processo specificamente indicati dal ricorrente, ed è ravvisabile ed efficace solo se l’errore accertato sia idoneo a disarticolare l’intero ragionamento probatorio, rendendo illogica la motivazione per la essenziale forza dimostrativa dell’elemento frainteso o ignorato, fermi restando il limite del “devolutum” in caso di cosiddetta “doppia conforme” e l’intangibilità della valutazione nel merito del risultato probatorio”.

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