Nel caso di sinistro stradale causato dalla collisione con un animale selvatico non è più applicabile il principio del neminem laedere bensì quello della responsabilità oggettiva

La vicenda trae origine da un sinistro stradale causato dalla collisione con un animale selvatico, nella specie un capriolo, lungo una strada provinciale nel comune di Fabriano

La società proprietaria del veicolo cita dinanzi il Giudice di Pace di Ancona la Regione Marche onde ottenere il risarcimento dei danni materiali subiti dal veicolo.

Il Giudice di Pace accoglie la domanda e condanna la Regione a corrispondere all’attrice a titolo di risarcimento del danno l’importo di euro 4.001,60 più iva, oltre al pagamento delle spese di lite.

Il Giudice di prime cure ha riconosciuto la legittimazione passiva della Regione Marche, rilevando che in attuazione della legge n. 56/2014 (c.d. legge Del Rio), la Regione Marche ha varato la legge 13/2015 con la quale sono state trasferite dalle Province alla Regione diverse funzioni, tra le quali tutte le competenze in materia di caccia e tutela dell’ambiente, sicché l’unico soggetto tenuto ad indennizzare i danni derivanti dalla fauna selvatica dovrebbe essere la Regione.

La Regione impugna la sentenza dinanzi al Tribunale di Ancona, in qualità di giudice d’appello (sez. I, sentenza n. 1195 del 2 ottobre 2020), lamentando il proprio difetto di legittimazione passiva e l’assenza di colpa.

Il Tribunale ritiene l’appello fondato.

Viene osservato, anzitutto, che prima dell’entrata in vigore della legge 56/2014 la Corte di Cassazione aveva più volte avuto modo di affermare, in ipotesi in cui era stata svolta l’azione di responsabilità per fauna selvatica, che spetta, in via di principio, alle Province, ai sensi del D. Lgs. 18 agosto 2000 n.267 articolo 19 lett. e) e f).

Dette funzioni devono, però, essere organizzate dalla Regione che è  titolare delle relative potestà.

Ne deriva, che per l’affermazione della responsabilità in ordine ai danni provocati dalla collisione con un animale selvatico si deve indagare di volta in volta, se l’ente delegato sia stato ragionevolmente posto in condizioni di adempiere ai compiti affidatigli, o sia un “nudus minister”.

La Regione, pertanto, anche in caso di delega di funzioni alle Province, era responsabile, ai sensi dell’art. 2043 c.c., dei danni provocati da animali selvatici a persone o a cose.

La Regione Marche, in attuazione della legge n. 56/2014, ha adottato la legge regionale n. 13/2015 (“Disposizioni per il riordino delle funzioni amministrative esercitate dalle Province”) con la quale ha provveduto ad individuare le funzioni non più fondamentali per le Province, da trasferire alla Regione, tra cui sono presenti le norme per la protezione della fauna selvatica e per la tutela dell’equilibrio ambientale.

In altri termini se, quindi, in virtù della normativa precedente, poteva ritenersi che fossero legittimate passivamente le Province, alle quali le funzioni in materia di fauna selvatica erano state delegate, con la legge del 2015 tali funzioni sono tornate alla Regione che quindi, attualmente, è il soggetto legittimato passivamente.

Inoltre, la legge n.56/2014, all’articolo 1 comma 96 lett. c) stabilisce, che l’ente, il quale subentra nella funzione “succede anche nei rapporti attivi e passivi in corso, compreso il contenzioso; il trasferimento delle risorse tiene conto anche delle passività; sono trasferite le risorse incassate relative a pagamenti non ancora effettuati, che rientrano nei rapporti trasferiti”.

La Regione Marche, dunque, ha legittimazione passiva nei giudizi di risarcimento danni a seguito di sinistri provocati da animali selvatici, essendo titolare della potestà di resistere in giudizio.

Ciò posto, il Tribunale svolge una interessante panoramica giurisprudenziale sui limiti della responsabilità in parola ed evidenzia che la norma governante la materia è sempre stata ritenuta l’art. 2043 c.c. che disciplina il principio del neminem laedere; solo con la recente decisione n. 7969 del 20 aprile 2020 l’orientamento viene modificato, ritenendosi applicabile il regime di cui all’art. 2052 c.c.

Ciò comporta, evidentemente, che sul danneggiato grava un onere probatorio più “leggero”, dovendo dimostrare la dinamica del sinistro e il nesso causale tra la condotta dell’animale e l’evento dannoso subito.

Il danneggiato, tuttavia, non deve limitarsi a fornire la prova che l’animale si trovava sulla strada, ma deve anche dimostrare di aver adottato tutte le cautele possibili per evitare il danno.

Difatti, anche in caso di sinistro con animali selvatici può essere applicata la presunzione di pari responsabilità prevista dall’art. 2054 c.c., comma 1, a carico del conducente del veicolo.

Il Tribunale, quindi, ritiene di recepire l’overruling, inerente la modifica dell’orientamento sopra indicato, peraltro confermato da altre decisioni successive della Suprema Corte.

In buona sostanza, il danneggiato, oltre a dover provare che la condotta dell’animale selvatico sia stata la causa dell’evento dannoso, è comunque onerato – ai sensi dell’art. 2054 c.c., comma 1 – della prova di avere fatto tutto il possibile per evitare il danno, cioè di avere, nella specie, adottato ogni opportuna cautela nella propria condotta di guida.

Il sinistro è avvenuto in area in cui era segnalata la possibile presenza di animali selvatici, sicché era onere del danneggiato fornire in termini assolutamente rigorosi la prova di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno.

Il proprietario del veicolo danneggiato non ha dedotto nulla in concreto circa la condotta di guida tenuta e sulle manovre adottate per evitare il sinistro, inoltre non ha offerto nessuna prova in relazione all’onere posto a suo carico ai sensi del primo comma dell’art. 2054 c.c., nulla emergendo dalla documentazione prodotta e non essendo stato articolato alcun capitolo testimoniale specifico sul punto.

Oltretutto il sinistro si è verificato in condizioni di ottima visibilità.

Ad ultimo, il Tribunale ritiene significativo che l’animale sia deceduto sul colpo, a dimostrazione della violenza dell’impatto, presumibilmente da collegarsi alla velocità tenuta dall’automobile.

Tale ragionamento presuntivo è peraltro rafforzato dal fatto che la vettura, una Volkswagen Tiguan, di notevoli dimensioni e dunque dotata di particolare resistenza, ha riportato danni notevoli che hanno reso necessario l’intervento del carro attrezzi in quanto non marciante, come attestato dai Carabinieri intervenuti.

Per tali ragioni, il Tribunale non ritiene fornita la prova liberatoria con conseguente applicazione della presunzione di concorso di colpa ai sensi dell’art. 2054 c.c., e per l’effetto viene riformata la sentenza del Giudice di Pace di Fabriano e rigettata la domanda risarcitoria proposta dal proprietario del veicolo.

Avv. Emanuela Foligno

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