Per l’accertamento della paternità è sufficiente la consulenza tecnica d’ufficio, soprattutto in presenza di altri elementi presuntivi

“In materia di accertamenti relativi alla paternità e alla maternità, la consulenza tecnica ha funzione di mezzo obiettivo di prova, e costituisce lo strumento più idoneo, avente margine di sicurezza elevatissimi, per l’accertamento del rapporto di filiazione. Non è un mezzo per valutare elementi di prova offerto dalle parti, ma costituisce strumento per l’acquisizione della conoscenza del rapporto di filiazione.” Tale è il principio statuito dalla Suprema Corte (Cass. Civ., Sez. I Civile, Ordinanza n. 14916 del 13 luglio 2020).

Un uomo conveniva in giudizio gli eredi legittimi del padre biologico, chiedendo che il de cuius fosse dichiarato suo padre naturale.

Il Tribunale accoglieva la domanda e compensava le spese di lite.

I convenuti proponevano appello chiedendo la rinnovazione della C.T.U.

La Corte d’Appello rigettava il gravame e condannava gli appellanti al pagamento delle spese di giudizio di entrambi i gradi.

La vicenda approda in Cassazione ove viene lamentata la mancata rinnovazione della C.T.U. e la mancanza dell’esame diretto tra l’attore e il presunto padre mediante esumazione del cadavere.

Gli Ermellini, previa articolata e puntuale panoramica sulle norme regolanti la materia e sulla giurisprudenza, evidenziano che per l’accertamento della paternità naturale, ai sensi dell’art. 269 c.c., è sufficiente il ricorso ad elementi presuntivi, come una consulenza tecnica e il comportamento del preteso genitore che abbia trattato il presunto figlio come tale.

Viene ritenuto che la Corte territoriale ha correttamente argomentato e motivato  in presenza di più elementi presuntivi.

Infatti, risulta dal giudizio di merito che il reclamante la dichiarazione di paternità fosse stato sempre trattato come un figlio dal presunto padre e che le parti si erano sottoposte consensualmente all’esame del DNA affidandosi ad un noto genetista scelto congiuntamente.

L’esame genetico esitava con una percentuale del 97,386% e che una ulteriore consulenza tecnica sarebbe stata del tutto inutile.

Corretta è dunque la decisione della Corte d’Appello che ha giustamente  valutato il risultato dei prelievi effettuati e con motivazione adeguata ha considerato che detto risultato fosse congruo per pervenire alla dichiarazione di paternità.

Il ricorso viene rigettato.

Avv. Emanuela Foligno

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