La liquidazione del danno non patrimoniale non può mai corrispondere a un mero calcolo matematico: impone sempre una valutazione equitativa, che tenga conto di tutte le circostanze del caso concreto

La vicenda

All’esito del giudizio di secondo grado la Corte d’Appello di Palermo, riduceva la somma liquidata dal giudice di prime cure in favore delle attrici, a titolo di risarcimento dei danni dalle stesse subiti, in conseguenza del decesso del loro congiunto – rispettivamente marito e padre – verificatosi a seguito di un infortunio sul lavoro.

Contro la citata sentenza, le congiunte della vittima hanno proposto ricorso per Cassazione, lamentando tra gli altri motivi l’errore commesso dalla corte di merito 1) per aver rideterminato “l’importo (…) procedendo a dimezzare la liquidazione operata dal primo Giudice… in applicazione delle richiamate Tabelle predisposte dal Tribunale di Milano… ritenendo implicitamente di non poter personalizzare il danno al di là degli schemi tabellari richiamati”; 2) per aver omesso di procedere ad una “liquidazione personalizzata del danno”, in considerazione del “rapporto di stretta convivenza tra le parti interessate, dell’intenso legame affettivo, delle tragiche modalità dell’incidente, delle gravi colpe del datore di lavoro, e della particolare sofferenza patita dalla moglie e dalla figlia minore”; 3) per aver erroneamente “ritenuto di dover rideterminare la liquidazione dei danni subiti”, previa esclusione di “quella componente punitiva non prevista dal nostro ordinamento giuridico”, mediante una pura matematica applicazione delle tabelle milanesi.

La Terza Sezione Civile della Cassazione (sentenza n. 27590/2019) ha accolto il ricorso perché fondato.

In ordine al danno subito dai congiunti del defunto, la Cassazione ha più volte ribadito che a loro spetta, oltre al danno patrimoniale, anche il risarcimento del danno non patrimoniale – e in particolare, di quello morale – iure proprio sofferto per la perdita del congiunto, dovendo essi provare la effettività e la consistenza della relazione parentale, ma non anche il rapporto di convivenza.

Compito del giudice di merito è quello di procedere a una valutazione equitativa che tenga conto di tutte le circostanze del caso concreto e secondo criteri (la cui scelta e adozione è rimessa alla prudente discrezionalità del giudice) che siano idonei a consentire la cosiddetta personalizzazione del danno, al fine di addivenire a una liquidazione equa, e cioè congrua, adeguata e proporzionata, rispondente al principio dell’integralità del ristoro, e pertanto non meramente simbolica o irrisoria, o comunque non correlata all’effettiva natura o entità del danno, ma tendente (in considerazione della particolarità del caso concreto e della reale entità del danno) alla maggiore approssimazione possibile all’integrale risarcimento.

In particolare, è stato affermato che:

  • le Tabelle di Milano costituiscono idoneo parametro da prendersi a riferimento, da parte del giudice di merito, ai fini della liquidazione equitativa del danno non patrimoniale ovvero quale criterio di riscontro e verifica della liquidazione diversa alla quale si sia pervenuti, mediante l’apporto dei necessari ed opportuni correttivi ai fini della c.d. personalizzazione;
  • la liquidazione deve rispondere ai principi dell’integralità del ristoro, e pertanto:
    • a) non può essere puramente simbolica o irrisoria, o comunque non correlata all’effettiva natura o entità del danno ma deve tendere, in considerazione della particolarità del caso concreto e della reale entità del danno, alla maggiore approssimazione possibile all’integrale risarcimento;
    • b) deve concernere tutti gli aspetti (o voci) di cui la categoria del danno non patrimoniale si compendia, escludendo le sole duplicazioni risarcitorie, le quali si configurano (solo) allorquando lo stesso aspetto (o voce) sia computato due o più volte, sulla base di diverse, meramente formali, denominazioni;
  • nel liquidare il danno morale il giudice deve dare motivatamente conto del relativo significato a esso attribuito e, in particolare, se lo abbia valutato non solo quale patema d’animo o sofferenza interiore o perturbamento psichico, di natura meramente emotiva e interiore (danno morale soggettivo), ma anche in termini di dignità o integrità morale, quale massima espressione della dignità umana.

La decisione

Nel caso in esame, la corte d’appello aveva omesso di indicare nella sentenza impugnata: il tipo di Tabella utilizzata; lo scaglione preso a riferimento per ciascuna delle ricorrenti; il quomodo e il quantum della personalizzazione; gli aspetti o voci del danno non patrimoniale presi in considerazione; la valutazione del danno morale; il criterio adottato ai fini dell’operata sottrazione, dall’ammontare liquidato dal giudice di prime cure, della “componente punitiva non prevista dal nostro ordinamento giuridico”.

Tanto è bastato ai giudici Ermellini, per accogliere il ricorso delle ricorrenti e cassare con rinvio la decisione impugnata.

Avv. Sabrina Caporale

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