Nel demansionamento si distingue il danno patrimoniale derivante da impoverimento e il danno non patrimoniale comprendente lesione fisica e interessi costituzionalmente tutelati

In tema di demansionamento, occorre distinguere il danno patrimoniale, derivante dall’impoverimento della capacità professionale del lavoratore o dalla mancata acquisizione di maggiori capacità, con la connessa perdita di chances, da quello non patrimoniale comprendente sia l’eventuale lesione dell’integrità psico-fisica del lavoratore, sia il danno esistenziale, da intendersi come ogni pregiudizio di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile, provocato sul fare areddituale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all’espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno, sia infine la lesione arrecata all’immagine professionale ed alla dignità personale del lavoratore.

In tali termini si è espresso il Giudice del Lavoro del Tribunale di Chieti (Sez. Lav., sentenza n. 205 del 22 settembre 2020). La vicenda è singolare in quanto i lavoratori che si ritengono danneggiati sono dipendenti degli Uffici del Tribunale di Chieti. I lavoratori agiscono in giudizio per vedere accertata e dichiarata la condotta illecita dell’amministrazione ministeriale e conseguentemente per vedere risarciti i danni patrimoniali e non patrimoniali patiti che vengono quantificati nell’importo di euro 68.686,00 per ciascun dipendente.

I lavoratori sostengono di essere stati inquadrati nell’area funzionale B con la qualifica di cancelliere, che il 14.9.2007 era stato sottoscritto il nuovo C.C.N.L. Comparto Ministeri 2006/2009 recante un nuovo sistema di classificazione del personale, basto su tre Aree e su fasce retributive con la previsione di progressioni tra le aree e di sviluppi economici all’interno delle aree; che il 29 luglio 2010 il Ministero della Giustizia aveva sottoscritto con alcune soltanto delle OO.SS. un nuovo C.C.N.L. Integrativo, per effetto del quale essi erano stati collocati nella Seconda area e non nella Terza Area dei profili professionali delineati dal sud detto C.C.N.L.; che il Tribunale di Chieti Tribunale con sentenza del 2016 aveva dichiarato la nullità delle declaratorie contenute nell’allegato A del Contratto Collettivo Integrativo del 29.07.2010 e relative alla seconda area-profilo professionale del cancelliere; che con sentenza del 2017 la Corte di Appello aveva respinto l’appello principale del Ministero della Giustizia e accolto il proprio appello incidentale, condannando il Ministero a portare a compimento le procedure concorsuali per l’accesso alla professionalità del cancelliere posizione Cl; che la situazione di demansionamento accertata e dichiarata dal Tribunale di Chieti e dalla Corte di Appello dell’Aquila si era protratta fino al 9 novembre 2017, quando era stato emanato il D.M. del Ministero della Giustizia avente ad oggetto la “Rimodulazione dei profili professionali del personale non dirigenziale dell’Amministrazione giudiziaria, nonché individuazione di nuovi profili ai sensi dell’articolo 1, comma 2-octies, del decreto-legge 30 giugno 2016, n. 117, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 agosto 2016, n. 161” ed erano state riordinate le mansioni dei vari profili, con restituzione al cancelliere di “tutte le attività che per legge sono attribuite al cancelliere”.

Per tali ragioni i lavoratori invocano il diritto al risarcimento del danno alla professionalità connesso alla mancata attività professionale e all’illecito demansionamento derivante dalla riduzione quantitativa dei compiti lavorativi, che quantificano in via equitativa facendo riferimento alla quota del 50% della retribuzione mensile per ogni mese di demansionamento.

Il Tribunale di Chieti, preliminarmente dichiara ammissibile la domanda dei lavoratori, mentre nel merito non ritiene fondate le ragioni dei lavoratori.

In tema di demansionamento, ricorda il Tribunale facendo richiamo alla decisione 24585/2019 della Suprema Corte, è necessario distinguere: il danno patrimoniale e il danno non patrimoniale.

Nel demansionamento il danno patrimoniale deriva dall’impoverimento della capacità professionale del lavoratore o dalla mancata acquisizione di maggiori capacità, con la connessa perdita di chances, ovverosia di ulteriori possibilità di guadagno.

Il danno non patrimoniale  comprende sia l’eventuale lesione dell’integrità psico-fisica del lavoratore, sia il danno esistenziale, da intendersi come ogni pregiudizio di natura non meramente emotiva ed interiore, provocato sul fare areddituale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all’espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno, sia anche la lesione arrecata all’immagine professionale ed alla dignità personale

Tali pregiudizi sono risarcibili quando la condotta illecita del datore di lavoro abbia violato in modo grave i diritti del lavoratore che costituiscano oggetto di tutela costituzionale.

Il relativo accertamento deve essere svolto in relazione  alla persistenza del comportamento lesivo, alla durata e reiterazione delle situazioni di disagio professionale e personale, nonché all’inerzia del datore di lavoro rispetto alle istanze del lavoratore, anche a prescindere da uno specifico intento di declassarlo o svilirne i compiti.

In argomento, già in periodo risalente (SS.UU. 6572/2006) è stato affermato che il danno professionale, consistente nell’impoverimento della capacità professionale e dalla perdita di chance, può essere riconosciuto solo in presenza di precisa allegazione da parte del lavoratore.

Ed ancora, in tema di prova e sempre con specifico riguardo al danno da demansionamento (SS.UU. 19596/2008), è stato chiarito che per la configurazione di una presunzione giuridicamente valida è sufficiente che dal fatto noto sia desumibile quello ignoto, alla stregua di un giudizio di probabilità basato sull’id quod plerumque accidit (in virtù della regola dell’inferenza probabilistica).

Proprio per tali ragioni quando si invoca il danno da demansionamento il lavoratore deve indicare in maniera specifica e precisa quale danno ha subito e fornirne la relativa prova concreta.

La prova può essere fornita anche attraverso presunzioni gravi, precise e concordanti, ma il lavoratore è comunque onerato dal dimostrare quali siano tali elementi presuntivi, la qualità e la quantità dell’attività svolta, la natura della professionalità coinvolta e la durata del lamentato demansionamento.

In tale contesto il Giudice deve verificare di volta in volta, e in concreto, se il lamentato danno sia sussistente, per poi determinarne l’ammontare.

Nel caso oggetto della decisione in commento i Cancellieri del Tribunale non hanno specificato se la richiesta risarcitoria avanzata si riferisce a un danno patrimoniale o non patrimoniale, ma soprattutto non hanno dedotto e quali fossero le caratteristiche delle attività lavorative svolte concretamente prima del luglio 2010 e da allora fino al novembre 2017.

Ulteriormente, i lavoratori non hanno allegato quali arricchimenti professionali siano venuti meno o quali sarebbero stati gli effettivi vantaggi conseguibili in caso di retrodatazione dell’inquadramento professionale.

In buona sostanza, le domande dei lavoratori sono state generiche e il Giudice del Lavoro non è stato posto in grado di comprendere quali sarebbero stati i compiti lavorativi ridotti nell’arco temporale in questione.

Per tali ragioni, esclusa la possibilità di procedere ad una liquidazione di tipo automatico del danno e in assenza di allegazioni specifiche sulle condizioni personali e soggettive dei lavoratori, sul tipo di lesione alla professionalità subita il Tribunale rigetta il ricorso.

La decisione di merito qui in analisi, pregevole per l’attenta disamina sulla genesi del danno da demansionamento delineata dagli interventi delle Sezioni Unite, non si è discostata da tale profilo.

Tuttavia, la circostanza che il ricorso sia stato rigettato (anche) per non essere stato specificato se la richiesta risarcitoria avanzata riguardava un danno patrimoniale o non patrimoniale, pare stridere con il principio secondo il quale “è il Giudice a dover correttamente qualificare la domanda”. 

Avv. Emanuela Foligno

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