Discoartrosi e gonoartrosi non riconosciute di derivazione professionale in quanto il lavoratore non ha dedotto durata e frequenza delle mansioni e delle posture (Corte di Appello di Roma, IV Sez. Lavoro, Sentenza n. 1070/2021 del 19/03/2021- RG n. 39/2017)

Con ricorso il lavoratore propone appello avverso la sentenza emessa dal Tribunale di Tivoli n. 734/2016 che rigettava la domanda di rendita Inail, in relazione alla denunciata malattia professionale.

Il lavoratore censura la decisione di primo grado rilevando che erroneamente il Giudice di prime cure escludeva il nesso causale tra la patologia contratta e l’attività lavorativa espletata, omettendo di pronunciarsi sulla richiesta di ammissione della prova testimoniale articolata in ricorso.

Censura, inoltre, la condanna al pagamento delle spese di CTU, senza tener conto della dichiarazione ex art. 152, disp. att. c.p.c., ritualmente formulata in atti.

Chiede, quindi, alla Corte, in riforma della gravata sentenza, di accertare che le patologie denunciate in data 28.9.2011 sono state contratte in occasione ed a causa dell’attività lavorativa e condannare l’Inail a costituire la rendita vitalizia commisurata alla percentuale del 25% per la discoartrosi e del 20% per gonartrosi e comunque in misura non inferiore al 16%.

Si costituisce in giudizio l’Inail invocando il rigetto delle pretese del lavoratore.

La causa viene istruita attraverso Consulenza Medico-Legale, al cui esito viene ritenuto parzialmente fondato l’appello solo in punto di spese.

Preliminarmente la Corte evidenzia che l’Inail, costituendosi in primo grado non ha contestato le mansioni e l’attività lavorativa svolta dal ricorrente così come descritta nei capitoli 1 e 2 dell’originario ricorso introduttivo.

Conseguentemente, l’espletamento di tali mansioni deve ritenersi pacifica fra le parti e definitivamente accertata nella sentenza di primo grado, con conseguente irrilevanza della prova testimoniale richiesta.

Passando all’incidenza causale di tale attività lavorativa sull’eziopatogenesi della menomazione fisica sofferta dal lavoratore e sul l’incidenza della stessa sull’integrità fisica del lavoratore, la Corte recepisce integralmente gli esiti della CTU Medico-Legale disposta.

Nel caso di malattie a genesi plurifattoriale, quali quelle denunciate dall’appellante, la valutazione del nesso di causalità deve essere effettuata mediante riferimento alle concrete condizioni nelle quali si è svolta l’attività lavorativa e all’ambiente di lavoro nel quale questi si è trovato ad operare.

Difatti, per le malattie plurifattoriali non è sufficiente che lo specifico rischio lavorativo abbia, o possa avere, in quale modo influito sul decorso dell’affezione morbosa, ma deve sussistere un nesso di causalità concreto, con le attività lavorative cui si vogliono attribuire.

La Suprema Corte al riguardo ha statuito che: “Nell’ipotesi di malattia ad eziologia multifattoriale, il nesso di causalità relativo all’origine professionale della malattia non può essere oggetto di semplici presunzioni tratte da ipotesi tecniche teoricamente possibili, ma necessita di una concreta e specifica dimostrazione che può essere data anche in termini di probabilità sulla base della particolarità della fattispecie, essendo impossibile, in molti casi, ottenere la certezza dell’eziologia; è, tuttavia, necessario acquisire il dato della “probabilità qualificata”, da verificarsi attraverso ulteriori elementi, come ad esempio i dati epidemiologici, idonei a tradurre la conclusione probabilistica in certezza giudiziale”.

L’appellante dal 1976 al 2004 ha lavorato come titolare di impresa individuale di artigiano idraulico e poi, fino al pensionamento nel 2013, come commerciante.

Nell’ambito dell’attività di idraulico, ha svolto anche attività accessorie di muratura, ha utilizzato martelli pneumatici, trapani e frullini ed ha frequentemente mantenuto posture incongrue, o lavorava inginocchiato.

Nulla, però, è stato dedotto sulla effettiva durata e frequenza delle mansioni e delle posture che avrebbero potuto rivestire il ruolo patologico lamentato.

Il CTU ha, pertanto, escluso la sussistenza di elementi che forniscano una esatta indicazione qualificativa delle ripercussioni della attività lavorativa espletata sulle patologie denunciate (discoartrosi lombare e gonoartrosi bilaterale) .

Nello specifico, il Consulente ha concluso, come già evidenziato dal CTU in primo grado, che per la denunciata malattia professionale ” non sussistono elementi oggettivi sufficienti a potersi riconoscere la connotazione di malattia professionale delle stesse infermità”.

Le conclusioni del CTU vengono condivise dal Collegio.

Per tale ragione viene esclusa la sussistenza di nessi deterministici o condeterministici tra l’attività lavorativa svolta e le manifestazioni patologiche della malattia denunciata .

Vengono, invece, accolte, le doglianze dell’appellante inerenti la condanna in solido al pagamento delle spese di CTU.

Infatti, con dichiarazione sostitutiva il lavoratore aveva dichiarato di aver percepito un reddito inferiore a quello previsto dall’ art. 152 disp. att. c.p.c. ai fini dell’irripetibilità delle spese processuali.

Tanto è vero che il primo Giudice ha dichiarato le spese processuali irripetibili, senza però tenere in considerazione che anche le spese di CTU rientrano nelle spese processuali e dovevano essere dichiarate irripetibili.

Conseguentemente, in parziale riforma della sentenza impugnata, che per il resto viene confermata, le spese di CTU devono essere poste integralmente a carico dell’Inail.

La parziale soccombenza reciproca consente l’integrale compensazione delle spese processuali fra le parti, mentre le spese di CTU di appello vengono poste integralmente a carico dell’Inail.

In conclusione, la Corte d’Appello di Roma, in parziale riforma della sentenza resa dal Tribunale di Tivoli, che nel resto conferma, pone le spese di CTU di primo grado a carico dell’Inail e compensa integralmente fra le parti le spese del grado d’appello.

Avv. Emanuela Foligno

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