A fronte di un deficit permanente del 13%, lievemente superiore alle cd micropermanenti, i giudici di merito avevano riconosciuto al danneggiato una personalizzazione del danno di oltre il 40%: la Suprema Corte ha cassato la sentenza per difetto di specifica motivazione sul punto

La giurisprudenza ha più volte affermato che “soltanto in presenza di circostanze “specifiche ed eccezionali”, tempestivamente allegate dal danneggiato, le quali rendano il danno concreto più grave, sotto gli aspetti indicati, rispetto alle conseguenze ordinariamente derivanti dai pregiudizi dello stesso grado sofferti da persone della stessa età, è consentito al giudice, con motivazione analitica e non stereotipata, incrementare le somme dovute a titolo risarcitorio in sede di personalizzazione del danno“.

La vicenda

Con atto di citazione due coniugi convenivano in giudizio la struttura sanitaria e due medici, al fine di accertarne la responsabilità per i danni subiti dal minore e dalla madre in occasione del parto.

Deducevano che i due medici avevano colposamente concorso a determinare le lesioni permanenti, sia al minore, che alla madre.

Nel caso di specie la menomazione concreta era rappresentata da una distocia della spalla che aveva determinato postumi permanenti nella misura del 13%.

I ricorrenti individuavano il pregiudizio nei danni patrimoniali (lucro cessante da inabilità permanente e danno emergente da perdita di possibilità attuale e futura – cd perdita di chance – lucro cessante da inabilità temporanea, ed emergente e per spese vive sostenute e da sostenersi) e non patrimoniali (biologico da invalidità permanente e temporanea, alla vita di relazione, alla veste estetica, morale soggettivo, esistenziale, alla vita privata, al rapporto familiare parentale, per la lesione del diritto ad una compiuta informativa e, comunque, per la lesione dei diritti personalissimi inviolabili), oltre rivalutazione e interessi ed attribuzione al difensore delle spese di lite.

Nel 2017 la Corte d’Appello di Napoli, in riforma della pronuncia di primo grado, condannava la struttura, i due medici e le rispettive assicurazioni al risarcimento dei danni in favore degli appellanti, oltre al pagamento delle spese legali.

Il ricorso per Cassazione

Col primo motivo l’assicurazione ha dedotto la violazione agli artt. 1226 e 2729 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, nella determinazione del danno extra patrimoniale in favore del minore. La Corte territoriale, pur facendo riferimento ai criteri contenuti nelle tabelle milanesi aveva erroneamente personalizzato il danno nella misura massima del relativo parametro.

La personalizzazione del danno a detta del ricorrente – dovrebbe essere al contrario riferita a situazioni assolutamente particolari non ricorrenti nel caso di specie, in cui il deficit permanente del 13% era lievemente superiore alle cd micropermanenti.

Oggetto di ricorso è stata anche la violazione degli artt. 1223,1226 e 2729 c.c., quanto alla determinazione del danno patrimoniale in favore del minore. La sola circostanza che il padre del danneggiato fosse un carabiniere non poteva certo costituire una presunzione in ordine alla predisposizione del figlio per la carriera militare che richiede, invece, il superamento di prove selettive. Sotto altro profilo la lieve percentuale invalidante non sarebbe tale da compromettere una lunga serie di attività lavorative, soprattutto di carattere sedentario, con retribuzioni anche più elevate rispetto alle mansioni manuali.

Da escludersi secondo la ricorrente era anche la configurabilità di una compromissione di tipo esistenziale “compatibile con lesioni particolarmente serie e non con quelle in concreto riscontrate”.

Il giudizio di legittimità

Il primo motivo è stato accolto perché fondato. La Corte di Cassazione ha più volte affermato che “in presenza di un danno permanente alla salute, costituisce duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione di una somma di denaro a titolo di risarcimento del danno biologico, e l’attribuzione di una ulteriore somma a titolo di risarcimento dei pregiudizi di cui è già espressione il grado percentuale di invalidità permanente (quali i pregiudizi alle attività quotidiane, personali e relazionali, indefettibilmente dipendenti dalla perdita anatomica o funzionale: ovvero il danno dinamico-relazionale).

In presenza di un danno permanente alla salute, la misura standard del risarcimento prevista dalla legge o dal criterio equitativo uniforme adottato dagli organi giudiziari di merito (oggi secondo il sistema c.d. del punto variabile) può essere aumentata solo in presenza di conseguenze dannose del tutto anomale ed affatto peculiari. Le conseguenze dannose da ritenersi normali e indefettibili secondo l’id quod plerumque accidit (ovvero quelle che qualunque persona con la medesima invalidità non potrebbe non subire) non giustificano alcuna personalizzazione in aumento del risarcimento.

La personalizzazione del danno

Le conseguenze della menomazione, sul piano della loro incidenza sulla vita quotidiana e sugli aspetti “dinamico-relazionali”, che sono generali ed inevitabili per tutti coloro che abbiano patito il medesimo tipo di lesione, non giustificano alcun aumento del risarcimento di base previsto per il danno non patrimoniale. Al contrario, le conseguenze della menomazione che non sono generali ed inevitabili per tutti coloro che abbiano patito quel tipo di lesione, ma sono state patite solo dal singolo danneggiato nel caso specifico, a causa delle peculiarità del caso concreto, giustificano un aumento del risarcimento di base del danno biologico.

Nel caso di specie la menomazione concreta era rappresentata da una distocia della spalla che aveva determinato postumi permanenti nella misura del 13% e cioè una invalidità qualificata in misura prossima al tetto dei danni biologici di lieve entità (cd micropermanenti).

In presenza di tali presupposti era stata riconosciuta una personalizzazione del danno di oltre il 40% in difetto di una specifica motivazione, che avrebbe dovuto essere adottata al fine di giustificare, in primo luogo, la ragione per la quale quel pregiudizio non risultava già assorbito nel danno biologico liquidato e, in secondo luogo, i criteri sottesi ad una personalizzazione così significativa, riferita ad una menomazione comunque, lieve.

Il danno alla capacità lavorativa generica

I giudici della Suprema Corte (Terza Sezione Civile, sentenza n. 28898/2019) hanno inoltre affermato che “il danno alla capacità lavorativa generica rientra nell’alveo di quello biologico. Infatti, tale pregiudizio non attiene alla produzione del reddito, ma si sostanzia, in quanto modo di essere del soggetto, in una menomazione all’efficienza psicofisica (Cass. n. 1816 del 25 agosto 2014) e il danno va valutato unitariamente, in termini di cenestesi lavorativa, tenendo in considerazione quanto dedotto da questa Corte con riferimento al primo motivo di ricorso. In realtà, l’evento lesivo può incidere in vari modi sull’attività di lavoro dell’infortunato.

Si può dare il caso:

  • che la vittima conservi il reddito, ma lavori con maggior pena. È questo il danno da lesione della cenestesi lavorativa, e cioè la compromissione della sensazione di benessere connessa allo svolgimento del proprio lavoro. In tal caso, il danneggiamento della cenestesi lavorativa si presterà di regola a essere risarcito attraverso un appesantimento del risarcimento del danno biologico, in via di personalizzazione cioè, a meno che la maggiore usura, la maggiore penosità del lavoro non determinino l’eliminazione o la riduzione della capacità del danneggiato di produrre reddito, nel qual caso, evidentemente, il pregiudizio andrà risarcito come danno patrimoniale (Cass. n. 20312 del 2015);
  • che la vittima abbia perso in tutto o in parte il proprio reddito: non il lavoro, ma il reddito, il che significa che non ne produce al momento e non sarà più in grado di produrne in futuro: in questo caso si è evidentemente di fronte a un danno patrimoniale da lucro cessante, da liquidare in base al reddito perduto; 3) che la vittima abbia perso il lavoro ma possa svolgerne altri, compatibili con la propria formazione professionale: anche questo è un danno patrimoniale, da liquidare tenendo conto e del periodo di inoccupazione e della verosimile differenza (ove sussistente) tra reddito perduto e presumibile reddito futuro;
  • che la vittima un lavoro non l’aveva, e non potrà più averlo a causa della invalidità: anche questo è una danno patrimoniale da lucro cessante, da liquidare in base al reddito che verosimilmente il soggetto leso, ove fosse rimasto sano, avrebbe percepito.

La decisione

Sotto tale profilo la prova della presumibile attività futura va supportata da presunzioni gravi, precise e concordanti e anche sotto tale aspetto le conclusioni del giudice di appello non erano risultate rigorose, anche perché non consideravano le attività lavorative compatibili con la menomazione fisica riscontrata. Al contrario, i giudici della Corte territoriale avrebbero dovuto verificare se, sulla base della relazione del consulente tecnico d’ufficio, fosse stata espressa una concreta incidenza sulla capacità lavorativa specifica e, in particolare, rispetto a quali tipologie di attività lavorative.

Avv. Sabrina Caporale

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