Negato il risarcimento da “danno estetico” a una bambina venuta al mondo con un parto cesareo durante il quale le era stata procurata una ferita alla guancia con esiti cicatriziali permanenti

Nel 2006 avevano agito in giudizio nei confronti dell’ASL di Salerno e del medico, dipendente della stessa Azienda, che aveva operato il taglio cesareo da cui era venuta al  mondo la loro prima figlia. In base all’ipotesi accusatoria il dottore aveva provocato per imperizia una ferita alla guancia sinistra della neonata, guarita con esiti cicatriziali permanenti, estesi per due centimetri. Da li la richiesta di condanna dei convenuti , avanzata dai genitori, al risarcimento in solido dei danni patiti.

In primo grado il Tribunale, accertato che la piccola aveva patito in conseguenza dell’errore medico una invalidità permanente stimata dal medico-legale ausiliario dell’Ufficio nella misura del 2-3%, aveva accolto la domanda, liquidando 268.594,47 euro a favore della bambina. Il Giudice, nello specifico, era pervenuto a tale valutazione ritenendo che spettasse alla minore il risarcimento del danno biologico; l’aumento equitativo del relativo risarcimento; il risarcimento del danno estetico; il risarcimento del danno da perdita di chances.

La Corte d’appello, tuttavia, accogliendo il gravame proposto dalla ASL, aveva riformato la sentenza ritenendo che non fosse stata dimostrata l’esistenza di alcun danno da perdita di chances e che erroneamente il Tribunale aveva accordato alla danneggiata sia il risarcimento del danno biologico, sia il risarcimento del danno estetico, in quanto quest’ultimo non rappresenta una categoria di danno autonoma e diversa rispetto al danno biologico. Da li la rideterminazione del non patrimoniale sofferto dalla bambina nella minor somma di 10.707,42 euro, oltre accessori.

Nel ricorrere per cassazione i genitori della danneggiata lamentavano l’erroneità delle somme conteggiate dal Collegio distrettuale.

Ma la Suprema Corte, con l’ordinanza n. 14483/2020, ha confermato il principio ripetutamente affermato dalla giurisprudenza di legittimità e puntualmente applicato dal Giudice a quo in base al quale il c.d. “danno estetico” non è che un modo diverso di chiamare le lesioni della salute che guariscano con effetti deturpanti od inestetismi.

Infatti – sottolineano dal Palazzaccio – a colui il quale riporti uno sfregio permanente del viso guarito con postumi permanenti, la liquidazione del danno biologico permanente non lascia spazio alcuno per la successiva liquidazione di un preteso “danno estetico”: in questo caso il danno biologico è il danno estetico, e la liquidazione dell’invalidità permanente ristorerà le conseguenze ordinariamente derivanti da quel tipo di postumi.

Il grado di invalidità permanente determinato dal consulente sulla base di un baréme medico legale, e condiviso dal giudice, esprime – aggiungono ancora gli Ermellini –  la misura in cui il pregiudizio alla salute incide su tutti gli aspetti della vita quotidiana della vittima, restando preclusa la possibilità di un separato ed autonomo risarcimento di specifiche fattispecie di sofferenza patite dalla persona, quali il danno alla vita di relazione e alla vita sessuale, e, per l’appunto, il “danno estetico”.

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