La nostra società è bombardata da immagini. Video, foto, ritratti, opere artistiche, immagini digitali e ibridi vari. L’introduzione della fotografia nell’Ottocento ha difatti sconvolto tecnologicamente la società sin da subito e le questioni giuridiche legate a questa tecnica sono emerse immediatamente. Le prime sentenze sull’uso dell’immagine risalgono già alla seconda metà del XIX secolo.

immagini-rivoluzione-digitale-responsabile-civile

Parimenti silenziosa e parimenti sconvolgente è la rivoluzione digitale degli ultimi decenni, che ha investito tutto il mondo dell’immagine. Le nuove tecniche fotografiche, ma soprattutto i nuovi strumenti digitali di intervento modificativo sulle immagini stesse, hanno avuto (e hanno) un impatto giuridico che non viene ancora propriamente percepito. Un piccolo accenno esemplificativo è quello dello “screenshot” che permette di catturare l’immagine di qualsiasi contenuto digitale passi attraverso uno schermo, trasformandolo in contenuto fotografico (che per il diritto è inquadrabile nella disciplina della foto documentale).

Ma bisogna fare un passo indietro prima di indagare gli effetti giuridici delle nuove tecnologie fotografiche. Errore comune è quello di confondere l’immagine (ossia buon nome, reputazione, credibilità, autorevolezza, qualità morali e professionali ecc.) con il ritratto (ossia la riproduzione, in relazione ai mezzi espressivi adoperati, dell’immagine di una persona). Quest’ultima non necessita di essere “fedele”. Significa che è bastevole riprodurre le caratteristiche essenziali (ad esempio una caricatura) di un soggetto, affinché si abbia un ritratto. Il quale è di norma un’opera dell’ingegno (dunque una pittura, un disegno, una scultura, una fotografia, il fotogramma di un film, un murales ecc.).

Riguardo all’immagine/ritratto fotografico (sia analogico che digitale), si delinea proprio da qui la distinzione in opere fotografiche, fotografie semplici o fotografia documentali. Le prime sono vere e proprie opere dell’ingegno, frutto della creatività e dell’intelletto, e come tali rientranti nella disciplina delle opere protette dall’art. 2 al 7 della legge n. 633/1941 (Legge sul diritto d’autore) e successive modificazioni.

Le seconde sono “le immagini di persone o di aspetti, elementi o fatti della vita naturale e sociale, ottenute col processo fotografico o con processo analogo, comprese le riproduzioni di opere dell’arte figurativa e i fotogrammi delle pellicole cinematografiche”. Dunque le normali fotografie che possiamo scattare in luoghi privati o pubblici. Quanto alle terze, invece, si riferiscono a fotografie relative a scritti, documenti, oggetti materiali, disegni tecnici e prodotto similari. Esse godono di una tutela più limitata e comunque subordinata alla presenza del richiamo di alcuni dati segnatamente previsti dalla normativa (nome dell’autore, anno di riproduzione ecc.).

Tutto ciò si interseca con la disciplina della tutela della privacy (D.Lgs 196/2003 e successive modifiche), che lavora su un piano differente: quello della tutela dei dati cd. sensibili. Ovviamente le due discipline vanno combinate caso per caso. La tutela di questi diritti, diventa comprensibilmente difficoltosa (se non diabolica) nell’attuale mondo virtuale, ove un’immagine immessa in rete, può essere più o meno facilmente trovata, salvata, riprodotta ed utilizzata, anche in maniera abusiva e senza consenso implicito o esplicito (per ciò che attiene al diritto d’autore) o espresso (per ciò che attiene alla tutela della privacy) da parte dell’autore o del soggetto ritratto.

Stando alle discipline sopra richiamate, si potrebbe tranquillamente sostenere che le foto pubblicate tramite piattaforme quali Instagram (che consentono l’apposizione di “filtri” cromatici e ritocco dell’immagine), rientrino nella tutela delle opere fotografiche. Più difficoltoso l’inquadramento delle fotografie pubblicate su altre piattaforme quali Facebook o Twitter ecc., che andrebbero valutate caso per caso. A tutto questo panorama dobbiamo aggiungere che tutte queste categorie fotografiche e ritrattistiche, assurgono sempre più a strumento probatorio nelle aule dei tribunali. Sia in campo civile, che penale. Lo vediamo tutti i giorni:  in cause civili. I problemi probatori, ma anche quelli richiamati in premessa quanto a privacy e diritto d’autore, si implementano notevolmente se consideriamo le attuali tecnologie di massa di ritocco digitale e tecnologie affini.

Fra queste vi è la possibilità di “photoshoppare” a piacimento un immagine per modificarne elementi essenziali pur mantenendola realistica (e dunque può essere controverso se categorizzarla come opera fotografica o semplice fotografia). Ma vi è anche la possibilità di creare fotografie “dinamiche”. La tecnologia di alcune fotocamere (anche in smartphone), consente di effettuare una immagine a “lunga esposizione” e poi di catturare le espressioni migliori dei singoli soggetti in un fotogramma.

Esso appare come una fotografia di un momento reale, ma è in verità la combinazione di vari momenti susseguenti, riassunti in un’unica immagine. Vi sono poi tecnologie “ricostruttive”, dove si possono importare ed esportare elementi estranei di una foto ed armonizzarli, in modo da renderli realistici. La qual cosa può essere fatta anche in versione dinamica (l’esempio è l’attuale “tormentone” digitale di John Travolta in Pulp Fiction che si gira in cerca di qualcuno su vari sfondi).

Poi, per ciò che attiene ai video, le cose sono ancora più stupefacenti. Basta guardare qualche recente film fantasy per capire la portata degli effetti speciali e quanto possano essere realistiche le immagine create a computer. Tecniche che consentono addirittura di creare interi lungometraggi completamente digitali. Bisogna pertanto chiarire che quando si parla di “alterazione” di un’immagine foto o video, non si parla solamente di aggiungere, eliminare o modificare gli elementi fotografici, ma si tratta anche di intervenire digitalmente sulla fotografia. In questo rientrano anche modifiche di luminosità, contrasto, effetti, luci, ombre o l’apposizione di “watermarks” (piccoli segni in sovraimpressione usati comunemente per garantire la fonte della fotografia e impedirne una riproduzione non autorizzata).

Ma la questione dunque diventa l’uso, l’attendibilità e la verificabilità di questi elementi probatori, una volta immessi in un sistema giudiziale. La portata della questione si capisce dal caso del video di sorveglianza che i Carabinieri del RIS avrebbero “confezionato” apposta per la stampa nel processo sull’omicidio di Yara Gambirasio. Ma questo è solo uno dei tantissimi esempi, veri o ipotetici, che si possono fare. Già si comprende come, al di là del mero dato probatorio in un giudizio, l’impatto emotivo di un video o una foto possa avere notevoli risvolti sull’opinione pubblica, politica e, di riflesso, giuridica (e sia che le foto/video siano reali, ritoccate o alterate. O addirittura confezionate). Lo prova la foto del bimbo morto sulle spiagge greche, che ha addirittura smosso la UE per cambiare la propria politica di ricezione migratoria nell’affrontare il problema dei profughi siriani.

Il vero problema dunque rimane quello di accertare la veridicità di un’immagine e quali, quante, e in che grado e forma, alterazioni abbia subito. Questo implica anche il successivo problema giuridico di quando una foto o un video possano essere considerati comunque veritieri o reali anche in presenza di alcune modifiche (e quali). Problema aperto (che sinora nessuno si è posto!). Accertare l’integrità di una immagine o di un video rappresenta un compito molto più difficile di quando l’immagine era impressa chimicamente su una pellicola. Va controllata una quantità enorme di dati digitali. Il passo successivo è quello dell’interpretazione sull’attendibilità di tali dati.

Bisogna quindi per prima cosa ricostruire la cosiddetta “catena di custodia” (chain of custody) per garantire la non alterabilità dei dati. E ciò andrebbe inteso come pre-requisito indispensabile alla accettazione di qualsiasi fonte di prova. È poi fondamentale l’analisi dei cosiddetti “metadati”, ossia di tutte quelle informazioni contenute nello “stream” del file in cui sono incorporati informazioni digitali come la data di creazione, le impostazioni della macchina al momento di riprendere l’immagine, eventuali miniature delle immagini (thumbnail) e le coordinate GPS della posizione della camera al momento dello scatto. Questi metadati possono essere utilizzati per evidenziare le eventuali manipolazioni dell’immagini, ma vi è comunque la possibilità che un professionista informatico riesca ad hackerare tutti questi parametri mediante appositi software, rendendoli così verosimili.

E le cose si complicano sempre più se guardiamo all’imminente rivoluzione tecnologica di Iot, Big Data, ologrammi e realtà artificiale. Il nostro Codice Civile, pur nella lungimiranza del legislatore degli anni ’40, non è sufficiente ad apprestare una disciplina completa a tali nuovi problemi. Esso dedica al tema il libro VI, titolo II “Delle prove”, capo II, “Della prova documentale”, dove però si parla genericamente di riproduzioni meccanizzate.  L’introduzione della prova fotografica e video nel processo (sia civile che penale) è comunque ormai acclarata dalla giurisprudenza e da alcune norme di riferimento sui documenti informatici e digitali.

Ma i problemi permangono. Soprattutto in ordine alla controprova. Questo poiché se è vero che i programmi di fotoritocco hanno ormai un uso e una portata di massa, non è altrettanto per i programmi che possono svelare se l’immagine sia stata alterata in qualsiasi modo. L’individuo contro il quale sia stato prodotto un video o una foto ritoccati, alterati o completamente artefatti, non avrà perciò grandi ed efficaci (e soprattutto risolutori) mezzi per provarne la non autenticità. E tali problematiche, al mondo d’oggi, iniziano a diventare molto, molto importanti.

Ulteriore, più sibillino, e sicuramente meno immediato aspetto è quello relativo all’uso “mediatico” di una qualsiasi immagine. La qual cosa può essere fatta (ed è fatta dai grandi Max Media e dalle grandi Corporation multimediali) utilizzando le tecniche di Neuroeconomics e Neuromarketing. Ossia quelle tecniche grazie alle quali immagini, testi, esperienze interattive ecc. vengono strutturate appositamente per indurre il consumatore o il fruitore di un contenuto a una determinata azione od opinione.

Ciò involve tutte le sfere giuridiche di privacy, diritto d’autore e persino di diritti fondamentali. Ampio argomento di cui tratteremo in separata sede. Ma per ciò che attiene al tema in parola, foto, video, immagini e in genere contenuti multimediali, vengono utilizzati – per scopi commerciali e o “politici” – per indurre acquisti (quindi la conclusione di un contratto) o enfatizzare opinioni o posizioni. Lo fanno sfruttando una cosa dalla quale non possiamo difenderci: noi stessi. Il nostro cervello primordiale risponde automaticamente (e senza che ce ne rendiamo conto) a determinati stimoli. E lo fa (quasi) sempre in determinati modi. Le Neuroeconomics Science studiano tali meccanismi. Il Neuromarketing li sfrutta per vari fini.

Questo significa che un’immagine alterata o falsa può essere utilizzata sia per indurci a porre in essere un contratto (banalmente una foto di copertina di qualche V.I.P. ci può indurre ad acquistare quel particolare giornale), o influire sull’opinione pubblica tramite i media e – dunque, per riflesso – sui più importanti “luoghi” di azione del diritto: politica e processi. È ovvio che questo tipo di nuova realtà digitale necessita urgentemente di un intervento normativo adeguato, aggiornato, sistematico e armonico. Mentre lo aspettiamo (e dovremo avere un bel po’ di pazienza), abbiamo qualche elemento in più sul quale riflettere prima di condividere con leggerezza una qualsiasi nostra immagine. Buono scatto perfettibile allora.

Avv. Gianluigi. M. Riva

- Annuncio pubblicitario -

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui