Il datore di lavoro contesta che in occasione dell’infortunio sul lavoro in quota, il lavoratore si trovava in una posizione che non gli consentiva di spostarsi per evitare la caduta di oggetti provenienti dall’alto (Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 36446/2020 del 18 dicembre 2020)

La Corte di Appello di Venezia confermava la sentenza di primo grado, che condannava il datore di lavoro alla pena di 20 giorni di reclusione (sostituita con quella pecuniaria), e riteneva le generiche prevalenti sull’aggravante, per il reato di lesioni personali colpose, perchè, con colpa consistita nella mancata scelta delle attrezzature e modalità idonee a garantire condizioni sicure di lavoro in quota, cagionava la lesione di frattura femorale al dipendente che, a cavalcioni sulla barriera anti-rumore su cui avvitava delle barre, trasportate da una gru, veniva colpito al femore da una di esse che si sganciava dalla gru.

L’imputato propone ricorso per cassazione avverso la decisione d’appello.

Deduce il ricorrente la nullità della sentenza per violazione del principio del contraddittorio e lesione del diritto di difesa, avendo la Corte di Appello fondato la responsabilità sull’asserita ingerenza nella gestione del cantiere.

Lamenta, inoltre, il travisamento della prova e delle dichiarazioni testimoniali e che le norme antinfortunistiche contestate si riferiscono al rischio di caduta del lavoratore dall’alto, ma non impongono che il lavoratore debba trovarsi in una posizione che gli consenta di spostarsi al fine di evitare la caduta di oggetti dall’alto e l’esclusione di responsabilità in capo al manovratore della gru che portava a compimento la manovra nonostante l’entrata in funzione del sistema di allarme.

Gli Ermellini ritengono il ricorso inammissibile in quanto tardivo.

Il ricorso è stato depositato il lunedì 27 maggio 2019, cioè oltre il termine di sabato 25 maggio 201.

La scadenza del termine di 45 giorni, decorrente dal 10 aprile 2019, giorno di scadenza dei 90 giorni, fissati per il deposito della motivazione, dalla decisione, adottata in data 10 gennaio 2019.

Al riguardo viene ribadito che è prorogato per legge solo il termine stabilito che scade il giorno festivo, e il sabato non è un giorno festivo.

“Per tale ragione si palesa manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 172 c.p.p. in relazione alla diversa disciplina dettata dall’art. 155 c.p.c. – in base alla quale il termine stabilito a giorni, che scade il sabato, è prorogato al primo giorno non festivo essendo rimessa alla discrezionalità del legislatore ogni valutazione in ordine alla necessità di una disciplina processuale dei termini differenziata, in considerazione dei beni e degli interessi in rilievo nel processo penale, primo tra tutti quello della libertà personale (Sez. 2, n. 13505 del 31/01/2018 Cc. – dep. 22/03/2018)”.

Ciò ribadito, la Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese di lite e della sanzione pecuniaria di euro 3.000,00.

Avv. Emanuela Foligno

Hai vissuto una situazione simile? Scrivi per una consulenza gratuita a redazione@responsabilecivile.it o invia un sms, anche vocale, al numero WhatsApp 3927945623

Leggi anche:

Infortunio in itinere non denunciato al datore di lavoro

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui