Non si può pretendere dal datore di lavoro di rispettare ogni cautela possibile diretta a garantire un ambiente di lavoro a “rischio zero” di infortuni

L’infortunio sul lavoro

La Corte d’appello di Venezia, confermando la pronuncia di primo grado, aveva respinto la domanda proposta da un lavoratore volta a conseguire il risarcimento del danno risentito per effetto dell’infortunio sul lavoro occorsogli, allorquando, impegnato in lavorazioni in quota, cadeva da un ponte mobile.

A fondamento della propria decisione, la corte di merito aveva rimarcato il fatto che il lavoratore fosse stato reso edotto adeguatamente sull’uso della cintura anticaduta e del relativo moschettone, oltre che sul rischio specifico di caduta dall’alto, connesso al mancato uso degli stessi; eppure, nonostante i costanti richiami e la vigilanza sul corretto uso delle misure di protezione antiinfortunistiche, il giorno dell’incidente egli aveva inopinatamente omesso di agganciare alla cesta la cintura anticaduta, pur regolarmente indossata, “ponendo in essere una condotta anomala” ritenuta causa esclusiva dell’evento.

Il giudizio di legittimità

La Corte di Cassazione (Sezione Lavoro, sentenza n. 3282/2020) ha confermato la pronuncia della corte territoriale, affermando che “l’art. 2087 c.c. non configura una ipotesi di responsabilità oggettiva, essendo elemento costitutivo la colpa, intesa quale difetto di diligenza nella predisposizione delle misure idonee a prevenire ragioni di danno per il lavoratore. Né può desumersi da tale disposizione normativa un obbligo assoluto in capo al datore di lavoro di rispettare ogni cautela possibile e diretta ad evitare qualsiasi danno al fine di garantire così un ambiente di lavoro a “rischio zero” quando di per sé il pericolo di una lavorazione o di un’attrezzatura non sia eliminabile, neanche potendosi ragionevolmente pretendere l’adozione di strumenti atti a fronteggiare qualsiasi evenienza che sia fonte di pericolo per l’integrità psicofisica del lavoratore, ciò in quanto, ove applicabile, avrebbe come conseguenza l’ascrivibilità al datore di lavoro di qualunque evento lesivo, pur se imprevedibile e inevitabile”.

Come più volte ribadito dalla giurisprudenza di legittimità (Cass. n. 12347/2016; n. 11981/2016) non si può automaticamente presuppore, dal semplice del danno, l’inadeguatezza delle misure di protezione adottate dal datore di lavoro, ma è necessario, piuttosto, che la lesione del bene tutelato derivi causalmente dalla violazione di determinati obblighi di comportamento imposti dalla legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche in relazione al lavoro svolto.

L’assolvimento degli obblighi di sicurezza contro il rischio infortunio sul lavoro

In tal senso, è stato affermato che anche per la violazione dell’art. 4 lett. c) del d.p.r. 27 aprile 1995 n. 547 (che obbliga datori di lavoro, dirigenti e preposti a “disporre ed esigere che i singoli lavoratori osservino le norme di sicurezza contro gli infortuni ed usino i mezzi di protezione messi a loro disposizione” e postula la prioritaria dimostrazione della relativa condotta omissiva), l’assolvimento degli obblighi imposti da tale norma, deve essere verificato con riguardo alle peculiari caratteristiche dell’impresa, ai tipi di lavorazione ivi effettuati, all’entità del personale e ai diversi gradi di rischio.

Ciò non comporta, pertanto, sempre e in ogni caso una sorveglianza ininterrotta o la costante presenza fisica del controllore accanto al lavoratore, ma può anche sostanziarsi in una vigilanza generica, seppure continua ed efficace, intesa ad assicurare nei limiti dell’umana efficienza, che i lavoratori seguano le disposizione di sicurezza impartire ed utilizzino gli strumenti di protezione prescritti (Cass. n. 10066/1994).

Di tali principi di diritto aveva fatto corretta applicazione la corte di merito laddove aveva verificato, con puntuale accertamento in fatto, l’osservanza da parte del titolare, di tutte le cautele possibili atte a prevenire l’evento di danno.

La conferma della decisione di merito

Gli accertamenti compiuti dalla corte territoriale, conformi agli approdi cui era pervenuto anche il giudice di prima istanza, convergevano univocamente nel definire come effettiva la fornitura da parte datoriale, a mezzo dei suoi preposti, dei necessari mezzi di protezione, così come reale l’addestramento in ordine all’uso degli stessi e la vigilanza in ordine al rispetto delle istruzioni impartite, avendo il responsabile della sicurezza della società convenuta, costantemente provveduto a richiamare i dipendenti ad un uso corretto delle misure di protezione antinfortunistiche.

Sotto altro versante, le acquisizioni probatorie avevano consentito di acclarare la conformità delle cintura di cui era corredato il cestello per i lavori in quota alle norme di protezione, cui faceva riscontro altresì “la conformità ai requisiti di sicurezza del macchinario utilizzato dal lavoratore al momento del sinistro”.

Per queste ragioni la Cassazione ha confermato il giudizio di merito reso dalla corte d’appello in ordine alla insussistenza di responsabilità del datore di lavoro nella causazione dell’infortunio e il ricorso è stato pertanto, respinto. 

Avv. Sabrina Caporale

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