Insufficienza dei dati diagnostici acquisiti dal Pronto Soccorso ai fini dell’individuazione dell’effettiva patologia del paziente.

Insufficienza dei dati diagnostici  nella responsabilità penale per colpa medica (Cassazione Penale, sez. IV, 14/03/2022, n.8468).

Gli Ermellini così si esprimono: “In tema di responsabilità da colpa medica, è configurabile colpa per negligenza nella condotta del medico del pronto soccorso che, in presenza di sintomatologia idonea a formulare una diagnosi differenziale, non rispetti l’obbligo cautelare informativo di rendere edotto il paziente circa l’insufficienza dei dati diagnostici acquisiti per individuare l’effettiva patologia che lo affligge, così da prevenire il rischio di scelte inconsapevolmente ostative agli approfondimenti diagnostici e alle cure”.

La fattispecie esaminata, e qui a commento, è relativa al decesso di un paziente per patologia cardiaca, avvenuto a distanza di poche ore dalle volontarie dimissioni dall’ospedale, sulla base di una diagnosi di epigastralgia formulata dal Medico di Pronto soccorso prima del completamento dell’iter diagnostico.

La Corte di Appello riformava la pronuncia di condanna emessa nei confronti del Medico di Pronto Soccorso, assolvendolo con formula “perché il fatto non sussiste” e revocando le statuizioni civili.

Il Medico di P.S. veniva imputato del delitto di cui all’art. 589 c.p. perché,  per colpa consistita in negligenza, imprudenza e imperizia e violazione di legge aveva cagionato la morte del paziente per insufficienza dei dati diagnostici acquisiti.

In particolare, pur a fronte di un quadro anamnestico patito dal paziente e denunciato dai familiari con specifico riferimento alla sofferta cardiopatia ipertensiva dilatativa e terapia farmacologica, dopo averlo sottoposto a un prelievo di sangue per il dosaggio degli enzimi cardiaci e ad un esame elettrocardiografico, lo aveva dimesso con diagnosi di epigastralgia, facendogli firmare le dimissioni omettendo di procedere con una diagnosi differenziale e di richiedere consulenza cardiologica, di operare un corretto e adeguato intervento professionale e di effettuare un corretto e costante monitoraggio clinico strumentale, non seguendo adeguatamente le linee-guida previste per le sindromi coronariche acute, che avrebbero imposto di disporre un tempestivo approfondimento diagnostico mediante ulteriori ripetuti prelievi di enzimi ematici, che avrebbero consentito di anticipare la diagnosi al trattamento, dal momento che il paziente era deceduto per arresto cardiaco da miocardiopatia cronica ipertrofica, poche ore dopo la dimissione dal Pronto Soccorso.

Il Tribunale di Benevento, ha ritenuto non eseguita la diagnosi differenziale da parte del Medico di Pronto Soccorso e ha fondato il giudizio di colpevolezza  sulla grave negligenza alla stessa ascrivibile.

In particolare, il Giudice di primo grado ha ritenuto che un paziente cardiopatico che lamenti una sintomatologia come quella del deceduto avrebbe dovuto essere tenuto sotto controllo in ambiente ospedaliero, anche in caso di negatività del tracciato dell’elettrocardiogramma e degli esami enzimatici, in quanto vi è una chiara raccomandazione di tenere in osservazione tali pazienti per un intervallo di tempo che va dalle 6 alle 12 ore, verificando a intervalli regolari la presenza di enzimi. Anche a voler ritenere che la patologia in atto non rientrasse nelle nozioni del Medico di pronto soccorso, quest’ultimo, prima di assumere qualsiasi decisione in ordine alle dimissioni, avrebbe dovuto rivolgersi per una consulenza allo specialista cardiologo.

Dagli accertamenti  fatti eseguire dall’imputato, il Giudice ha desunto che lo stesso avesse posto la diagnosi differenziale, tuttavia non procedendo agli approfondimenti che la scienza medica avrebbe imposto in presenza della sintomatologia lamentata, per addivenire alla diagnosi corretta.

Il Giudice ha anche ritenuto provato il rifiuto del ricovero da parte del paziente, attribuendo tuttavia l’allontanamento dello stesso a un’informazione erronea e incompleta da parte del Medico, che non aveva comunicato al paziente una diagnosi specifica, a causa della insufficienza dei dati diagnostici raccolti, limitandosi a una generica e sommaria rassicurazione, invitando il paziente a mangiare riso in bianco e ponendo diagnosi conclusiva di epigastralgia all’atto delle dimissioni.

Ricorrono per cassazione  le parti civili censurando la sentenza impugnata.

Il Procuratore generale, nella requisitoria scritta, ha concluso per l’annullamento con rinvio al Giudice civile competente per valore in grado di appello. A sostegno delle conclusioni, il Procuratore generale ha dedotto che il tema principale del ricorso è quello della diagnosi differenziale; l’iter argomentativo e l’attività di valutazione del provvedimento impugnato si rivelano carenti in quanto, pur avendo i giudici del gravame riconosciuto che le possibili alternative connesse al dolore addominale lamentato dal paziente nel caso in esame non rendessero immediata la diagnosi corretta, da ciò non hanno fatto tuttavia discendere la logica considerazione che, proprio la non immediatezza della diagnosi e le difficoltà connesse alla sua esatta formulazione, avuto riguardo alla pluralità delle possibili patologie ad esso correlate, una delle quali potenzialmente mortale, avrebbero dovuto indurre l’imputata a non accontentarsi di una ipotesi diagnostica ma a proseguire la sua indagine sino ad addivenire, mediante un procedimento induttivo, a quella esatta.

Gli Ermellini ritengono le censure fondate e illogica e contraddittoria la decisione impugnata in punto di diagnosi differenziale.

Il contenuto dell’obbligo di garanzia gravante sul medico di Pronto Soccorso può in generale ritenersi definito dalle specifiche competenze che sono proprie di quella branca della medicina che si definisce medicina d’emergenza o d’urgenza. In tale ambito rientrano l’esecuzione di taluni accertamenti clinici, la decisione circa le cure da prestare e l’individuazione delle prestazioni specialistiche eventualmente necessarie.

In tema di colpa professionale medica, l’errore diagnostico si configura non solo quando, in presenza di uno o più sintomi di una malattia, non si riesca ad inquadrare il caso clinico in una patologia nota alla scienza, o si addivenga ad un inquadramento erroneo, ma anche quando si ometta di eseguire o disporre controlli e accertamenti doverosi ai fini di una corretta formulazione della diagnosi.

Il Medico imputato ha dimesso il paziente con diagnosi di “epigastralgia”, al contempo annotando, in calce alla dimissione scelta dal paziente “contro il parere dei sanitari”, di aver “provveduto ad informare (il paziente) in merito alle complicanze possibili”. Tale condotta è stata valutata dal Giudice di primo grado quale condotta causalmente correlata all’evento in ragione dell’inesattezza dell’informazione fornita al paziente, della insufficienza dei dati diagnostici acquisiti, e delle regole sulla diagnosi differenziale.

Conclusivamente, la Suprema Corte ritiene che il Giudice d’appello abbia, da un lato, omesso di confrontarsi compiutamente con l’iter logico-giuridico seguito dal Giudice di primo grado per pervenire alla condanna, sebbene abbia condiviso e utilizzato le medesime risultanze probatorie e che, dall’altro, abbia sviluppato un percorso logico-motivazionale contraddittorio e manifestamente illogico su un punto centrale ai fini della decisione.

Il ricorso viene accolto e la sentenza impugnata viene annullata agli effetti civili.

Avv. Emanuela Foligno

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