I chiarimenti della Cassazione sull’applicazione, per gli invalidi,  del regime delle “finestre” di accesso alla pensione anticipata di vecchiaia

In tema di pensione di vecchiaia anticipata, di cui all’art. 1, comma 8, della 1. n. 503 del 1992, il regime delle cd. “finestre” previsto dall’art. 12 del d.l. n. 78 del 2010 (conv., con modif. in 1. n. 122 del 2010) si applica anche agli invalidi in misura non inferiore all’ottanta per cento, come si desume dal chiaro tenore testuale della norma, che individua in modo ampio l’ambito soggettivo di riferimento per lo slittamento di un anno dell’accesso alla pensione di vecchiaia, esteso non solo ai soggetti che, a decorrere dall’anno 2011, maturano il diritto a sessantacinque anni per gli uomini e a sessanta anni per le donne, ma anche a tutti i soggetti che “negli altri casi” maturano il diritto all’accesso al pensionamento di vecchiaia “alle età previste dagli specifici ordinamenti”; l’ampiezza del dato normativo induce a ritenere che in essa vi rientrino anche i soggetti che, essendo “invalidi in misura non inferiore all’80%”, hanno diritto alla pensione di vecchiaia anticipata secondo la disciplina dettata dall’art. 1 del d.lgs. 502/1993 in relazione allo stesso settore privato.

Lo ha chiarito la Cassazione con l’ordinanza n. 26414 pronunciandosi sul ricorso presentato dall’Inps avverso la decisione con cui i Giudici del merito avevano riconosciuto a un uomo il diritto alla pensione di vecchiaia anticipata, ex art. 1, comma 8, D.Lgs. n. 503/1992, con decorrenza dal 1/2/2016, condannando l’Ente previdenziale al pagamento in suo favore dei ratei maturati, oltre accessori.

La Corte territoriale aveva ritenuto la fattispecie in esame non regolata dall’art. 12, comma 1, del d.l. n. 78/2010, che prevede lo slittamento di dodici mesi del diritto al trattamento di vecchiaia, in considerazione sia del dato letterale, sia della ratio della norma.

In particolare, aveva sostenuto che la pensione di vecchiaia anticipata deve ritenersi sottratta alle cosiddette “finestre di accesso” in ragione della notevole minorazione dell’efficienza lavorativa dei soggetti che vi aspirano; la diversa interpretazione propugnata dall’Inps avrebbe comportato lo stravolgimento della ratio sottesa alla disciplina dell’istituto, che è quella di tutelare i soggetti con una ridotta capacità lavorativa.

Nel rivolgersi alla Suprema Corte l’INPS, evidenziava come la normativa disponesse in via generale lo slittamento di dodici mesi per il conseguimento del diritto al trattamento di vecchiaia non solo rispetto ai soggetti che maturano, a far tempo dal gennaio 2011, il diritto al trattamento pensionistico di vecchiaia (60 anni se donne e 65 anni se uomini), ma anche nei confronti di tutti gli altri assicurati che maturano il diritto alle diverse età previste dalle norme di riferimento.

Gli Ermellini hanno effettivamente ritenuto la doglianza meritevole di accoglimento, in quanto fondata.

La Cassazione, inoltre, ha anche precisato, in linea con la giurisprudenza di legittimità, che “la pensione di vecchiaia anticipata per invalidità soggiace alla generale previsione dell’aumento dell’età pensionabile in dipendenza dell’incremento della speranza di vita di cui all’art. 22-ter, comma 2, del d.l. n. 78 del 2009, conv. dalla 1. n. 102 del 2009, poiché la sussistenza dello stato di invalidità costituisce solo la condizione in presenza della quale è possibile acquisire il diritto al trattamento di vecchiaia sulla base del requisito di età vigente prima dell’entrata in vigore del d.lgs. n. 503 del 1992, senza tuttavia comportare uno snaturamento della prestazione, che rimane pur sempre un trattamento diretto di vecchiaia, ontologicamente diverso dai trattamenti diretti di invalidità”.

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