No alla riqualificazione del reato di omicidio colposo in lesioni colpose per l’automobilista accusato di aver provocato il decesso di un centauro con una manovra di inversione di marcia

Con la sentenza n. 28594/2021 la Cassazione si è pronunciata sul ricorso presentato dall’Avvocato generale presso la Corte di appello di Bari contro la decisione con cui la Corte territoriale, pronunciandosi in sede di rinvio, aveva dichiarato il non doversi procedere nei confronti di un automobilista accusato di omicidio colposo per aver provocato la morte di un motociclista in quanto, procedendo alla guida del suo veicolo, aveva intrapreso una manovra volta a eseguire un’inversione di marcia, così provocando la collisione con il ciclomotore guidato dalla vittima, proveniente dalla stessa direzione di marcia, che urtava contro lo pneumatico posteriore sinistro del mezzo a quattro ruote.

Il Collegio territoriale, nel riqualificare il reato ai sensi dell’art. 590 cod. pen. (lesioni colpose), aveva ritenuto che l’azione penale nei confronti dell’imputato non potesse essere esercitata per difetto di querela.

Nel rivolgersi alla Suprema Corte, la parte ricorrente deduceva che, in modo incomprensibile, il giudice del rinvio avesse riqualificato il fatto nell’ipotesi di cui all’art. 590 cod. pen., piuttosto che ridurre ‘l’entità della pena e le conseguenze civili derivanti dal reato. Del resto, il decesso del motociclista era stato causato da una manovra imprudente dell’imputato, a fronte della quale la colpa concorrente della vittima non poteva essere considerata un evento imprevedibile o abnorme. A ciò si aggiungeva, quanto al rilievo del difetto di querela, che il decesso della persona offesa aveva imposto una determinata veste giuridica al fatto che, per il mero concorrere di una condotta negligente della vittima, non poteva ricondursi al reato di lesioni personali colpose, per cui i familiari del defunto mai avrebbero potuto ragionevolmente prevedere una simile riqualificazione del fatto e presentare querela, essendo state pertanto private di ogni tutela civile e penale.

Gli Ermellini hanno ritenuto di aderire alle doglianze proposte, accogliendo il ricorso in quanto fondato.

La Corte di appello aveva richiamato la perizia sulla dinamica del sinistro e quella medico-legale sulla vittima, rilevando come dalle stesse fosse emerso che l’incidente stradale era stato causato dalla colpa concorrente degli antagonisti della vicenda, ovvero quella del conducente dell’auto, consistita nella violazione dell’art. 154 del Codice della strada (cambio di direzione o di corsia o altre manovre), e quelle del conducente del ciclomotore, consistita nella violazione degli art. 148 comma 12 del Codice della strada (sorpasso) e 171 comma 1 (uso del casco protettivo per gli utenti di veicoli a due ruote). Era stato in particolare stabilito all’esito della perizia disposta dalla Corte di appello che, se il centuro avesse indossato il casco protettivo all’epoca previsto per i ciclomotori, ovvero quello non integrale, egli avrebbe notevolmente limitato le lesioni del neurocranio, con conseguente prognosi migliore per il medesimo. Partendo da tale premessa, il giudice del rinvio era pervenuto alla riqualificazione del fatto nella fattispecie di cui all’art. 590 cod. pen., con conseguente declaratoria di improcedibilità per difetto di querela, osservando che la condotta negligente posta in essere dall’imputato avrebbe determinato per il motociclista, a seguito dell’impatto, unicamente delle lesioni personali, ma giammai il decesso, che era stato invece causato dalla condotta colposa tenuta dalla vittima.

La Cassazione non ha ritenuto legittima l”impostazione seguita nella sentenza impugnata atteso che il giudice del rinvio si era sostanzialmente limitato a evocare la concorrente condotta colposa della persona offesa, senza tuttavia spiegare in che misura la stessa avesse inciso nella determinazione dell’evento. Non era stato ben chiarito, in realtà, non solo in cosa era consistito il comportamento negligente della vittima nel sinistro (a parte il mancato uso del casco protettivo), ma neanche quale fosse stata la colpa dello stesso imputato, non potendosi ritenere esaustivo il mero richiamo in motivazione alle norme cautelari violate.

Dalla lettura del capo di imputazione, invero, si assumeva come il conducente dell’auto avesse operato un’inversione di marcia nei pressi dell’intersezione stradale, ma di tale condotta la sentenza impugnata non spiegava la rilevanza ai fini dell’evento lesivo subito dalla vittima, senza approfondire ad esempio la natura repentina o meno della manovra o la sua prevedibilità da parte del motociclista. Rispetto a quest’ultimo, inoltre, la Corte territoriale non aveva specificato il grado della negligenza a lui ascrivibile, né se il suo comportamento fosse stato o meno abnorme dovendosi sul punto evidenziare che, come affermato dalla giurisprudenza di legittimità, il principio dell’affidamento, nello specifico campo della circolazione stradale, trova opportuno temperamento nell’opposto principio secondo il quale l’utente della strada è responsabile anche del comportamento imprudente altrui, purché rientri nel limite della prevedibilità. Di regola, il conducente ha quindi l’obbligo di tenere un comportamento prudente e accorto, prevedendo anche le imprudenze altrui ragionevolmente prevedibili.

Tale problematica non era stata adeguatamente approfondita dal giudice del rinvio, che, lungi dall’occuparsi del tema della motivazione rinforzata rispetto al giudizio assolutorio di primo grado, unico aspetto su cui si era incentrata la sentenza rescindente, aveva risolto la questione sull’inquadramento giuridico del fatto guardandolo nella sola prospettiva dell’imputato, senza stabilire la rilevanza causale della sua condotta colposa rispetto all’evento lesivo, che era stato quello della morte della persona offesa, non potendosi certo ridimensionare l’evento naturalistico della condotta in base alle sue conseguenze virtuali e ipotetiche, ignorandone invece i suoi effetti concreti.

In definitiva, stante il decesso della persona offesa, il reato rimaneva quello di omicidio colposo e non di lesioni colpose, essendo onere del giudice di merito stabilire, all’esito di una disamina attenta della dinamica del sinistro, se l’evento del reato fosse riconducibile alla condotta colposa dell’imputato, tenendo presente anche eventuali e concorrenti condotte imprudenti della vittima, di cui però doveva essere specificato il grado di colpa e di prevedibilità da parte del soggetto attivo. La violazione della regola cautelare da parte della vittima non giustificava la diversa qualificazione giuridica del reato, ma poteva integrare un concorso di colpa, che eventualmente poteva assumere rilievo anche su piani diversi, come quello sanzionatorio o risarcitorio.

La redazione giuridica

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