In tema di adozione, il prioritario diritto fondamentale del figlio di vivere con i suoi genitori e di essere allevato nell’ambito della propria famiglia impone particolare rigore nella valutazione dello stato di adottabilità del minore, ai fini del perseguimento del suo superiore interesse

La vicenda

Nel 2009, all’esito di una istruttoria durata sei anni, il Tribunale per i minorenni di Cagliari, dichiarava la decadenza di due coniugi dalla responsabilità genitoriale sui figli, nominando quale tutore provvisorio, l’assessore ai servizi sociali del Comune.
Nell’aprile del 2015, il medesimo Tribunale per i minorenni pronunciava lo stato di adottabilità dei minori, la decadenza dalla responsabilità genitoriale e disponeva l’interruzione in forma graduale dei rapporti tra genitori e figli con immediato affidamento etero-familiare di questi ultimi al Servizio Sociale del Comune per il sostegno dei minori.
La Corte di appello di Cagliari, su appello dei due genitori, revocava la predetta pronuncia di adottabilità limitatamente alla minore di sedici anni, confermando nel resto l’impugnata sentenza.
Sulla vicenda si sono pronunciati anche i giudici della Cassazione che, per l’occasione, hanno ribadito i principi di diritto più volte espressi dalla giurisprudenza interna e da quella comunitaria in ordine alla salvaguardia del superiore interesse del minore.

La valutazione del giudice di merito sullo stato di adottabilità

«In tema di adozione, il prioritario diritto fondamentale del figlio di vivere, nei limiti del possibile, con i suoi genitori e di essere allevato nell’ambito della propria famiglia, sancito dalla L. n. 184 del 1983, art. 1, impone particolare rigore nella valutazione dello stato di adottabilità, ai fini del perseguimento del suo superiore interesse, potendo quel diritto essere limitato solo ove si configuri un endemico e radicale stato di abbandono – la cui dichiarazione va reputata, alla stregua della giurisprudenza costituzionale, della Corte Europea dei diritti dell’uomo e della Corte di giustizia, come “extrema ratio” – a causa dell’irreversibile incapacità dei genitori di allevarlo e curarlo per loro totale inadeguatezza» (Cass. 30/06/2016 n. 13435).
L’art. 8 Cedu pone a carico degli Stati membri, delle obbligazioni di carattere positivo, relative al rispetto effettivo della vita familiare stabilendo, secondo un ordine valoriale e logico di accertamento da osservarsi dai giudici nazionali.
Nel caso in cui sia accertata l’esistenza di un legame familiare, il giudice deve decidere, in linea di massima, in modo da permettere a questo legame di svilupparsi (Cedu 13 ottobre 2015, ric. n. 52557/14, S.H. c/Italia), provvedendo altresì a tutelare, nel più ampio contesto familiare, il vincolo tra fratelli, principio da salvaguardare per il peso da attribuirsi nella vita del minore al rapporto con i fratelli (sentenza Cedu Pontes/Portogallo, ricorso n. 19554/09, 10 aprile 2012; arg. ex Cass. 24/03/1998 n. 3106).
È sulla base di questi principi che i giudici della Suprema Corte di Cassazione hanno cassato la decisione impugnata rinviando la causa alla corte territoriale la quale sarà chiamata a rivalutare la scelta adottata anche in relazione all’altro minore, a fronte di una relazione di quest’ultimo con i genitori naturali, accertata come significativa, e del rapporto in essere con la sorella.

La redazione giuridica

 
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