Lo sfogo di un collega serio e professionalmente valido che si ritiene di pubblicare in questa rubrica in quanto si valuta come uno sfogo polemico (Carmelo Galipò)

Con quanto ci accingiamo a scrivere non riteniamo di “volere cambiare il mondo”. La corruzione poi esiste da epoca immemorabile. Probabilmente è nata con la comparsa dell’essere umano sul pianeta. Al proposito si riporta, a seguire, un passo del celebre libro di Theodor Mommsen “Storia di Roma antica” (volume Secondo, pagine 569 – 570 – 571, Edizioni G.C. Sansoni, Firenze.  Seconda edizione: 1963).   

La politica in questo tempo era dominata assolutamente dalla consorteria nella peggiore sua forma. Questa veramente non era una novità; gli stretti legami di famiglia e di club sono inseparabili dall’ordinamento aristocratico di uno Stato, ed essi da secoli erano prepotenti in Roma. Ma solo in quest’epoca essi si erano fatti a poco a poco onnipotenti, così proprio ora (per la prima volta nel 690 ab urbe condita = 64 a.C.) la loro influenza fu constatata piuttosto che frenata da misure legali repressive. Tutti i notabili, i popolari non meno dei veri oligarchi, si riunirono in “eteriae”. La massa della cittadinanza, almeno quella che prendeva regolarmente parte agli avvenimenti politici, formava secondo i distretti elettorali (tribù), delle società compatte e organizzate quasi militarmente. I presidenti, detti divisori delle tribù (divisores tribuum) ne erano i capitani ed i mediatori naturali. In questi clubs politici tutto era venale: anzitutto il voto dell’elettore, non meno di quello del consigliere e del giudice, e così i pugni dispensati nei tumulti delle vie e i capi–popolo che li dirigevano. La sola tariffa distingueva le associazioni degli ottimati da quelle della gente bassa. L’ “eteria” decideva nelle elezioni, l’”eteria” decideva delle accuse, l’ “eteria” dirigeva la difesa; essa corrompeva l’avvocato accreditato, si accordava in caso di bisogno per l’assoluzione con uno degli speculatori i quali esercitavano su larga scala il lucroso commercio dei voti dei giudici. L’”eteria”, colle sue bande organizzate, dominava le vie della capitale e quindi troppo spesso lo Stato. Tutte queste cose avvenivano con una certa regolarità e per così dire pubblicamente: questo sistema di “eteria” era meglio ordinato e meglio curato di qualsiasi ramo del governo; sebbene, come si pratica tra marioli educati, non si parlasse apertamente di questo delittuoso mercato di tacite collusioni, nessuno ne faceva un mistero, e gli avvocati anche ragguardevoli non avevano ritegno di far sapere pubblicamente e intelligibilmente il loro rapporto colle “eteriae” dei loro clienti. Se pure vi era qualcuno che non si prestava a questo traffico e non si sottraeva al tempo stesso alla vita pubblica, quegli era certo un Don Chisciotte politico, come Marco Catone. Al posto dei partiti e delle lotte di parte entravano i clubs e la loro concorrenza; al posto del governo era l’intrigo. Omissis. Una sì misera condizione di cose era possibile appunto perché nessuno degli uomini politici attivi si levava al di sopra della mediocrità; qualsiasi uomo superiore per talento avrebbe saputo spazzare via queste fazioni come tante ragnatele; ma appunto di capacità politiche e militari vi era il più sconfortevole difetto”.

Le pagine riportate si riferiscono al periodo post Restaurazione di Silla. Malgrado l’epoca, si tratta di un passo di una attualità sorprendente.

In termini lessicali oggi, seguendo il vocabolario della lingua italiana Nicola Zingarelli (Edizione  2007. Zanichelli.  Milano) il termine “politico”  è inteso come “che concerne la politica: partito, libro, giornale politico, regime politico a partito unico, il pensiero politico di personalità”. Alla  voce successiva, il Vocabolario Nicola Zingarelli riporta il termine “politicone“ che è anche usato in senso spregiativo per significare: “persona molto abile ed accorta, che sa destreggiarsi in modo da ottenere vantaggi personali ”. E’ bene ricordarlo alla luce di quanto noi andiamo qui esponendo.

Circa la professione del Medico Legale e del Medico del Lavoro desideriamo riportare un’orazione di Lisia, “Per l’invalido “, che risale al V ° – IV ° Secolo a.C. nell’Antica Grecia. A quell’epoca lo stato ateniese accordava un piccolo sussidio giornaliero (di uno, o due, o tre oboli, secondo i casi) a tutti gli invalidi che avessero un patrimonio inferiore a tre mine e non potessero esercitare alcun mestiere per la loro invalidità. Tali sussidi duravano, di solito, tutto l’anno, e il loro pagamento si faceva in decimi, cioè per pritanìe. Chiunque poteva presentare reclamo al Consiglio dei Cinquecento contro un invalido, laddove lo ritenesse indegno del sussidio. In tal caso il Consiglio dei Cinquecento istituiva un processo, ascoltava accusatore e accusato e stabiliva la responsabilità dei due contendenti.

L’oratore del presente discorso (predisposto da una persona estranea ai fatti, come si usava in quel tempo nella Grecia Antica, nella fattispecie Lisia) è un invalido accusato da un suo nemico di essere indegno del sussidio. La denuncia metteva in rilievo che l’accusato non era un invalido, esercitava un mestiere proficuo, che era un violento e che la sua bottega era frequentata da persone poco raccomandabili. Contro queste accuse l’invalido si difende con un discorso pieno di umorismo e di grazia, nel quale, con molta abilità, sono messi in secondo piano i capi forti dell’accusa e contestati con energia e vivacità quelli deboli.

1) Invalido: Non sono molto lontano, o signori del Consiglio (dei Cinquecento), dal l’avere gratitudine all’accusatore perché mi ha intentato questo processo. Infatti,  mentre non avevo prima un pretesto per il quale io dessi conto della mia vita, ora l’ho avuto per opera di costui. E tenterò di dimostrare con il mio discorso che costui mente e che io sono vissuto fino a questo giorno rivelandomi degno di lode piuttosto che di invidia; infatti, per nessun altro motivo se non per invidia, mi pare che costui mi abbia intentato questo processo.

2) Orbene, chi invidia coloro che gli altri commiserano, da quale malvagità vi pare che si asterrebbe un siffatto uomo ? Giacché non per ragione di denaro egli mi calunnia, né vuole vendicarsi di me come nemico suo; infatti, per la sua malvagità, io non lo ebbi mai né amico né nemico.

3) Ordunque, o signori del Consiglio, è manifesto senz’altro che egli invidia il fatto che io sia un cittadino migliore di lui, pur essendo afflitto da una tale disgrazia. Ed infatti credo, o signori del Consiglio, che occorra compensare i difetti del corpo con le virtù  dell’anima. Giacché, se in modo conforme alla mia sventura io avrò anche l’animo e mi comporterò nelle altre manifestazioni della mia vita, in che differirò da costui?

4 ) Orbene, intorno a ciò tante cose siano state dette da me: ora parlerò di quello che mi conviene dire, e quanto più  brevemente sia possibile. Afferma dunque l’accusatore che non giustamente io ricevo il sussidio della città; e infatti sono forte nel corpo, e non sono uno degli invalidi, e conosco un mestiere tale da poter vivere anche senza questo sussidio che mi viene dato.

5) E come prove della mia robustezza del corpo si serve del fatto che salgo a cavallo, nell’agiatezza che trovo nel mio mestiere, del fatto che sono in grado di frequentare  uomini che possono spendere. Orbene, l’agiatezza che mi deriva dal mestiere e gli altri miei mezzi per vivere, quali si trovino ad essere, credo che voi tutti li conosciate: pur tuttavia, anche io, in breve, ne parlerò.

6) A me, dunque, nulla lasciò il padre; la madre, poi, ho cessato di mantenerla in questo terzo anno quando essa morì; e non ancora sono a me dei figli che mi possono assistere. Ho poi un mestiere che può giovarmi poco, mestiere che ormai io esercito con difficoltà; e non ancora sono in grado di acquistare uno che mi sostituisca in esso; e non è a me altra entrata che questa, la quale se voi mi togliereste, correrei il pericolo di trovarmi sotto la sorte più dura.

7) Non mi rovinate dunque ingiustamente, o signori del Consiglio, dato che vi è lecito salvarmi giustamente; e non toglietemi, ora che sono più vecchio e più debole, quello che mi concedeste quando ero più giovane e più forte; e non trattate ora duramente, a causa di costui, quelli che sono degni di compassione anche per i loro nemici, voi che sembravate prima essere pietosissimi anche verso coloro che non avevano nessuna sventura; e non fate scoraggiare, osando far torto a me, anche gli altri che si trovano in condizioni simili alle mie.

8) Ed infatti sarebbe assurdo, o signori del Consiglio, che, quando la sventura era per me una sola, allora apparisse che io ricevevo questo sussidio; ora, invece, che mi si aggiungono e la vecchiaia e le malattie ed i malanni che tengono dietro a queste, ne venissi privato.

9) A me sembra poi che l’accusatore, solo tra gli uomini, potrebbe dimostrare chiarissimamente la grandezza della mia povertà. Infatti, se io, eletto corègo per gli agòni tragici, lo invitassi allo scambio dei beni, preferirebbe dieci volte fare il corègo che fare lo scambio dei beni  una sola volta. E come non è assurdo che costui ora mi  accusi, dicendo che, per la mia grande agiatezza, posso stare alla pari dei ricchi, mentre ammetterebbe che io sono tale, ed ancora più povero, se si trovasse ad avverarsi qualcuna delle cose che io dico?

10) Quanto, poi, al mio cavalcare, che costui ha osato menzionare a voi, non te- mendo la fortuna e non vergognandosi di voi, non sarà lungo il discorso. E’ naturale, certamente, o signori, che tutti quelli che hanno qualche difetto fisico tale, cerchino ed escogitino questo, che cioè possano sopportare con la minor pena possibile il male che è capitato loro. Ed io, essendo uno di questi ed essendo incorso in una simile disgrazia, mi sono trovato come sollievo questo per i viaggi troppo lunghi tra quelli necessari.

11 ) D’altra parte, o signori, quella che è la prova più grande che salgo a cavallo per la mia disgrazia e non per la mia tracotanza, come costui afferma, è la seguen te: se effettivamente possedessi una sostanza, mi farei portare sopra un mulo, e non salirei sui cavalli altrui; ora, invece, poiché non posso acquistare una siffatta cosa, sono costretto a servirmi spesso dei cavalli altrui.

12) Ebbene, come non è strano o signori, che proprio lui se mi vedesse portato sopra un mulo, tacerebbe infatti, che cosa mai potrebbe dire? Mentre poi, solo perché salgo sui cavalli chiesti in prestito, cerca di convincervi  che sono valido? E come non è strano che io mi servo di due bastoni, mentre gli altri si servono di uno solo, non mi accusi dicendo che anche questo è proprio dei vigorosi; mentre del fatto che salgo a cavallo se ne serva dinnanzi a voi come prova che sono uno dei vigorosi? Ma di entrambe queste cose io mi servo per la stessa ragione.

13) E talmente si distingue per impudenza da tutti gli uomini, che tenta, lui che è solo, di persuadere voi, che siete in tanti, che io non sono uno degli invalidi. Ebbene, se egli persuaderà di questo alcuni di voi, o signori, che cosa impedisce che io sia sorteggiato fra i nove arconti e che voi togliate l’obolo del sussidio a me come sano, e lo decretiate tutti d’accordo a costui come storpio? Poiché, evidentemente, non è possibile che ad un medesimo uomo voi da una parte togliete quel che gli si dà perché lo ritenete valido, e dall’altra quelli che sorteggiano le magistrature impediscano di essere sorteggiato perché è a loro avviso un invalido.

14) Ma certamente né voi avete la stessa opinione di costui, né costui ben facendo. Egli, infatti, come se la mia disgrazia fosse un’ereditiera, viene qua a contendermela, e tenta di persuadervi che io non sono tale, quale voi tutti vedete. Ma voi, come è dovere dei bene assennati, prestate fede ai vostri propri occhi  piuttosto che alle parole di  costui.

15) Egli dice poi che io sono tracotante e violento ed uno che si comporta troppo sfacciatamente, quasi che dovesse dire il vero se si esprimesse spaventevolmente, e non piuttosto fosse per fare ciò se si esprimesse del tutto mitemente e non mentisse. Ma io, o signori del Consiglio,credo che voi dobbiate saper distinguere chiaramente ed a quali degli uomini sia lecito essere tracotanti e a quali non sia lecito.

16) Infatti, non è naturale che insolentiscano quelli che sono poveri e che vivono molto disagiatamente, ma quelli che posseggono molto più del necessario; né quelli che sono invalidi nei corpi, ma quelli che confidano massimamente nelle loro forze; né quelli che già avanzati in età, ma quelli ancor giovani e che hanno giovanili sentimenti.

17-18) I  ricchi, infatti, con le ricchezze si sottraggono ai pericoli dei processi, mentre i poveri sono costretti ad essere saggi delle strettezze presenti; ed i giovani sono considerati degni di ottener perdono dai più vecchi, mentre ai più vecchi, se sbagliano, muovono biasimo ugualmente gli uni e gli altri; ed ai forti è lecito insolentire con chi vogliono senza soffrire nulla essi stessi, ai deboli invece non è lecito né, se sono offesi, difendersi da coloro che furono primi nell’offesa, né, se vogliono offendere avere il sopravvento sugli offesi. Cosicchè a me pare che l’accusatore abbia parlato della mia tracotanza non dicendo sul serio, ma scherzando, e non volendo convincervi che io sono tale, ma volendo farsi beffe di me, come se facesse una cosa bella

19)Inoltre poi anche dice che si riuniscono da me uomini malvagi e numerosi, i quali hanno sperperato i propri beni e tendono insidie a quelli che vorrebbero conservare i loro. Ma voi tutti considerate che, dicendo queste cose, egli non accusa per niente me più che gli altri, quanti hanno un’arte, né quelli che entrano da me più che quelli che entrano dagli altri artigiani.

20) Ciascuno di voi, infatti, è solito bazzicare, chi in una bottega di profumiere, chi in una bottega di barbiere, chi in una calzoleria, chi dovunque capiti, e moltissimi presso quelli che si sono stabiliti vicinissimo alla piazza, pochissimi invece presso quelli che distano moltissimo da casa; cosicché se alcuno di voi condannerà la malvagità di quelli che entrano da me, è evidente che dovrà biasimare la malvagità anche di quelli che s’intrattengono presso gli altri; e se anche di quelli, di tutti gli Ateniesi: tutti, infatti, siete soliti frequentare ed intrattenervi in qualche luogo.

21)Ma veramente non so perché io debba infastidirvi per più lungo tempo, difendendomi troppo minutamente da ognuna delle cose dette. Se, infatti, ho par-lato delle cose più importanti, perché dovrei parlare sul serio delle cose vili come costui? Io, o signori del Consiglio, prego voi tutti di avere intorno a me la stessa opinione che avevate anche prima.

22) E non privatemi, per opera di costui, di quell’unico bene, fra quelli della patria, che la sorte mi concesse di avere; né quello che da molto tempo tutti concordemente  mi concedeste, ora costui, che è uno solo, vi persuada a togliermelo di nuovo. Infatti, o signori, poiché la Divinità ci privò dei beni più grandi, lo Stato decretò a noi questo sussidio, stimando che siano comuni a tutti le sorti dei mali e dei beni.

23) Come dunque non sarei sventuratissimo, se sono stato privato, a causa della mia disgrazia, dei beni più belli e più grandi, e per di più fossi privato, a causa dell’accusatore, di quello che lo Stato mi concesse, prendendosi cura di quelli che si trovano in queste condizioni ? O signori, non date affatto in questo senso il vostro voto! Ma perché poi dovrei trovarvi siffatti?

24) Forse perché qualcuno, citato qualche volta in giudizio, per causa mia, perdette la propria sostanza ? Ma neppure uno potrebbe dimostrarlo. O forse perché io sono intrigante e sfacciato e attaccabrighe ? Ma non sono solito servirmi per simili scopi di simili mezzi di vita.

25) O forse perché sono troppo tracotante e violento? Ma nemmeno egli stesso potrebbe affermarlo, a meno che non volesse anche in questo mentire come in altre cose. O forse perché, venuto in potenza sotto i Trenta, feci del male a molti dei cittadini ? Ma io andai in esilio a Càlcide con il vostro partito democratico, e, pur essendomi lecito essere amministrato senza timore con quelli, preferii correre pericolo con tutti voi.

26) Ordunque, o signori, non avendo io mancato in nulla, che non vi trovi egual-mente a quelli che hanno commesso molte colpe, ma date a mio riguardo lo stesso voto degli altri Consigli, ricordandovi che né per avere amministrato denari della città io rendo ora conto di essi, né per aver coperto alcuna carica subisco ora   un’inchiesta su di essa, ma faccio questi discorsi solo per un obolo.

27) E così voi tutti deciderete il giusto, ed io, avendo ottenuto questo, avrò per voi la dovuta riconoscenza, e costui per l’avvenire imparerà, non ad insidiare i più  deboli, ma a cercare di sopraffare quelli uguali a lui.

Siamo del tutto consapevoli che, per i fenomeni criminosi e delinquenziali che causano corruzione o sono causati o aggravati dalla corruzione. Non si potrà raggiungere lo stato di “corruzione zero “, ma è dovere di ciascuno, specialmente per chi esercita la professione di Medico ed in particolare svolge l’attività di Medico Legale e di Medico del Lavoro, tendere a questo fine.

Oggi le grandi organizzazioni criminali (camorra, mafia, ‘ndrangheta) sono penetrate nelle Pubbliche Amministrazioni, e in modo maggiore e più subdolo la ‘ndrangheta con le sue varie ‘ndrine, coinvolgendo spesso anche figure dirigenziali e talvolta apicali. In ambienti poi dove, spesso, domina l’omertà, la paura di “avere rogne”, di subire ritorsioni, di non fare carriera per aver turbato equilibri ben radicati da anni e dove l’aspetto economico è di solito uno dei principali moventi.

Per un approfondimento sui rapporti tra Stato, Pubblica Amministrazione e delinquenza e criminalità organizzata si consiglia la lettura del libro, di recente pubblicazione “Storia segreta della ‘ ndrangheta. Una lunga e oscura vicenda di sangue e potere (1860 – 2018)”di Nicola Gratteri ed Antonio Nicaso (Casa editrice Mondadori, Milano, 2018). Si consiglia poi, il libro di Salvatore Lupo “Storia della mafia. La criminalità organizzata della Sicilia dalle origini ai nostri giorni” (Donzelli Editore. Roma. 2004), in cui l’autore indaga con completezza e rigore storiografico l’intero arco della vicenda più che secolare della mafia siciliana, dalle origini ottocentesche dell’organizzazione mafiosa e delle sue ideologie agli esiti più recenti degli anni novanta del Novecento, facendo emergere con forza il ritratto di una struttura criminale che aspira a modellarsi sullo Stato prendendone in appalto le funzioni fondamentali, dal monopolio della violenza al controllo territoriale. E ancora tra le opere di maggior interesse, si citano: “Contro la mafia” di Nando Dalla Chiesa (Giulio Einaudi Editore, 2010, Torino ); “Storia della mafia” di Leonardo Sciascia, (Casa editrice Orion, 1972, Milano); “Storia della camorra” di Francesco Barbagallo (Casa editrice Laterza, 2011, Bari); “Calabria malata. Sanità, L’altra ‘ndrangheta” di Massimo Scura (Edizioni Luigi Pellegrini, Milano, 2019); “Fiumi d’oro. Come la ‘ndrangheta investe i soldi della cocaina nell’economia legale “, di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso (Edizioni Mondadori, Milano, 2017). E non possono mancare nell’elenco i testi, diventati in poco tempo celebri: “La corruzione spuzza” di Raffaele Cantone e Francesco Caringella (Casa Editrice Mondadori, Milano 2019); “Corruzione ed Anticorruzione “ di Raffaele Cantone ed Enrico Carloni (Casa Editrice Feltrinelli, Milano, 2018); “Football Clan “ di Raffaele Cantone e Luca De Feo (Casa Editrice Rizzoli, Milano, 2012); “Modelli criminali. Mafie di ieri e di oggi” di Giuseppe Pignatone e Michele Prestipino (IBS it, Milano, 2019); “Il Contagio: come la ‘ndrangheta ha infestato l’Italia” di Giuseppe Pignatone (IBS it, Milano, 2014).

A questo punto è lecita una domanda da parte dei lettori: ma perché ci fate la rassegna di alcuni libri sulla ‘ndrangheta, sulla camorra, sulla mafia in un sito di Medicina Legale? Risposta: perché queste tre organizzazioni criminali, sia per riciclare il denaro sporco, sia per travestirsi con abiti di onorabilità, sono penetrate financo nello Stato, nelle Pubbliche Amministrazioni e gli appalti per diverse opere alle più svariate imprese, conferiti senza rispetto delle norme ed in modo non ortodosso, sono la spia, il segnale che qualcosa non va.

E’ alquanto opportuno che il Medico Legale ed il Medico del Lavoro, che operano anche in ambiti dove circola molto denaro, non solo nel mondo capitalistico privato ma anche all’interno dello Stato, delle Pubbliche Amministrazioni, debbano sapere “con chi possono rischiare di avere a che fare” durante l’esercizio della loro professione, anche ai fini di non diventare strumento involontario di vere e proprie organizzazioni criminali e quindi “rischiare di diventare anche facile bersaglio” di diversi quacquaracquà, omme e niente, caporali, yes man, che “eseguono”, senza possedere un minimo di senso critico, ciò che gli viene proposto, magari facendo anche “dispetti burocratichesi” o spontanei o suggeriti.

Alla fine di gennaio di quest’anno (2019 ) si è svolta, come ogni anno, l’inaugurazione dell’anno giudiziario. Il Procuratore Generale della Corte d’Appello di Roma Giovanni Salvi, nel suo discorso di apertura, ha detto: “A Roma manca quel moto civile che in tante città del sud, avvezze alla minaccia della criminalità organizzata, contribuisce ad ostacolare il radicamento delle organizzazioni ed a far crescere una coscienza collettiva”. Da parte sua il Procuratore Capo della Procura della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatone ha sottolineato quale sia uno dei problemi endemici della città: la corruzione a vari livelli. E ha fatto riferimento alle inchieste dell’ultimo anno che hanno travolto la Pubblica Amministrazione. La Capitale, a suo giudizio, è sempre alle prese con i casi di corruzione che resta il problema principale con aumento nell’ultimo anno di fascicoli giudiziari aperti per “abuso d’ufficio“.

Da parte sua, sempre il Procuratore Generale della Corte d’Appello Giovanni Salvi ha confermato che, relativamente alla delinquenza comune, Roma è una città sicura, con drastica riduzione degli omicidi volontari che ha portato la Capitale a livelli che hanno pochi paragoni nelle grandi città del mondo, in cui si è passati da 20 casi nel 2015 a 10 nel 2018. Sullo sfondo resta però – ha detto Giovanni Salvi – una compagine di gruppi criminali “nutrita proiezione delle organizzazioni mafiose tradizionali, della ‘ndrangheta, della camorra, di Cosa Nostra“. Egli ha detto che Roma continua “a rappresentare uno snodo importante per tutti gli affari leciti ed illeciti”: in cui operano organizzazioni criminali tradizionali (camorra, ‘ndrangheta, Cosa Nostra ) che investono in immobili, clan che si infiltrano nella gestione di locali, ristoranti e negozi “fonti di reddito importanti ed apparentemente leciti“. Queste organizzazioni a Roma “hanno cercato di mantenere una situazione di tranquillità” in modo da poter realizzare il loro obiettivo: la progressiva penetrazione nel tessuto economico ed imprenditoriale, investendo però anche nel settore delle slot machine e del narcotraffico.

Il Presidente della Corte dei Conti Angelo Buscèma, all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2019, ha ribadito che, oltre alla evasione fiscale di competenza della Giustizia Tributaria, al danno all’ambiente per cui la normativa richiama alla ricostituzione della situazione ambientale precedente a carico di chi ha causato inquinamento, il nemico da sconfiggere è la corruzione negli organi dello Stato e delle Pubbliche Amministrazioni. Egli ha detto: “La Corte è sempre più impegnata sul terreno della lotta alla corruzione con la sua azione di controllo svolta a tutela della legalità, del buon andamento della pubblica amministrazione e a garanzia dell’erario pubblico. In particolare, la Procura della Corte è, e sarà sempre, una delle strutture  requirenti maggiormente impegnata sul fronte della lotta alla corruzione su tutto il territorio“. E quindi: caccia ai marioli.

Il Procuratore Generale della Corte dei Conti Alberto Avoli, confermando la funzione della Corte nei confronti dei cittadini circa la buona amministrazione della cosa pubblica, ha ricordato che il peculato, la corruzione sono nemici dell’economia dello Stato e delle Pubbliche Amministrazioni. Egli ha anche però espresso importanti concetti, diremmo, di tipo keynesiano: “L’anno appena concluso ha visto lo sviluppo di un ampio ed interessante dibattito sul debito pubblico e sui limiti della sua sostenibilità; un dibattito che, lungi dall’essere prevalentemente dottrinario, ha avuto ricadute immediate e significative sulle scelte strategiche di politica economica e finanziaria, in tal modo determinando una rimodulazione delle risorse a disposizione dell’amministrazione pubblica in generale e di quella territoriale in particolare. Cosicché si corre il rischio di una amministrazione che percepisca e metabolizzi solo i fattori di incertezza, chiudendosi a riccio e privilegiando la filosofia del “giorno per giorno”, anziché affrontare le sfide di una realtà in continua dinamica evoluzione. Una pubblica amministrazione, che agisce solo in chiave difensiva, rischia però di aggravare il suo peso negativo sul disavanzo di bilancio, sull’indebitamento e sulle capacità di rientro. Una pubblica amministrazione, timorosa nel costruire la propria azione con coraggio e determinazione, rischia di allontanarsi sempre più sia dal faro del principio costituzionale di buon andamento che dagli interessi generali delle comunità e dei territori. È quindi necessario prevenire e contrastare il rischio di immobilismo, incentivando e sostenendo la crescita di una amministrazione incentra ta sul “fare”, sul “fare bene”. E ancora: “ Il nostro Paese non dispone di un patrimonio infrastrutturale adeguato al suo sistema economico e produttivo. Si tratta di una realtà incontrovertibile che incide negativamente anche sulla qualità della vita dei cittadini: i trasporti, la viabilità, le reti di comunicazione, i sistemi portuali, la raccolta e la valorizzazione reddituale dei rifiuti, la sicurezza del lavoro, la manutenzione idrogeologica del territorio sono questi alcuni dei principali settori di sofferenza. La mancanza di congrui investimenti al riguardo rischia di accrescere ulteriormente il gap economico e produttivo con gli altri Paesi, non solo facendo perdere competitività all’Italia ma determinando anche un peggioramento delle condizioni sociali delle comunità. In ogni caso si perdono occasioni importanti per potenziare quella ricchezza nazionale che è fondamentale per recuperare il disavanzo dei bilanci pubblici senza ricorrere all’aumento della pressione fiscale ovvero all’incremento del debito o ancora a misure straordinarie di prelievo. I recenti assetti di bilancio sembrano andare verso una politica riduttiva degli investimenti. È auspicabile che si tratti di un ridimensionamento solo temporaneo, giustificato in qualche modo dalla necessità di rimodulare le priorità e di definire nuovi modelli procedurali. Né gli investimenti indispensabili al nostro Paese riguardano solo i beni materiali. Le maggiori criticità anzi si registrano nel settore dei beni immateriali: è evidente l’assoluta inadeguatezza delle risorse destinate alla innovazione tecnologica, alla ricerca, all’istruzione ed alla cultura in genere”.

È dunque necessario contrastare il circolo vizioso fra povertà economica e povertà educativa.

Come rimarcato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno scolastico 2018/2019, nel settembre dello scorso anno all’Isola d’Elba, “le condizioni di bisogno o di deprivazione della famiglia di origine aumentano i rischi di marginalità anche nella scuola. La povertà delle conoscenze moltiplica i pericoli di marginalità da adulti. La scuola non può rinunciare ad essere un motore di mobilità sociale. Ciò non vuol dire che vada attenuata la cura per i talenti. È possibile tenere insieme l’ampliamento delle opportunità e lo sviluppo delle eccellenze: alle volte può non essere facile, ma questa è la sfida”.

Il Presidente del Consiglio Nazionale Forense Andrea Mascherin, da parte sua, ha anche detto: “E’ noto come i fenomeni di criminalità organizzata, a iniziare da quelli di stampo mafioso, sempre più utilizzino sofisticati strumenti finanziari, come è noto che la corruzione sia funzionale a obiettivi di economia illegale. Se è così, la questione è se le associazioni criminali si stiano sempre più proponendo come veri e propri ordinamenti alternativi, con forme di autogoverno e regole proprie, tali da rendersi competitivi rispetto all’Ordinamento Legale, ovvero rispetto alla nostra organizzazione del Pubblico, e quindi se il contratto illecito proposto al cittadino, rischi di risultare più attrattivo e vantaggioso di quello stipulato con lo Stato. Chiaro che il contratto con le mafie, a tutte le latitudini  del nostro Paese, sarà più appetibile quanto maggiori saranno gli ostacoli burocratici ed economici che il sistema legale imporrà alla libera iniziativa di impresa. Uno Stato che affligga il cittadino, l’impren- ditore, l’investitore estero, con una serie infinita di formalistici controlli preventivi, che imponga tempi lunghi e costi rilevanti anche solo per l’apertura di un negozietto di pochi metri quadrati, che non saldi i propri debiti con le imprese, votandole alla crisi, che, con una legislazione confusa e confondente, finisca con il rendere inevi- tabile il ricorso al giudice, è uno Stato che rischia di aprire, suo malgrado, spazi a chi garantisca scorciatoie e una celere risoluzione, seppur illegale, ai molti, spesso drammatici, problemi.”

Un leit motif riguarda tutti gli interventi dei Vertici della Magistratura Contabile: per amministrare la cosa pubblica occorre tenere lontano i marioli.

Anche Papa Francesco in più occasioni ha avuto modo di pronunziarsi contro la corruzione, adoperando anche una frase molto forte “La corruzione spuzza”, che ha suggerito il titolo del libro già citato di Cantone e Caringella. Trascriviamo un passo della sua Enciclica, intitolata “Laudato si’”, pubblicata il 18 giugno 2015: “No alla corruzione. Ridefinire il progresso per migliorare la vita delle persone. Al livello nazionale, invece, la politica e l’economia devono uscire dalla logica di corto respiro, focalizzata sul profitto e sul successo elettorale a breve termine, dando spazio a processi decisionali onesti e trasparenti, lontani dalla corruzione che, in cambio di favori, “nasconde il vero impatto ambientale” dei progetti. Ciò che occorre, in sostanza, è “una nuova economia più attenta ai principi etici”, una “nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa”, un ritmo di produzione e di consumo più lento, così da “ridefinire il progresso”, legandolo al “miglioramento della qualità reale della vita delle persone”. Anche i diversi movimenti ecologisti e le religioni, in dialogo con la scienza, devono orientarsi alla cura della natura, alla difesa dei poveri, alla costruzione di una rete di rispetto e di fraternità”.  

Carmelo Galipò, Direttore Scientifico di “Responsabile Civile”, ha scritto di recente un editoriale in cui afferma: “Il mestiere del ctu è cosa assai ardua per i medici forensi che hanno le meningi chiuse o che fanno finta di essere terzi. Nella vita si può scegliere di essere liberi e autorevoli o di morire dentro: basta con le finzioni, basta con l’ignoranza, il cittadino ha bisogno di professionalità, di terzietà e grande moralità”.

Si è fatto da noi riferimento anche alla criminalità organizzata, talora collusa con il mondo della politica degenere, dell’Alta Finanza e della Pubblica Amministrazione, quindi alla penetrazione della mafia, della camorra e della ‘ndrangheta, con le sue varie ‘ndrine, negli appalti pubblici, nelle altre attività che certamente interessano anche la Sanità.

Un fenomeno storicamente tipico dell’Italia Meridionale attanaglia, oggi come oggi, anche tante Pubbliche Amministrazioni del Centro Nord Italia e di Roma Capitale. I vari quacquaracquà, gli omme e niente, gli yes man, i “caporali“, a cui faceva riferimento il Principe Antonio De Curtis (in arte Totò), hanno permesso a queste vere e proprie organizzazioni criminali di penetrare nello Stato, nelle Pubbliche Amministrazioni, anche mediante appalti conferiti in modo del tutto irrituale, per opere e lavori smoderatamente costosi e spesso inutili, depauperando il patrimonio collettivo e danneggiando molto seriamente la società italiana.

Mafia, camorra e ‘ndrangheta  con le sue varie ‘ndrine che occupano un ruolo autorevole nel favorire l’inquinamento atmosferico, l’edilizia selvaggia, il lavoro nero, lo sfruttamento del lavoro nero, il più assoluto disprezzo per il rispetto delle norme di prevenzione nel lavoro, il favorire anche carriere di persone del tutto immeritate, il comportamento di occultare ricorrendo a minacce e/o intimidazioni effettuate servendosi anche dell’informatica ed alla corruzione, il danno alla salute dei lavoratori e all’ambiente di vita.

Mentre, nella Sicilia del “Giorno della Civetta “ di Leonardo Sciascia si parla di quacquaracquà, nella Napoli del Principe Antonio De Curtis (in arte Totò) si parla di caporali, nella Napoli del popolo di omme e niente, più elegantemente, tanto per non  far torto all’anglofilia degli italiani, a Roma Capitale e dintorni si parla di yes man. Poiché si suppone che non tutti gli italiani siano o delinquenti o collusi con le organizzazioni criminali, si pone l’attenzione appunto sui molti, molti yes man che, occupando i più disparati posti nello Stato, nelle Pubbliche Amministrazioni, anche di responsabilità, hanno permesso che in Italia la criminalità organizzata, travestitasi con colletti bianchi e in combutta con altri colletti bianchi, ottenesse appalti irregolari per le più svariate opere e tipologie di prodotto e senza alcun controllo.

Oltre i quaquaracquà, gli omme e niente, i caporali, gli yes man ci sono poi le persone “normali”, ritenute dalle varie ‘ndrine degli idioti perché non sono marioli né amano discostarsi dal rispetto delle norme deontologiche e desiderano che la tolleranza non venga trasformata in smodato permissivismo né in autorizzazione a delinquere, o peggio a costituire vere e proprie associazioni a delinquere quando non vere e proprie organizzazioni criminali. Si tratta di persone molto più numerose di quanto non appaia esteriormente che però devono trovare ancora strutture organizzative dotate di etica che li coordinino. Può capitare che, in modo ingenuo, anche per non tenersi tutto dentro, ai fini di comunicare con chi credono dalla parte della legge, i suddetti idioti (cioè i non marioli) finiscono in pasto alle ‘ndrine.

Nei romanzi spesso è trattato il tema del tradimento, che è uno dei comportamenti più abbietti che l’essere umano possa manifestare. Tradire una persona amica è cosa indicibile. Nel primo romanzo storico della letteratura italiana “I Promessi Sposi”, Renzo Tramaglino si confida con Ambrogio Fusella, ritenendolo una persona per bene. Viene da lui tradito. Ambrogio Fusella morirà di peste dopo essere stato prelevato dai monatti. Questa è la fine che Alessandro Manzoni gli fa fare. Lucia Mondella viene affidata alla Signora, Geltrude, la Monaca di Monza. Questa, infine, la tradisce e la consegna ai “bravi “ dell’Innominato. Anche la fine reale di Geltrude non è da augurarsi da parte di nessuno. L’Innominato si pente delle sue colpe, an -che grazie all’incontro con Lucia Mondella. Incontra il Cardinale Federico Borromeo che ne accetta il pentimento. E’ quindi salvo moralmente. Questo nella storia di un romanzo. Personalmente sono molto più pessimista di Alessandro Manzoni. Vorrei crederlo. Ma non penso che i “capi” delle varie ‘ndrine, ingangreniti come sono nel malaffare e nella criminalità, seppure camuffata in colletti bianchi, ed i collusi con essi, assetati anche loro e gravemente di denaro e/o di potere, possano uscire dalla sconcertante posizione in cui si trovano, ritenendo essi, con arrogante pertinacia, che chi è normale, cioè non mariolo e persona che conserva qualche sano ideale, sia solo un idiota.

La storia della “Terra dei Fuochi” della Campania, è uno dei classici esempi di quello che accade quando la Pubblica Amministrazione, nell’affidare appalti, nel vigilare sugli appalti in corso, non segue e non fa seguire precise e rigorose norme di legge e di buone prassi o non contrasta, perché composta anche di tanti yes men, la delinquenza, la criminalità organizzata (lo si ripete a iosa anche mafia, camorra e ‘ndrangheta con le sue varie ‘ndrine), garantendo un servizio, come quello interessato di rimozione dei rifiuti, nella piena legalità sia nel conferire appalti, sia nel controllare la retta e legale esecuzione dei medesimi.

Come si è scritto chiaramente (cosa che si evince dagli scritti di chi da vicino ed in modo concreto ha studiato il fenomeno) la criminalità organizzata è anche capillarmente penetrata nello Stato, nelle Pubbliche Amministrazioni.

Il Medico, ed in particolare il Medico Legale ed il Medico del Lavoro, svolgendo la propria professione in un ambito dove circola denaro e spesso molto, molto denaro, rischiano di imbattersi – e non raramente – in situazioni in cui il dominus fa parte o è ampiamento colluso. Certamente il Medico è tutelato in teoria dalle norme e dai regolamenti. Ma l’Ente a cui può rivolgersi e cioè l’Ordine dei Medici ha potere reale per dare soccorso al Medico? Noi riteniamo che di fronte a situazioni di grave criminalità, di associazioni a delinquere, gli Ordini Professionali non hanno armi solide e concrete per agire.

Il Codice Etico Deontologico dei Medici recita all’articolo 4 “L’esercizio della Medicina è fondato sulla libertà e sulla indipendenza della professione “; e all’articolo 5 “Il medico nell’esercizio della professione deve attenersi alle conoscenze scientifiche ed ispirarsi ai valori etici fondamentali, assumendo come principio il rispetto della vita, della salute fisica e psichica, della libertà e della dignità della persona; non deve soggiacere a interessi, imposizioni e suggestioni di qualsiasi natura. Il medico deve denunciare all’Ordine ogni iniziativa tendente a imporgli comportamenti non conformi alla deontologia professionale, da qualunque parte essa provenga “; all’articolo 64: “Nell’espletamento dei compiti e delle funzioni di natura medico legale, il medico deve essere consapevole delle gravi implicazioni penali, civili, amministrative e assicurative che tali compiti e funzioni possono comportare e deve procedere, sul piano tecnico, in modo da soddisfare le esigenze giuridiche attinenti al caso in esame nel rispetto della verità scientifica, dei diritti della persona e delle norme del presente Codice di Deontologia Medica. Il medico curante non può svolgere funzioni medico-legali di ufficio o di controparte in casi che interessano la persona da lui assistita .

Nell’ambito della Medicina del Lavoro, e poi specificamente per quanto riguarda la figura del Medico Competente, per le poche garanzie offerte dal suo stato giuridico, “si tratta di dovere opporre molta resistenza e molta forza di volontà (fino a sfidare l’eroismo), sia che si operi nell’ambito di Strutture Pubbliche di Prevenzione sia che si operi nell’ambito dell’attività di Medico Competente.

Evitiamo di fare l’esempio di ciò che può accadere in una Struttura Sanitaria ma citiamo un caso ipotetico che, per analogia, può essere applicato ad una Struttura Sanitaria, in cui appare evidente il malaffare. Si parla di ridurre il Personale nello Stato, nella Pubblica Amministrazione (personale dipendente che, come nel settore privato, è l’unico soggetto a prelievo fiscale certo).

L’esempio è quello di un Catasto Edilizio di una certa cittadina: qui si sono effettuati lavori edili del valore congruo di non oltre quattrocentomila euro ed invece si sono spesi circa due milioni di euro. Il valore della palazzina dove è insediato il Catasto della cittadina non supera ottocentomila Euro, oltretutto. Quindi ci sarebbe uno sballo di un milione e seicentomila euro. Per rimediare alla pessima gestione dei lavori e per dimostrare, anzi, al Ministero di risparmiare si soprassiede al ricambio di venti impiegati uscenti o trasferiti. In un anno si risparmiano circa cinquecentoquarantaseimila euro per gli stipendi (facendo conto che lo stipendio lordo è di circa duemila euro cadauno) ed ecco che si mostra la tendenza al Ministero di non “buttare i soldi dalla finestra”, come invece è nella realtà, ma anzi di “risparmiare” sulle spese di funzionamento, fregiandosi anche del merito di avere potenziato e migliorato l’edilizia del Catasto Edilizio. Anche se poi tutto il lavoro del Catasto Edilizio è il fondamento per fare pagare ai cittadini le tasse sul possesso dei beni immobili secondo rendite catastali aggiornate al valore attuale: Catasto che non può certo operare bene con venti dipendenti in meno. Magari poi il fondo per il premio incentivante viene valutato sulla percentuale della esorbitante ed ingiustificata spesa delle opere edilizie.

A proposito di malaffare nello Stato e nelle Pubbliche Amministrazioni mi torna ancora in mente il Principe Antonio De Curtis nel divertentissimo film “Totò truffa 62“. Nel film, costituito da una successione di gag, Totò, nei panni di un consumato imbroglione, con l’assistenza del suo collaboratore Nino Taranto, porta a termine una lunga serie di truffe ai danni dei personaggi più disparati. La truffa più famosa è senz’altro quella della Fontana di Trevi. In questa scena Totò, assistito anche in quella occasione dal fido Nino Taranto, riesce a vendere il celebre monumento romano ad un ingenuo italo–americano. Non meravigliamoci poi se nella ristrutturazione della palazzina del Catasto di una certa cittadina, come sopra  scritto, la ditta edile oggi possa ammannire alla Pubblica Amministrazione un conto smisurato per il semplice rifacimento della terrazza, di rendere abitativo un ampio scantinato, oltre ad altre non grandi opere murarie e di ristrutturazione: quantomeno opere che non giustificano affatto il prezzo pagato dalla Pubblica Amministrazione. La bella terrazza che sovrasta la palazzina non è spazio certo poi utile per conservare le mappe catastali né costosi  videoterminali, acquistati magari quando già desueti ma a pieno costo e con stampanti senza più in commercio pezzi di ricambio. Il nababbo che paga la ditta, al pari del turista italo–americano del film “Totò truffa 62”, si chiama oggigiorno Pantalone. Ma il celebre Luca Barbarossa non  aveva cantato più di recente “…questa Italia così vincente che nella testa c’ha  l’Europa e nel sedere il Medio Oriente…..?”.

J. M. Keynes, da cittadino inglese, abborrerebbe questo “adattamento” tutto nazionale alla sua Teoria della Massima Occupazione. E se incontrasse sia il nababbo che ha commissionato il lavoro edile sia il proprietario della ditta edile, di certo andrebbe in escandescenza senza magari ballare la tarantella e fare il trenino dopo avere cenato con loro. Al riguardo poi, visto che è stato da noi citato, i Medici Legali ed i Medici del Lavoro che si occupano di Medicina Legale Previdenziale non possono ignorare il punto di vista di questo grande economista che ha contribuito a migliorare il Welfare State creato da Ottone Bismark in Prussia, e da Lord Beveridge nel Regno Unito. Ed in generale chi desidera evitare rivoluzioni sociali violente e sanguinarie e che nei Paesi in via di Sviluppo si continui a morire di fame non può cavarsela elargendo elemosine, ma facendo in modo che vi sia pane e lavoro per tutti. Ed – è lapalissiano – senza l’intervento dei marioli.

Su un’altra scogliera, che si frappone al buon percorso del benessere collettivo, ma sullo stesso versante di un mare stagnante ed inquinato, ecco che fanno la loro parte altri quacquaracqua’, omme e niente, caporali e yes man che interpretano in modo perversamente letterale leggi, norme e regolamenti, senza fare un minimo sforzo per adattarli al caso concreto: i burocratesi. A tal riguardo, desidero riportare un aneddoto che riguarda l’ex Capo del Governo ante fascismo Giovanni Giolitti (1842 -1928): Il ministro Giovanni Giolitti amava viaggiare in incognito. Avvenne un giorno che il treno sul quale viaggiava arrivò in ritardo di dieci minuti alla stazione di un tale paese dove lo attendeva altro treno in coincidenza per potere proseguire il viaggio. Ma il Capo Stazione aveva già fatto partire il secondo treno in orario. Pertanto Giovanni Giolitti perse la coincidenza. Egli allora protestò con il Capo Stazione che gli rispose “Io ho applicato il Regolamento”. Il tutto avveniva tra l’ilarità dei presenti all’accaduto. Allora Giovanni Giolitti si fece portare il Registro dei Reclami e, dopo avere esposto l’accaduto, chiosò il reclamo con la frase “Il  Regolamento si applica con intelligenza” (da “Giovanni Giolitti. Il Ministro della buona vita” di G. Ansaldo. Editrice Longanesi. 1949. Milano). E pensiamo a quante volte, quando ci imbattiamo in un burocratese (che pensa, parla, sogna e lavora con linguaggio e stile burocratichese: proprio ciò di cui l’Italia oggi non ha proprio bisogno), sia esso alto dirigente, funzionario o più semplicemente impiegato dello Stato, delle Pubbliche Amministrazioni, e ci viene voglia di “suonargliele di santa ragione”, voglia che dobbiamo reprimere perché siamo civili (o, come sosteneva Herbert Marcuse ne “L’uomo a una dimensione “, siamo troppo civili) ed il doverci reprimere ci fa stare ancora peggio.

A questo punto torna in mente la storiella che si intitolava “Antonella, Checco e i fagioli “ e che una Zietta raccontava ad uno di noi  quando rimaneva nella sua abitazione con l’influenza: la mamma chiama il figlio Checco e la sua sorellina maggiore Antonella e dice loro: “Checco, Antonella io esco a fare la spesa. Ho lasciato la pentola sul fuoco. Quando l’acqua bolle, buttate due fagioli nella pentola. Poi aprite il nuovo barattolo di marmellata di ciliegie che ho comprato ieri e spalmatene due cucchiaini sulle fette biscottate che mangerete per merenda “Quando la mamma torna, va in cucina e si accorge che si sono cotti solo due fagioli. Allora chiama i figli e dice loro adirata “Checco, Antonella che cosa avete  fatto? Si sono cotti solo due fagioli in tutta quell’acqua!”. E Checco e Antonella, in coro, uniti più che mai: “Ma mamma ci avevi detto di buttare due fagioli quando l’acqua bolliva”. La mamma in quel momento aveva visto sul tavolo della cucina il barattolo di marmellata vuoto completamente. Allora, ancora più adirata, si rivolge a Checco ed Antonella: “Però il barattolo di marmellata di ciliegie è completamente vuoto. Vi avevo detto di prenderne solo due cucchiaini! Avete incominciato presto la vostra carriera!”.

Non sarà mica che tanti caporali, ‘omme e niente, quacquaracqua ed yes man e burocratichesi e quant’altri sono stati a scuola a prendere lezioni da Checco e da Antonella?

Che fare allora? Dobbiamo resistere e tutelarci attraverso Organizzazioni che, nel caso concreto, mostrino serietà di intenti e terzietà. Da soli non si va da nessuna parte in quanto gli elementi di corruzione (sete di denaro, sete di carriera, sete di potere) riescono a coagulare una notevole forza e una grande coesione tra gli adepti, che è poi carattere comune delle associazioni criminali e delle associazioni a delinquere; esse sono protette dall’omertà e non contrastate dagli innumerevoli quacquaracquà.

Come abbiamo letto nel libro di Raffaele Cantone e Francesco Caringella, da noi sopra citato, “La corruzione spuzza “, la corruzione, l’associazionismo a delinquere e la criminalità organizzata, portano solo povertà ed ignoranza. E’ poi del tutto comprensibile che, succube di questi fenomeni, un qualsiasi ambiente lavorativo non può affatto raggiungere il “Benessere Organizzativo” di cui parlano i Sociologi del Lavoro.

E’ bene agire unitamente, lo ribadiamo, ad Organizzazioni serie. Agendo da soli si rischia di subire anche molte seccature del tutto indicibili ed inconfessabili.

E’ bene che i Medici Legali ed i Medici del Lavoro si coagulino su questo tema per resistere uniti a tutti i tipi di corruzione che rischiano di “disturbare” il regolare svolgimento della propria professione ed informare uniti le Autorità competenti, se oltretutto si ha un concreto sospetto di coinvolgimento delle Organizzazioni criminali. Queste, di solito operano all’esterno delle istituzioni, possono avere dei basisti all’interno di esse, oppure, come si diceva in precedenza, avere anche coinvolto personalità di spicco nelle Pubbliche Amministrazioni. Più frequentemente si vedono solo gli effetti della corruzione e i boss delle Organizzazioni criminali e delle Associazioni a delinquere riescono molto bene a non apparire e ad operare “dietro le quinte”.

Come sostengono Raffaele Cantone e Francesco Caringella nel loro prezioso e  chiaro libro, La corruzione spuzza“, la situazione italiana circa la corruzione, che secondo gli Autori porta povertà ed ignoranza (e noi siamo in pieno accordo con loro), è molto ingangrenita. La loro fiducia sta nel potere educare le giovani generazioni fin dai banchi di scuola al  rispetto dei principi etici ed al concetto di essere cittadini. Noi Medici siamo tutti un po’ già grandini. Ma la parte buona che è in noi deve rinvigorirsi per trasmettere messaggi positivi ai neo specialisti in Medicina Legale ed in Medicina del Lavoro per tendere a “corruzione zero”, anche se è chiaro che lo stato di “corruzione zero” non sarà mai raggiunto perché siamo esseri umani  quotidianamente tutti soggetti a sbagliare.

L’Etica Professionale, desunta dai principi del Codice Deontologico Medico, che abbiamo sopra riportato in alcuni articoli fondamentali, dovrebbe a nostro giudizio diventare materia di esame autonoma ed indipendente dall’insegnamento della Medicina Legale e delle Assicurazioni. Gli Ordini Professionali dovrebbero intervenire nell’ambito degli ECM rendendo obbligatoria ogni due anni la frequenza a Corsi di Aggiornamento di Etica Professionale, in cui dovrebbero essere discussi casi concreti e/o simulati.

La nostra professione non è di tipo confessionale come quella del sacerdozio, come al contrario mi fu riferito che dichiarò un candidato alla Commissione Esaminatrice per il concorso di ammissione in un’Università romana. Ma se la professione del Medico non è di natura confessionale (come quella del Sacerdote che si occupa della cura delle anime dei fedeli) certamente noi Medici, che ci occupiamo della cura del corpo delle persone (del rispetto e della tutela del corpo delle persone se siamo Medici Legali oppure Medici del Lavoro), ci occupiamo del benessere della salute che il nostro paziente (anche in Medicina Legale ed in Medicina del Lavoro cerchiamo di denominare paziente chi si imbatte in noi per motivi comunque di salute), percepisce attraverso la sua Psiche, che è la stessa parte del corpo che percepisce le sensazioni, le percezioni, il benessere anche spirituale, il benessere della salute, comunque, anche per chi non è credente.

Non è affatto un compito facile, nell’era disumanizzante in cui viviamo, perché estremamente tecnologica, radicare nelle menti giovani di ragazzi appena specializzati l’Etica concreta e non solo formale, specialmente nei casi in cui a questi giovani non siano stati proposti dei modelli professionali coerenti con la Deontologia, lo si ribadisce, curata negli aspetti concreti e non solo formali. Ma la maggior parte di noi è testarda. Se testardi, come siamo, abituati a scrivere consulenze e perizie per sostenere una nostra tesi, cerchiamo con la stessa tigna di sostenere il rispetto dell’Etica e di esemplificarla ai più giovani, modificando anche  poi nostri passati comportamenti che sono suscettibili di disapprovazione, proviamoci. Certamente non riusciremo mai, e nessuno di noi (anche se mi auguro di no per noi), a  raggiungere il rischio “non rispetto dell’Etica zero” ma certamente potremo ottenere qualche buon risultato tendendo a raggiungere l’obiettivo “non rispetto dell’Etica zero”.

Dr. Carmelo Marmo

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