In materia di malpractice medica, ove sia dedotta una responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e/o del medico per l’inesatto adempimento della prestazione sanitaria, il danneggiato deve fornire la prova del contratto (o del “contatto”) e dell’aggravamento della situazione patologica (o dell’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento) e del relativo nesso di causalità secondo la regola del “più probabile che non”

La vicenda

Una paziente aveva convenuto in giudizio davanti il Tribunale di Vicenza la struttura sanitaria locale, affinché fosse condannata al risarcimento della perdita di chance di guarigione/sopravvivenza, nonché di tutti i danni (patrimoniali e non patrimoniali) da ella subiti a causa della malpractice medica.

A sostegno della propria domanda l’attrice aveva esposto che:

– nell’agosto del 2009 era stata sottoposta ad un intervento di artroprotesi d’anca destra non cementata presso il predetto Ospedale; in quell’occasione le veniva riscontrata la frattura del grande trocantere femorale destro che rendeva necessario un secondo intervento chirurgico finalizzato alla reinserzione del grande trocantere con placca, cui seguiva una revisione chirurgica (nel marzo del 2010), resasi necessaria a causa della mobilizzazione della placca che veniva quindi rimossa.

– dopo tali interventi la paziente iniziò a soffrire di una progressiva coxalgia destra, che le impediva di mantenere una posizione eretta, se non per pochi minuti; deambulando con una marcata zoppia a destra.

L’aggravamento delle condizioni di salute del paziente

Così nel 2011 veniva sottoposta a un intervento di espianto e reimpianto della protesi; ma nel 2014 veniva nuovamente ricoverata a causa di un’infezione da enteroccus faecalis che rendeva necessario l’immediato espianto delle componenti protesiche e il posizionamento di uno spaziatore antibiotato.

Ad avviso della ricorrente, la catena di eventi negativi che l’avevano colpita era eziologicamente riconducibile alla frattura del grande trocantere destro causata dalle incongrue manovre chirurgiche verificatesi durante l’intervento o da movimentazioni anomale effettuate nel post-operatorio e, pertanto, la struttura sanitaria doveva ritenersi responsabile di tutti i danni subiti e della perdita di chance di guarigione.

Costituitosi in giudizio, l’Ospedale aveva negato ogni responsabilità per malpractice medica, deducendo che i sanitari si erano attenuti alle linee guida, che al momento dell’intervento la paziente era una signora di 71 anni grande obesa con zoppia di fuga a destra, affetta da severa artrosi/osteoporosi polidistrettuale e che, dunque, gli eventi lamentati erano riconducibili alla precaria condizione del tessuto osseo della paziente e, quanto all’infezione, a cause naturali.

Il rapporto di spedalità e la responsabilità per malpractice medica

Delineato il rapporto tra le parti come avente ad oggetto il contratto c.d. di spedalità, l’adito Tribunale ha ribadito il principio secondo il quale il debitore che nell’adempimento dell’obbligazione si avvale dell’opera dei terzi risponde dei fatti dolosi o colposi di questi ultimi.

Ne consegue che, “in tema di malpractice medica, ove sia dedotta una responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e/o del medico per l’inesatto adempimento della prestazione sanitaria, il danneggiato deve fornire la prova del contratto (o del “contatto”) e dell’aggravamento della situazione patologica (o dell’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento) e del relativo nesso di causalità con l’azione o l’omissione dei sanitari, secondo il criterio, ispirato alla regola della normalità causale, del “più probabile che non”, restando a carico dell’obbligato – sia esso il sanitario o la struttura – la prova che la prestazione professionale sia stata eseguita in modo diligente e che quegli esiti siano stati determinati da un evento imprevisto e imprevedibile” (Cass., Sez. III, n. 975/2009; Cass., Sez. III, n. 18341/2013; Cass., Sez. III, n. 17573/2013; Cass., Sez. III, n. 18392/2017; Cass., Sez. III, n. 18392/2017; Cass., Sez. III, n. 3704/2018).

Tanto premesso, nella fattispecie in esame, sull’attrice incombeva l’onere di provare:

a) il dedotto rapporto contrattuale tra la stessa e l’Azienda sanitaria convenuta;

b) il proprio stato di salute al momento dell’intervento/trattamento;

c) la natura dell’intervento a cui si era sottoposta;

d) la derivazione dallo stesso intervento di un peggioramento delle condizioni pregresse o di una nuova malattia.

Incombeva, invece, sull’Ente ospedaliero l’onere di provare – al fine di andare esente da responsabilità – che l’insuccesso del trattamento medico eseguito e gli esiti peggiorativi non fossero dipesi da un difetto di diligenza, ma che fossero stati determinati da un evento imprevedibile o inevitabile ovvero dalla preesistenza di una condizione patologica del malato, non accertabile con il criterio dell’ordinaria diligenza professionale (cfr. Cass. n. 24073/2017; Cass. n. 18392/2017; Cass. n. 21177/2015; Cass. n. 17143/2012; Cass. n. 3492/2002; Cass. n. 364/1997; Cass. n. 5005/1996).

Invero, nella fattispecie esaminata, tanto il rapporto contrattuale tra paziente e struttura sanitaria, quanto le condizioni di salute della prima al momento del primo intervento, nonché la natura dell’intervento cui era stata sottoposta e le sue condizioni di salute in seguito agli interventi erano tutte circostanze pienamente provate dalla cartella clinica e dalla relazione medico-legale allegata dall’attrice. Restava, dunque, da accertare il nesso eziologico tra la condotta dei sanitari e il danno subito dalla paziente, nonché il grado di difficoltà del primo intervento.

Le conclusioni della CTU medico legale

L’espletata indagine tecnica aveva accertato che nell’agosto del 2009 la paziente era stata sottoposta ad un intervento di artroprotesi totale d’anca destra, intervento che non implicava la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà. Il C.T.U. aveva giudicato corretta l’indicata l’operazione proposta alla paziente sotto il profilo terapeutico, ma non del tutto adeguata la scelta dell’utilizzo di una protesi non cementata, visto che la letteratura scientifica ritiene che in relazione a soggetti anziani sia preferibile l’applicazione di una protesi cementata.

Sotto il profilo della correttezza delle modalità di esecuzione dell’intervento, il Consulente aveva ritenuto che, considerato che nel periodo di degenza tra l’intervento e il riscontro della frattura non risultavano documentati traumatismi e che la paziente non presentava un quadro di osteoporosi conclamata, la frattura del grande trocantere del femore destro dovesse essere ricondotta ad incongrue manovre chirurgiche, verificatesi durante la cruentazione ossea.

Inoltre, anche con riguardo all’intervento di stabilizzazione della frattura mediante applicazione di una placca, l’Ausiliario dell’Ufficio aveva ravvisato profili di imperizia, posto che la mobilizzazione della placca avvenuta a sei mesi di distanza dal secondo intervento era causalmente riconducile ad un’insufficiente stabilizzazione della placca durante l’intervento.

Il C.T.U. aveva, inoltre, escluso che le condizioni personali della paziente fossero state la causa degli eventi descritti, non solo perché quest’ultima non era affetta da grave osteoporosi, ma anche perché altrimenti anche gli interventi di endoprotesi alla spalla destra e di antroprotesi di anca sinistra subiti in precedenza dalla stessa avrebbero manifestato una simile evoluzione fisiopatologica.

In definitiva, l’adito Tribunale di Vicenza (Prima Sezione, n. 861/2020) ha ritenuto di dover condividere le conclusioni del consulente tecnico e, ha pertanto condannato la struttura sanitaria al risarcimento dei danni alla paziente in relazione all’inesatta esecuzione dell’intervento di artroprotesi totale all’anca destra effettuato dai sanitari dell’Ospedale, per un totale di 112.641,00 euro.

Avv. Sabrina Caporale

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