Ai fini della configurazione del reato di maltrattamenti in famiglia quello che conta non è tanto la durata della coabitazione quanto l’intensità e la natura del vincolo, che – secondo il costatante e condiviso indirizzo –  ben può desumersi, anche in assenza di una stabile convivenza fisica, dalla messa in atto di un progetto di vita basato sulla reciproca solidarietà ed assistenza morale e familiare

La Corte di Appello di Milano, aveva confermato la responsabilità penale dell’imputato per continue violenze sessuali poste in essere ai danni della propria convivente, condannandolo alla pena della reclusione di tre anni per il reato di maltrattamenti in famiglia.

Avverso il suddetto provvedimento l’imputato aveva presentato, tramite il proprio difensore, ricorso per Cassazione.

Tra i motivi di legittima impugnazione vi era l’errata configurazione del reato di maltrattamenti in famiglia con riferimento alla propria situazione personale con la vittima.

Il reato citato, per la difesa, richiede che la condotta illecita sia stata consumata all’interno di una comunità consolidata, nella quale cioè si realizza un affidamento di natura precettiva o di accadimento, con carattere di tendenziale stabilità.

Tale definizione concettuale (astratta) contrasta con la propria realtà di relazione. Quella intercorrente tra l’imputato e la vittima non era nulla di più che di un legame sentimentale “meramente occasionale”, privo del carattere di progettualità, solidarietà ed assistenza che caratterizza la convivenza more uxorio.

La domanda che allora, ci si deve porre è la seguente: può il carattere meramente contingente ed occasionale di un rapporto sentimentale tra due persone, essere tale da escludere la configurabilità di una stabile convivenza di fatto che rappresenta il presupposto applicativo per la fattispecie disciplinata dall’art. 572 c.p., dei maltrattamenti in famiglia?

Ebbene, se così fosse, se si facesse, cioè prevalere il dato meramente letterale relativo al nomen juris della fattispecie, la stessa previsione normativa sarebbe svuotata del suo significato ontologico.

Ecco perché è preferibile un’altra impostazione: quella cioè sostanziale. Ed è ciò che fanno i giudici della Cassazione.

Il giudizio della Cassazione

Nella specie, i giudici Ermellini hanno affermato che oltre il dato formale, la situazione andrebbe indagata caso per caso con riferimento alla sua specificità. Nel caso in esame, se è vero che la convivenza tra i due era di poco più di un mese, certo non poteva rilevarsi, alla luce di tutti elementi raccolti, la sussistenza del carattere di progettualità e assistenza reciproca.

La donna aveva infatti, poco prima si era sottoposta ad un intervento chirurgico e, per tutto il periodo della degenza era stata chiaramente assistita e accudita dal compagno.

Le suddette emergenze processuali- dichiarano i giudici di legittimità, mettono chiaramente in luce l’elemento intenzionale che, riguardato con valutazione ex ante, nell’ottica dei soggetti conviventi, si pone alla base del rapporto di convivenza di fatto, ritenuto dal legislatore meritevole della particolare tutela apprestata ai suoi componenti in sede penale; essendosi affermato che sono da considerare persone della famiglia, anche i componenti della famiglia di fatto, fondata sulla reciproca volontà di vivere insieme di prestarsi reciproca assistenza e protezione, di avere beni in comune, di dare vita a un nucleo duraturo e stabile (Cass. sent. n. 21239/2007; n. 20647/2008).

Con la sentenza in esame, la Suprema Corte ha inteso valorizzare un concetto:

Sebbene, più volte, in passato nelle stesse sentenze di legittimità sia stato qualificato il dato temporale individuato nell’ “apprezzabile periodo di tempo”, quale elemento essenziale ai fini della configurazione del reato di maltrattamenti in famiglia, ciò non esclude che quello che conta non è tanto la durata della coabitazione, quanto l’intensità e la natura del vincolo, che – secondo il costatante e condiviso indirizzo –  ben può desumersi, anche in assenza di una stabile convivenza fisica, dalla messa in atto di un progetto di vita basato sulla reciproca solidarietà ed assistenza morale e familiare (Cass. n. 22915/2013).

Indi il rigetto del ricorso presentato dalla difesa.

Avv. Sabrina Caporale

 

Leggi anche:

EPITETI VOLGARI RIVOLTI ALLA MOGLIE, CONDANNATO PER MALTRATTAMENTI

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui