È configurabile il reato di maltrattamento di animali anche nell’ipotesi in cui i comportamenti violenti posti in essere contro il proprio cane abbiano uno scopo punitivo o dissuasivo, in quanto volti a frenare l’esuberanza dello stesso

La vicenda

Il Tribunale di Bergamo aveva condannato l’imputato per il reato di cui all’art. 727 c.p. (maltrattamento di animali) “per aver maltrattato, per crudeltà o senza necessità, il suo cane di razza Amstaff (American staffordshire terrier), sottoponendolo a sevizie, colpendolo violentemente con un bastone di ferro in almeno 7-8 occasioni, privandolo del nutrimento e dell’acqua e lasciando la cuccia sporca e piena di escrementi”.

Con un unico motivo di ricorso l’imputato aveva impugnato la sentenza lamentando l’errata applicazione della fattispecie penale al caso concreto.

Il ricorrente aveva dichiarato di non aver mai inflitto all’animale “gravi sofferenze” essendosi limitato a porre in essere atti volti a frenare l’esuberanza dello stesso. Inoltre, secondo la difesa la sentenza impugnata non aveva fornito una adeguata motivazione circa gli elementi costitutivi del reato, poiché non erano emerse condizioni di detenzione del cane contrarie alla sua natura nè erano state accertate le conseguenze patite in concreto dall’animale per effetto della sua azione.

Tali argomenti non hanno convinto i giudici della Suprema Corte (Terza Sezione Penale, sentenza n. 16039/2019) che hanno, infatti, rigettato il ricorso perché manifestamente infondato.

A dispetto di quanto affermato dalla difesa, il Tribunale, aveva correttamente riqualificato il fatto ai sensi dell’art. 727 c.p., avendo accertato i comportamenti violenti posti in essere dall’imputato nei confronti del proprio cane, che era stato colpito “con una certa frequenza e per un apprezzabile periodo di tempo con spranghe di metallo e tondini di ferro, sia pure a scopo punitivo e/o dissuasivo rispetto a qualche “guaio” che aveva combinato”.

La decisione – hanno affermato gli Ermellini – “è in linea con il pacifico orientamento della giurisprudenza di legittimità secondo cui costituiscono maltrattamenti, idonei ad integrare il reato di abbandono di animali, non soltanto quei comportamenti che offendono il comune sentimento di pietà e mitezza verso gli animali per la loro manifesta crudeltà, ma anche quelle condotte che incidono sulla sensibilità psico-fisica dell’animale, procurandogli dolore e afflizione” (Cass., Sez. 7, ord. n. 46560 del 10/07/2015).

La redazione giuridica

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