Confermata la responsabilità del direttore tecnico di cantiere, accusato di aver causato lesioni personali a due lavoratori caduti a causa della mancanza di ponteggio

Era stato giudicato responsabile, in sede di merito, del reato di cui all’art. 590 cod. pen. per aver cagionato per colpa, in qualità di direttore tecnico di cantiere delegato alla sicurezza del lavoro di una Srl, lesioni personali a due lavoratori. In particolare, secondo quanto accertato il primo era salito sulla sommità di una struttura ad un’altezza di circa 4,30 metri dal suolo per prendere una borsa di attrezzi che vi aveva lasciata e necessaria per procedere al lavoro su una diversa cassaforma, perdendo l’equilibrio e, a causa della mancanza di ponteggio prospiciente il lato sul quale si trovava, era caduto al suolo; il secondo, che si trovava sugli ultimi pioli della scala utilizzata per raggiungere la sommità della struttura, nel tentativo di trattenere il collega era caduto egli stesso al suolo.

All’imputato veniva rimproverato di non aver adottato un ponteggio sul lato della struttura presso il quale si era verificato l’incidente, nonostante i lavori dovessero svolgersi ad una quota che ne imponeva l’adozione.

Nel rivolgersi alla Suprema Corte di Cassazione, il ricorrente si doleva del vizio della motivazione nella quale sarebbe incorsa la Corte di appello laddove era ricorsa ad un sillogismo per il quale siccome nei lavori in quota sono obbligatori i ponteggi, l’assenza degli stessi avrebbe causato l’infortunio; si tratterebbe di un ragionamento avulso dalle risultanze processuali perché non considerava se le persone offese al momento dell’incidente fossero impegnate in una fase della lavorazione, se fossero in postazione di lavoro. Inoltre, la Corte di appello assumeva, “con incontrovertibile distorsione del contenuto probatorio”, che fosse in corso una sorta di lavorazione prodromica alla gettata, comprensiva di fasi pertinenziali, non specificate, per le quali sarebbe ricompreso l’accesso alla postazione da parte degli operai. L’esistenza di fasi pertinenziali, invece – a detta dell’imputato – era esclusa dalle prove acquisite. Infine, la motivazione è contraddittoria laddove dapprima definisce esaustiva la sentenza di primo grado e poi la critica.

Il ricorrente contestava poi al Giudice di secondo grado di aver escluso il carattere abnorme della condotta delle persone offese, segnatamente l’utilizzo della scala, perché veniva dato per scontato che la scala venisse normalmente utilizzata per le lavorazioni, nonostante fosse stato dimostrato che le lavorazioni non ne contemplavano l’uso.

Gli Ermellini, con la sentenza n. 21517/2021, hanno ritenuto infondati i motivi di doglianza.

Per la Cassazione, l’esistenza di postazioni di lavoro in quota impone la previa adozione delle misure prescritte e la permanenza delle medesime sino a quando le lavorazioni non siano cessate. Il ricorrente proponeva una definizione del rischio traguardato dalle norme cautelari pertinenti al caso come ‘rischio di caduta del solo lavoratore occupato nel lavoro e solo durante il suo svolgimento’. Ben diversamente, il rischio considerato era quello determinato dalla mera allocazione di postazioni di lavoro ad una quota tale da rendere la caduta pericolosa per l’uomo.

La circostanza che il lavoratore infortunatosi si trovasse in quota per ragioni non inerenti lo svolgimento del lavoro da compiersi sul posto non si rifletteva quindi sulla sussistenza dell’obbligo cautelare ma sulla valenza della medesima quale causa da sola sufficiente a cagionare l’evento tipico.

Al riguardo dal Palazzaccio hanno rilevato che “è ormai consolidato il principio secondo il quale siffatta causa è costituita dal fattore che innesca un rischio eccentrico rispetto a quello gestito dal garante (nella specie, il datore di lavoro)”, aggiungendo che “in tema di infortuni sul lavoro, la condotta esorbitante ed imprevedibilmente colposa del lavoratore, idonea ad escludere il nesso causale, non è solo quella che esorbita dalle mansioni affidate al lavoratore, ma anche quella che, nell’ambito delle stesse, attiva un rischio eccentrico od esorbitante dalla sfera di rischio governata dal soggetto titolare della posizione di garanzia”.

Nel caso in esame risultava accertato che il lavoratore si era portato sulla sommità della struttura per prendere la borsa degli attrezzi che vi aveva lasciato in precedenza; e che anche il secondo lavoratore stava salendo la scala per verificare cosa stesse facendo il collega. Si trattava, quindi, di una presenza sul posto che trovava origine proprio nella necessità di assolvere ai compiti affidatagli e che pertanto proponeva un rischio tipicamente lavorativo. Né imprimeva una diversa connotazione a tale rischio – lasciando il campo ad un rischio eccentrico – l’uso della scala, posto che, come affermato dalla Corte di appello, essa costituiva la via di accesso alla sommità della struttura predisposta in luogo del ponteggio e più percorribile più rapidamente rispetto a questo.

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