La piccola, deceduta per uno shock irreversibile dovuto a miocardite acuta linfocitaria, aveva appena 14 mesi. Secondo l’accusa, una più corretta ed accurata gestione clinica, le avrebbe offerto delle chance di sopravvivenza

La Procura di Potenza ha chiesto il rinvio a giudizio per otto medici in relazione al decesso di una bimba di 14 mesi, morta per uno uno shock irreversibile dovuto a miocardite acuta linfocitaria nel 2018. Si tratta – come riporta la Gazzetta del Mezzogiorno – di sette camici bianchi in servizio nell’ospedale di Melfi e di un professionista in forza al 118. L’ipotesi di reato formulata nei loro confronti è di cooperazione in omicidio colposo. Sul caso dovrà ora pronunciarsi il Giudice per l’udienza preliminare.

Secondo il pubblico ministero, gli indagati sarebbero responsabili di una serie di ritardi e di omissioni che avrebbe tolto alla piccola paziente, pur affetta da una grave patologia, ogni possibilità di essere salvata. Nello specifico – come riferisce sempre la Gazzetta del Mezzogiorno – la bambina era stata portata in Pronto soccorso il 29 luglio. Da alcune ore aveva iniziato a rifiutare il cibo e a respirare con affanno e la terapia a base di cortisone prescritta dalla pediatra di libera scelta non aveva sortito effetti.

In ospedale, stando alla perizia disposta dalla magistratura, si sarebbero verificate “plurime significative inappropriatezze ed incongruità comportamentali, di impostazione clinica e di approccio terapeutico”.

In particolare, non sarebbe stata fatta una corretta diagnosi né gli accertamenti necessari, e si sarebbe tardato nel trasferire la paziente nel più attrezzato nosocomio di Potenza. Inoltre, non si sarebbe attivata da subito l’eliambulanza e l’ambulanza  partita per l’ospedale del capoluogo, senza medico a bordo, a un certo punto sarebbe stata fatta tornare indietro, contro le indicazioni dello stesso 118, per attendere l’elicottero, aumentando ancor di più il tempo del trasporto. Una volta giunta a Potenza, nonostante tutti gli sforzi messi in campo dal personale sanitario, la piccola non ce l’ha fatta: la sua situazione era ormai compromessa.


Sebbene gli stessi consulenti, nelle loro conclusioni, affermano la non certezza che la bimba si sarebbe salvata. La patologia da cui era affetta, infatti, presenterebbe una mortalità del 57%; dato quest’ultimo contestato dalla famiglia, secondo cui i casi presi in insorgenza, come quello in esame, avrebbero indici di sopravvivenza dell’80%. Tuttavia gli stessi esperti sottolineano che “una più corretta ed accurata gestione clinica” avrebbe permesso di “individuare la sofferenza cardiaca che indubbiamente era già presente”.

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