La Suprema Corte ha confermato l’assegno divorzile alla moglie economicamente autonoma, insegnante a tempo pieno, poiché i sacrifici della donna hanno permesso al marito di fare carriera

“Alla moglie, che ha convissuto con il marito per 23 anni e si è sempre occupata della casa e della figlia spetta l’assegno di divorzio anche se non ha sacrificato le proprie aspirazioni professionali, ma ha comunque permesso al marito di dedicarsi pienamente alla sua carriera” (Cass. Civ., Ordinanza 29195/2021).

In sede di Appello viene parzialmente riformata la decisione di primo grado e la Corte riconosce alla moglie l’assegno divorzile mensile di euro 1.200,00.

Il marito contesta la decisione d’appello e impugna in Cassazione, lamentando violazione e falsa applicazione sulla disponibilità delle prove e violazione della legge sul divorzio con riferimento all’applicazione dell’orientamento giurisprudenziale secondo il quale alla ex moglie economicamente autonoma non spetterebbe l’assegno divorzile.

Gli Ermellini rigettano il ricorso.

Il primo motivo è inammissibile perché il ricorrente non ha indicato nel dettaglio il contenuto dei motivi dell’appello limitandosi a riportare la rubrica.

Inammissibile anche il secondo motivo con cui il ricorrente ha denunciato il fatto che la Corte ha sempre ritenuto provati fatti che invece lo stesso ha contestato.

In particolare: della maggiore dedizione della moglie alla cura della figlia e della casa, impegni che il ricorrente dichiara essere stati svolti con l’aiuto di una collaboratrice domestica diversi giorni a settimana; della durata della convivenza, protrattasi per 23 anni, coincidenti per lo più con il maggior impegno professionale dell’uomo, che ha potuto dedicarsi alla propria carriere grazie all’accudimento della figlia e della casa da parte della moglie.

Tale motivo è inammissibile perché il ricorrente ha omesso di trascrivere gli atti “sulla cui base il giudice di merito ha ritenuto integrata la non contestazione che il ricorrente pretende di negare” in sede di legittimità.

Anche il terzo motivo viene ritenuto inammissibile.

Sul punto, il recente intervento delle Sezioni Unite, intervenute per indicare al Giudice gli elementi da valutare ai fini del riconoscimento e della quantificazione dell’assegno di divorzio, ha evidenziato che l’assegno deve anche tenere conto del “contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, e, conseguentemente alla formazione del patrimonio familiare e personale dell’altro coniuge, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali, ed economiche, eventualmente sacrificate.”

Osservano gli Ermellini che tale criterio è stato correttamente applicato dalla Corte territoriale che ha valorizzato la ultraventennale convivenza dei coniugi e la circostanza che il marito abbia potuto dedicarsi appieno alla carriera grazie alla moglie che si occupava della casa e della figlia senza sacrificare la professione di insegnante.

Proprio a ragione dell’attività di insegnante a tempo pieno la Corte di merito ha ridotto l’assegno divorzile da euro 1.500 a euro 1.200.

Conclusivamente la Suprema Corte rigetta il gravame e conferma la sentenza d’Appello.

§§

La decisione qui a commento si profila interessante per avere fornito una chiara interpretazione dell’importanza dell’apporto casalingo e genitoriale ai fini del riconoscimento e della quantificazione dell’assegno di mantenimento alla moglie.

Tramontato, quindi, lo stereotipo dello stato di indipendenza economica ai fini del beneficio in parola, tanto è vero che la Corte specifica a chiare lettere che non rileva il fatto che la donna fosse aiutata da una Colf.

Avv. Emanuela Foligno

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