Per il giudice, l’azienda è tenuta al risarcimento anche se il medico visitava in regime di intramoenia

Un reato commesso da un medico in ospedale, anche se in regime di intramoenia, ricade comunque sulla Asl di competenza. È per questo motivo che la Asl To 2 è stata condannata a pagare il risarcimento a una donna che è stata vittima degli abusi di uno pneumologo del San Giovanni Bosco, già condannato a 12 anni per violenza sessuale. Il medico, che riceveva negli ambulatori dell’ospedale torinese,  faceva svestire le pazienti, spesso chiudendo anche la porta dello studio dove si svolgeva la visita che, però, si trasformava in molestia.

La Asl, che ha immediatamente preso le distanze dalla spiacevole e dolorosa vicenda, ha tuttavia scansato ogni responsabilità. Posizione che è stata, però, respinta al mittente dal giudice Anna Castellino che ha accolto le richieste del legale di una delle pazienti, condannando il medico, ma anche la Asl, alla quale, ora, spetta il risarcimento.

Secondo il giudice, la paziente – ma con lei anche le altre che hanno subito molestie – “si erano rivolte al medico perché strutturato presso l’ospedale, senza conoscerlo personalmente”. Le pazienti, quindi, non avevano contattato “lo specifico professionista ma la struttura ospedaliera” e per questo, “il rapporto tra medico e paziente è di natura pubblicistica” anche se la visita rientrava nella pratica della cosiddetta intramoenia.

Questo perché, secondo il Tribunale Civile, anche se sta operando al di fuori dell’orario di lavoro, il medico rappresenta comunque l’ospedale di cui è dipendente. Anzi, proprio la disponibilità dei locali dell’ospedale, aveva finito per agevolarlo nei suoi propositi: “Non c’è dubbio che abbia compiuto gli illeciti sfruttando la sua posizione di medico ospedaliero e la particolare fiducia accordata ai medici pubblici” ha chiarito il giudice nella sua sentenza di condanna facendo riferimento proprio al senso di sicurezza di chi si rivolge a una grande struttura pubblica.

Per il giudice, però, la responsabilità della Asl emergerebbe anche sotto un altro profilo almeno: sebbene non fosse possibile attivare controlli (che sarebbero risultati lesivi della privacy non solo del dottore, ma anche delle pazienti), secondo il giudice “non erano impensabili forme di controllo più indiretto” e anzi, risulterebbe singolare “che non fosse stata notata, e fatta oggetto quanto meno di domande, l’inusuale lunghezza delle visite e il ripetersi in tempi molto ravvicinati”.

L’azienda sanitaria, insomma, deve in qualche misura essere considerata responsabile dal momento che la condotta del medico era sistematica e ripetuta e quindi sarebbe dovuta emergere come scorretta anche prima della denuncia di una delle pazienti.

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