Nullità del matrimonio per vizio psichico (Cass. civ., sez. I, 4 gennaio 2023, n. 149).

Nullità del matrimonio e rilevanza della convivenza.

La Suprema Corte si è pronunziata sulla sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio ed ha sancito che la convivenza ultra triennale non è ostativa.

La Corte territoriale ha ritenuto che la sentenza ecclesiastica fosse in contrasto con i principi dell’ordine pubblico italiano in quanto, in base alle risultanze istruttorie ricorreva l’elemento ostativo costituito dalla convivenza ultra triennale dei coniugi.

La Corte d’appello di Bologna ha rigettato la domanda proposta per l’ottenimento dell’efficacia nella Repubblica Italiana della sentenza del Tribunale Ecclesiastico Regionale Emiliano di Modena del 9 settembre 2015, con la quale era stata dichiarata la nullità del matrimonio a motivo dell’incapacità del consenso da parte della moglie a norma del can. 1095, n. 2 e n. 3, per contrarietà all’ordine pubblico italiano della suddetta sentenza ecclesiastica.

La Corte bolognese ha rilevato che risultavano rispettati i principi attinenti alla competenza del Giudice che aveva pronunciato la sentenza alla conoscenza dell’atto introduttivo per entrambe le parti, all’osservanza del diritto di difesa e della regolare costituzione delle parti in giudizio secondo la legge dello Stato in cui si era svolto il processo, al passaggio in giudicato della sentenza secondo la stessa legge.

Tuttavia, ha ritenuto che la sentenza ecclesiastica fosse in contrasto con i principi dell’ordine pubblico italiano perché, in base alle risultanze della sentenza ecclesiastica e dei fatti allegati dalle parti, provati questi ultimi documentalmente e presuntivamente o non contestati, ricorreva nella specie l’elemento ostativo costituito dalla convivenza ultratriennale dei coniugi.

La decisione viene impugnata in Cassazione.

I Giudici di legittimità rammentano l’intervento delle Sezioni Unite secondo cui “la prolungata convivenza come coniugi, dopo il matrimonio, non può rilevare come limite generale per la delibazione di sentenze ecclesiastiche che abbiano accertato ipotesi di nullità del matrimonio previste come tali anche dall’ordinamento italiano, senza termini di decadenza o fattispecie di sanatoria, o con limiti tutt’affatto distinti dalla protratta convivenza in sé. Codeste situazioni, per quanto corrispondenti a quelle eventualmente ritenute dall’ordinamento canonico, non possono tradurre la protratta convivenza in un limite (di ordine pubblico) che l’ordinamento nazionale non prevede neppure quanto alle fattispecie interamente disciplinate al proprio interno […]”.

Oltre a ciò, viene evidenziato che la convivenza, pur essendo elemento essenziale del matrimonio, ove protrattasi per almeno tre anni dalla celebrazione del matrimonio concordatario, e pur integrando una situazione giuridica di ordine pubblico italiano, non è ostativa alla dichiarazione di efficacia della sentenza di nullità pronunciata dal tribunale ecclesiastico per vizi genetici del matrimonio presidiati da nullità.

Per tutti questi motivi il ricorso viene accolto in applicazione del seguente principio di diritto: «in tema di delibazione di sentenze ecclesiastiche di nullità del matrimonio concordatario, la convivenza “come coniugi” costituisce un elemento essenziale del “matrimonio-rapporto” e, ove si protragga per almeno tre anni dalla celebrazione, integra una situazione giuridica di “ordine pubblico italiano” che, tuttavia, non impedisce la delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità per vizi genetici del “matrimonio-atto”, a loro volta presidiati da nullità nell’ordinamento italiano. In particolare, la convivenza ultratriennale non è ostativa alla dichiarazione di efficacia della sentenza ecclesiastica, che accerti la nullità del matrimonio per incapacità a contrarre matrimonio determinata da vizio psichico, poiché una tale nullità è prevista anche nell’ordinamento italiano e non è sanabile dalla protrazione della convivenza prima della scoperta del vizio».

Avv. Emanuela Foligno

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