Una tempestiva diagnosi cui abbia fatto seguito un’adeguata ed efficace terapia avrebbe potuto procrastinare l’evoluzione verso la dialisi per un periodo da uno a tre anni (Corte d’Appello di Lecce – Sezione Distaccata di Taranto, Sentenza n. 455/2020 del 18/12/2020 – RG n. 469/2018)

La paziente propone appello avverso la sentenza n. 2397/2018, emessa dal Tribunale di Taranto il 28.9.2018, con cui veniva parzialmente accolta per euro 28.077,26 oltre accessori la domanda risarcitoria a suo tempo proposta nei confronti della ASL di Taranto per responsabilità sanitaria da omessa diagnosi di patologia renale.

L’appellante censura la determinazione equitativa del danno liquidato dal Giudice di prime cure, e censura la valutazione in tre, e non cinque, anni l’arco temporale tra omessa diagnosi ed insorgenza della grave malattia, per aver ingiustificatamente decurtato del 50% la determinazione equitativa del danno, per non aver riconosciuto nulla a titolo di invalidità temporanea e di danno patrimoniale da incapacità lavorativa.

Si costituiscono in giudizio l’Asl e la Compagnia assicuratrice chiedendo il rigetto dell’appello.

La Corte d’Appello ritiene il gravame infondato.

La Corte osserva che il primo Giudice, dopo aver preso atto delle conclusioni della CTU, ha affermato la responsabilità della ASL per omessa diagnosi di patologia renale di cui è affetto l’appellante e non rilevata durante il ricovero del 20.2.1998 nonostante ne emergessero elementi rivelatori dall’esame delle urine e manifestatasi circa due anni e mezzo dopo, ed ha liquidato equitativamente il danno conseguente alla perdita di chance di conservare una migliore qualità della vita per un certo periodo di tempo, cioè per il periodo in cui non era costretto a sottoporsi a dialisi.

Senz’altro tale tipo di danno è difficile da liquidare equitativamente.

Il Giudice, per la liquidazione, con ragionamento ben calibrato, è partito dal quantum fissato dalle Tabelle milanesi per l’invalidità totale di un soggetto di 26 anni, dividendolo per il numero di anni restanti (57) secondo l’aspettativa media di vita della popolazione maschile (83 anni) e moltiplicandolo per tre, cioè per l’estremo della forbice (1 -3 anni) indicata dal CTU come arco temporale di cui il paziente avrebbe potuto beneficiare senza sottoporsi a dialisi, se la patologia fosse stata tempestivamente diagnosticata.

Il valore ottenuto da tale operazione, pari ad euro 56.154,52, è stato poi ridotto del 50%, sempre in considerazione delle conclusioni cui era giunto il CTU, che aveva considerato la patologia come “rapidamente progressiva” e quindi non facilmente e sicuramente aggredibile con adeguata terapia farmacologica che ne potesse con certezza ritardare, non guarire, i sintomi più gravi che avevano portato dapprima al trapianto -poi fallito-, e successivamente alla dialisi.

L’appellante contesta innanzitutto l’arco temporale di tre anni, che secondo il CTP di parte attrice dovrebbe essere invece fissato in una forbice da 4-6 a ben 20 anni, e la illogica decurtazione al 50%.

Invero, la Corte dà atto che il Giudice di prime cure ha fatto buon uso dei suoi poteri di determinazione equitativa del danno da perdita di chance, motivando ampiamente ed in maniera del tutto condivisibile la decisione, soprattutto tenendo conto delle risultanze della CTU, che ha anche esaustivamente risposto alle contestazioni mosse dal CTP di parte attrice.

Il CTU ha inquadrato la grave patologia da cui è affetto il paziente ritenendola “rapidamente progressiva” e quindi soggetta a rara remissione spontanea, mentre “l’80% dei pazienti progredisce verso l’insufficienza renale terminale da pochi mesi ad alcuni anni, a volte indipendentemente dal trattamento medico instaurato la cui efficacia risente di diversi fattori quali il tipo istologico della malattia, l’età, il sesso, le patologie associate (diabete, ipertensione o altro) e la compliance del paziente, ne consegue che una tempestiva diagnosi cui abbia fatto seguito un’adeguata ed efficace terapia avrebbe potuto procrastinare l’evoluzione verso la dialisi per un periodo da uno a tre anni”.

Il CTU ha replicato alle critiche del CTP disattendendo la ben più ampia, ma anche indeterminata forbice temporale dallo stesso proposta “che già per la sua ampiezza, da 4-6 a 20 anni, si appalesa come molto approssimativa e quindi non proprio attendibile, sul presupposto, però del tutto indimostrato, che la patologia del paziente non fosse una “glomerulo nefrite a rapida evoluzione”.

“In ogni caso, anche la minor stima della forbice in 9 -10 anni, dopo aver escluso la nefrite a rapida evoluzione, non appare congrua poiché comunque condizionata ad una terapia adeguata, ben tollerata dal paziente e soprattutto efficace, il che costituisce una mera possibilità e non una certezza”.

Risulta, pertanto, ben motivata la valutazione equitativa del danno del primo Giudice, che è partito dalle Tabelle milanesi, poi ha valutato l’aspettativa di vita media e le conclusioni del CTU, che aveva diagnosticato “una patologia a rapida e progressiva evoluzione, non facilmente aggredibile nemmeno con adeguata e tempestiva terapia medica, le cui possibilità di successo, in quando soggette all’alea di una serie cospicua di fattori (innanzitutto dalla risposta soggettiva del paziente), al massimo avrebbero potuto ritardare di tre anni il ricorso alla dialisi, con tutte le sue pregiudizievoli conseguenze sulla qualità di vita del soggetto” .

E’ ragionevole e corretto, sia il parametro dei tre anni di vita esente da dialisi, sia la decurtazione al 50% dell’ipotetico risarcimento, in considerazione dell’estrema incertezza sull’efficacia in concreto di una, pur tempestiva, terapia farmacologica.

Riguardo le ulteriori poste risarcitorie ribadite in appello inerenti l’invalidità temporanea ed il danno patrimoniale da incapacità lavorativa assoluta, la Corte concorda con il primo Giudice ritenendoli non provati.

Riguardo il danno patrimoniale, non è stato allegato alcunchè riguardo la concreta capacità lavorativa, sia riguardo l’epoca precedente, che quella successiva all’insorgere della patologia invalidante, e non è stato dimostrato il concreto peggioramento della condizione economica a causa della perdita di chance, non della grave patologia renale che comunque si sarebbe sviluppata, sia pure a distanza di tre anni.

In conclusione, la Corte respinge entrambi i motivi di gravame.

Le spese d’appello vengono interamente compensate in considerazione dei margini di incertezza ed opinabilità della valutazione equitativa del danno non patrimoniale.

Viene, inoltre, revocata l’ammissione dell’appellante al patrocinio a carico dello Stato, avvenuta a seguito di sua istanza del 24.11.2018, cui faceva seguito il provvedimento favorevole del COA in data 28.12.2018, entrambi atti successivi alla proposizione dell’atto di appello.

La Corte d’Appello di Lecce – Sezione Distaccata di Taranto – rigetta l’appello e conferma integralmente l’impugnata sentenza del Tribunale di Taranto n. 2397 /201 8 del 28.9.2018.

Avv. Emanuela Foligno

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