L’intervento è costato a una 52enne emiliana due anni di sofferenze e un’invalidità permanente del 5% a causa delle complicazioni insorte a seguito dell’inutile operazione

Un dolore insopportabile e un continuo formicolio alla gamba e al piede sinistro che la portavano a zoppicare. Su consiglio del chirurgo decide di sottoporsi a un intervento per la rimozione dell’ernia, ma, nel corso dell’operazione, dell’ernia non viene trovata alcuna traccia.

L’incredibile storia, raccontata sulle pagine del quotidiano Il Resto del Carlino, risale al 2009 e ha come protagonista una donna reggiana di 53 anni che, dopo quanto avvenuto, ha citato in giudizio il chirurgo e la struttura in cui si è svolto l’intervento.

I fatti sono riportati nell’atto di citazione. La donna, si legge nel documento, “a seguito di forti dolori alla colonna vertebrale e alla gamba sinistra giungeva all’ospedale (…) dove veniva sottoposta a una visita specialistica”. Il medico-chirurgo “diagnosticava un’ernia al disco L4 L5 che doveva essere immediatamente rimossa onda evitare una paralisi totale e in data 19 marzo 2009 si procedeva con l’intervento chirurgico”.

Ma di quell’intervento non c’era alcuna necessità. Lo conferma la perizia del medico legale incaricato dal Tribunale. “L’esame effettuato il 22 dicembre 2008 (e quindi precedente all’operazione) non evidenziava alcun aspetto compatibile con la presenza di ernia”, scrive il perito, che sottolinea come sia pertanto ravvisabile un “errore terapeutico consistito nell’errata indicazione chirurgica”.

Ma non è tutto. In questo caso alla beffa si aggiunge anche il danno. Infatti, “nonostante l’intervento – si legge ancora nell’atto di citazione – il dolore non diminuiva, anzi aumentava, tant’è che la signora nel corso dei due anni seguenti è stata costretta ad assumere notevoli quantità di farmaci antidolorifici (a base di morfina e cortisone) ed a sottoporsi all’innesto di un catetere al fianco sinistro”. Due anni di fitte lancinanti, nel corso dei quali la donna ha perso quasi tutti i denti a causa delle terapia cui è stata sottoposta, fino a un nuovo intervento riparatore, svolto in un altro Ospedale.

Per il medico legale durante l’atto operatorio si sarebbe verificata, infatti, anche una lesione della dura madre (la parte più esterna e più spessa delle tre meningi, le membrane che avvolgono l’encefalo e il midollo spinale). “Nel caso in esame – evidenzia il consulente nella sua perizia – l’errore di indicazione chirurgica ha condotto a un peggioramento del quadro algico della paziente a seguito dell’intervento del marzo 2009, con necessità di sedute di terapia del dolore protratte nel tempo e successivo intervento chirurgico di stabilizzazione vertebrale, assumendo valenza causale del danno riportato dalla paziente”.

Alla malcapitata 53enne il perito ha riconosciuto una invalidità permanente del 5% dovuto ai postumi dell’errore di indicazione chirurgica. La battaglia legale in sede civile si è conclusa nelle scorse settimane con la sentenza di condanna in solido del chirurgo e dell’Ospedale al risarcimento del danno cagionato alla donna. In tutto la cifra ammonta a complessivi 32mila euro, comprensivi di quantificazione del danno non patrimoniale, interessi, spese legali e consulenze.

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