La patologia connessa allo stress causato dal lavoro non configura automaticamente la sussistenza di mobbing

La Suprema Corte chiamata a decidere un presunto caso di mobbing lamentato dal comandante della Polizia Municipale in danno del Comune.

Gli Ermellini (Sez. Lavoro, Ordinanza n. 14879 del 13 luglio 2020), escludono la responsabilità del Comune per mobbing lamentato dal dipendente inquadrato come comandante della Polizia Municipale, in quanto gli episodi esaminati rappresentano conflittualità priva dell’intento persecutorio nei confronti del lavoratore.

Lo stress che ha comportato nel lavoratore la manifestazione di una patologia accertata non è sufficiente per ritenerlo vittima di comportamenti illegittimi persecutori.

Anche i Giudici di merito non hanno considerato persecutori gli episodi lamentati dal lavoratore.

In particolare, il Giudice di secondo grado osserva che “l’episodio relativo al divieto impartito dal Sindaco di consentire agli agenti di Polizia Municipale di fare uso dei segni distintivi di grado non è stato caratterizzato da espressioni minacciose o lesive della dignità del dipendente, ma solo da toni propri della dialettica conflittuale esistente, e comunque l’assenza di intenti ostili è confermata dall’essersi chiusa la vicenda con il pieno riconoscimento da parte del Sindaco dei poteri del Comandante in merito all’utilizzo dei distintivi”.

Ed ancora l’episodio lamentato dal lavoratore relativo al “divieto di uso delle motociclette storiche Guzzi”, non è probante di un intento lesivo da parte del Sindaco e il dipendente non ha allegato per quale ragione tale decisione dovesse intendersi persecutoria e discriminatoria.

Analoghe considerazioni di insussistenza lesiva anche «per la fissazione della retribuzione di risultato sulla base della valutazione del medesimo Nucleo di Valutazione».

Tutti gli episodi lamentati dal lavoratore non palesano intento persecutorio, né discriminatorio.

Le decisioni compiute dai Giudici di merito, quindi, vengono totalmente condivise dalla Suprema Corte che non ritiene sussistenti i presupposti per ritenere vittima di mobbing il lavoratore.

Relativamente alla patologia lamentata dal lavoratore e connessa al difficile contesto lavorativo gli Ermellini evidenziano che la CTU ha “escluso il nesso con lo stress lavorativo” ma, allo stesso tempo, ha “riconosciuto la possibilità che esso avesse accentuato o slatentizzato i disturbi di pertinenza gastroenterologica”.

Tuttavia, ciò non è sufficiente per dichiarare una responsabilità del Comune.

Ciò perché si deve “escludere che, seppure in ipotesi lo stress lavorativo possa avere avuto effetti sfavorevoli su situazioni patologiche latenti, siffatto nesso causale assuma rilevanza, atteso che del pregiudizio (ancora in ipotesi) ad esso correlato non può essere chiamato a rispondere il datore di lavoro che non abbia tenuto comportamenti illegittimi”.

La responsabilità del datore di lavoro, ricorda la Cassazione, deve essere fondata sulla violazione di obblighi di comportamento a protezione della salute del lavoratore, imposti da fonti legali o suggeriti dalla tecnica, purché concretamente individuati, sicché essa non può sussistere ove non risultino comportamenti concretamente in contrasto con i doveri datoriali.

Per tali ragioni il ricorso del lavoratore viene respinto e confermata la sentenza della Corte d’Appello.

Avv. Emanuela Foligno

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