Qualora non siano disponibili i presidi di movimentazione dei pazienti, nel caso di infortunio del lavoratore l’Ospedale è responsabile

Il lavoratore di una Struttura ospedaliera romana, con la qualifica di OTA, cita dinanzi il Giudice del Lavoro  il proprio datore di lavoro sostenendo di avere subito 3 infortuni e lamentando che 2 infortuni subiti siano addebitabili alla omessa disponibilità dei presidi di movimentazione dei pazienti allettati.

Il lavoratore espone che veniva assegnato al reparto ortopedia e traumatologia con il compito di svolgere mansioni comprendenti anche la movimentazione dei pazienti in assenza di presidi meccanici previsti dalla normativa antinfortunistica.

Che in data 21.5.2008 si verificava il primo infortunio allorquando, nel sollevare un paziente, avvertiva un forte dolore al collo ed al braccio destro. Tale infortunio veniva poi definito con pronuncia della Corte d’Appello che accertava un danno biologico nella misura del 2%, cui seguiva un riconoscimento di idoneità alla mansione di OTA con esclusione dai reparti di degenza con intensa attività di movimentazione dei carichi manuali.

Successivamente, in data 8.1.2009, il lavoratore veniva assegnato al reparto chirurgia d’urgenza.

In data 15.9.2010 al lavoratore veniva formulato giudizio di inabilità temporanea per anni 1 alle attività comportanti movimentazione manuale di carichi, ma lo stesso veniva indirizzato a svolgere attività incompatibili con tale condizione.

Dopo 3 anni, nel settembre 2013, il lavoratore subiva altro infortunio relativamente al quale l’Inail valutava la sussistenza di postumi permanenti nella misura del 10%.

Al rientro in servizio, il lavoratore veniva assegnato alla unità di oculistica dove svolgeva attività di fascicolazione e archiviazione incompatibili con la propria condizione di salute, tant’è che si verificava un terzo infortunio nel prendere una cartella pesante  circa 40 Kg.

Il lavoratore, dunque, lamenta una condotta illecita ed omissiva dell’azienda ospedaliera e conseguente danno biologico nella misura del 20%, di cui chiede il ristoro.

Il Tribunale adito (Tribunale di Roma, sez. lav., sentenza n. 6502 del 19 ottobre 2020), preliminarmente accerta le modalità secondo le quali si configura il danno differenziale ed evidenzia che “rimangono escluse dalla tutela indennitaria le lesioni micro permanenti, inferiori al 6%”, mentre solo per la menomazione di grado pari o superiore al 16%, il comma 2, lett. b) dell’art. 13 cit., riconosce il diritto all’erogazione “di un’ulteriore quota di rendita” da quantificare in relazione “alle conseguenze patrimoniali” della lesione.

Il danno differenziale, viene rimarcato, costituisce quella parte di danno, meramente eventuale, sussistente qualora l’entità dell’indennizzo riconosciuto dall’Inail non copra il danno risarcibile, in termini sia quantitativi sia di danno complementare, secondo i criteri civilistici.

Tenuto conto, in ogni caso, che costituisce oggetto di accertamento la sussistenza del maggior danno rispetto a quello quantificato secondo i coefficienti delle tabelle Inail, oltre alla responsabilità datoriale ai sensi dell’art. 2087 c.c..

Ciò preliminarmente evidenziato, il Giudice ritiene che il lavoratore abbia adempiuto al proprio onere probatorio limitatamente ai primi due infortuni.

I testi escussi hanno confermato che nel reparto di Ortopedia non erano disponibili presidi di movimentazione per i degenti e che i pazienti allettati venivano movimentati a mano, senza l’ausilio di mezzi meccanici.

Relativamente alle mansioni svolte nel reparto chirurgia d’urgenza, altro teste ha confermato che nel sollevare un paziente il lavoratore si faceva male alla schiena e si recava al pronto soccorso e che nel reparto non erano presenti sollevatori né cinture ergonomiche.

Il Tribunale, pertanto, ritiene provate le circostanze dedotte relativamente ai primi due infortuni e all’inadempimento datoriale in termini di omessa disponibilità dei presidi di movimentazione necessari alla tutela della salute del ricorrente nello svolgimento della mansione di o.t.a., con particolare riferimento alla movimentazione dei pazienti.

Invece, secondo il Tribunale, non risulta adempiuto l’onere della prova con riferimento al terzo infortunio che si sarebbe verificato presso l’unità operativa di oculistica dove il ricorrente svolgeva attività di fascicolazione e archiviazione.

La teste escussa ha dichiarato che nell’ambulatorio di accettazione al quale era addetto il ricorrente, non vi erano fascicoli pesanti e che lo stesso non era mai stato visto muovere carichi pesanti.

Il Tribunale, pertanto, preso atto che il grado di invalidità nella misura del 23% riconosciuto dall’Inail con provvedimento del 22.1.2019 attiene alla domanda di malattia professionale del 7.11.2013, richiamata nel provvedimento medesimo, conclude che l’Inail non ha riconosciuto alcun postumo a seguito degli infortuni denunciati.

Accerta, inoltre, che la C.T.U.  concorda con l’Inail quanto alla valutazione delle malattie accertate e alla insussistenza di postumi invalidanti permanenti a seguito dei due infortuni relativamente ai quali risulta pacifica la responsabilità datoriale.

Per tali ragioni, al lavoratore viene unicamente riconosciuto il diritto alla liquidazione del danno biologico per inabilità temporanea assoluta e parziale, nella misura riconosciuta dal C.T.U.: inabilità assoluta giorni 40, inabilità temporanea parziale al 50% giorni 40 e inabilità temporanea parziale al 25% giorni 45, conseguente ai 2 infortuni.

Per il relativo calcolo vengono utilizzate le tabelle di Roma, e visto il parziale accoglimento del ricorso il Tribunale compensa tra le parti nella misura della metà le spese e pone a carico dell’azienda sanitaria le spese di CTU.

Avv. Emanuela Foligno

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