La limitazione della responsabilità medica in caso di colpa lieve sicuramente trova applicazione per le condotte professionali conformi alle linee guida contenenti regole di perizia ma è inapplicabile nel caso di accertato macroscopico scostamento del comportamento tenuto rispetto a quello doverosamente esigibile

La responsabilità medica

Una dottoressa era stata tratta a giudizio per rispondere del reato di lesioni colpose di cui all’art. 590 c.p., commesso per colpa consistita nell’aver somministrato ad una paziente, nella sua qualità di medico anestesista, una quantità eccessiva di un farmaco, con induzione di coma tossico durato tre giorni.

Per tali fatti, il giudice di primo grado l’aveva condannata alla pena ritenuta di giustizia. Invero la stessa dottoressa non aveva affatto escluso l’errore nel sovradosaggio del farmaco, riferendo di aver avuto indicazioni al riguardo, da un altro medico. Quest’ultimo aveva confermato la circostanza, ricordando di aver parlato al telefono con l’imputata e di averle indicato la dose di 100-125 microgrammi di (…), e non certo quella poi somministrata.

Peraltro, la stessa imputata aveva ammesso di conoscere bene il farmaco e le sue indicazioni terapeutiche, perciò non poteva essere accolta la tesi difensiva secondo cui si sarebbe trattato, nella specie, di un atto medico non esigibile in quanto di eccezionale difficoltà, essendo la dottoressa, medico specialista di anestesia e rianimazione nonché dotata di una lunga esperienza ospedaliera, perfettamente in grado di effettuare l’atto medico richiestole, essendosi trattato, nel caso di specie, esclusivamente di sovradosaggio del farmaco.

Contro tale sentenza la difesa aveva proposto impugnazione. Ma la Corte d’Appello di Ancona (sentenza n. 1736/2020) ha confermato il giudizio di penale responsabilità a carico della dottoressa.

“In tema di responsabilità medica, – si legge nella sentenza in commento – la limitazione della responsabilità in caso di colpa lieve prevista dall’art. 3 D.L. 13 settembre 2012 n. 158, convertito dalla L. 8 novembre 2012 n. 189, sicuramente opera per le condotte professionali conformi alle linee guida contenenti regole di perizia, ma è inapplicabile nel caso di accertato macroscopico scostamento del comportamento tenuto rispetto a quello doverosamente esigibile dal medico specialista (Cassazione penale, sez. IV, 30/03/2016, n. 18780) e non si estende agli errori connotati da negligenza o imprudenza, perché le linee guida contengono solo regole di perizia” (Cassazione penale, sez. IV, 27/04/2015, n. 26996).

Ebbene, dalla documentazione in atti era emerso che l’atto medico posto in essere dalla imputata, pur eseguito in via di urgenza, non presentava aspetti di particolare complessità; del resto ella avrebbe dovuto soltanto eseguire correttamente le puntuali indicazioni ricevute dal collega in ordine al quantitativo di farmaco da somministrare.

L’intervento medico, rientrava nella normalità anche nella sua fase attuativa, non avendo lo stesso implicato la risoluzione di problemi di particolare difficoltà, come era peraltro, emerso dalla sintetica descrizione dell’intervento riportata nella cartella clinica; descrizione nella quale non si faceva alcun riferimento a condizioni intraoperatorie complicate o difficili né, tantomeno, a particolari complicanze.

La responsabilità medica per l’errato dosaggio del farmaco

La elevata e consolidata esperienza professionale dell’imputata, specialista in anestesia, la chiarezza delle indicazioni fornite dall’altro sanitario sul dosaggio del farmaco e l’assenza di difficoltà in sala operatoria avevano indotto, giustamente, il giudice di primo grado a qualificare come estremamente grave la colpa di quest’ultima determinata da imperizia, consistita nella commissione di un errore nel dosaggio del farmaco, errore certamente evitabile laddove ella avesse impiegato la necessaria, dovuta accuratezza nella verifica del dosaggio del farmaco prima della sua infusione … accuratezza che avrebbe certamente evitato l’insorgenza del coma nella paziente.

La Corte d’appello non ha ritenuto neppure sostenibile l’esclusione della responsabilità penale dell’imputata per colpa lieve ai sensi dell’art. 3 comma 1 Legge n. 189/2012 (c.d. legge Balduzzi), non rilevando, nel caso in esame, neppure la Legge n. 24/2017 (c.d. legge Gelli-Bianco), entrata in vigore successivamente alla sentenza di primo grado.

Sotto il profilo intertemporale, nonostante la formale abrogazione della precedente normativa, deve essere individuata la legge, in concreto, più favorevole rispetto a fatti commessi prima dell’entrata in vigore (1 aprile 2017) della Legge n. 24 del 2017.

Da un raffronto strutturale, la legge Balduzzi è indubbiamente di maggiore favore rispetto alla disciplina dettata dall’art. 590 sexies c.p. introdotto dalla legge n. 24/2017, quantomeno riguardo alla limitazione di responsabilità ai soli casi di colpa grave; di talché, la precedente disciplina, laddove ne ricorrano i presupposti, troverà ancora applicazione, ex art. 2 c.p., rispetto ai fatti anteriori, quale norma più favorevole (Cass. Sez. IV n. 28187/2017 del 7.6.2017).

Tuttavia la Corte d’Appello di Ancona ha osservato come nel caso in esame, non potesse farsi applicazione di tale norma (art. 3 Legge n. 189/2012).

Il citato articolo stabilisce che: “L’esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve”.

La disciplina applicabile

Al riguardo la Corte di Cassazione ha chiarito che la novella esclude la rilevanza penale della colpa lieve, rispetto a quelle condotte lesive che abbiano osservato linee guida o pratiche terapeutiche mediche virtuose, purché esse siano accreditate dalla comunità scientifica, dando luogo ad una “abolitio criminis” parziale degli artt. 589 e 590 c.p., avendo ristretto l’area penalmente rilevante individuata dalle predette norme incriminatrici, giacché, venendo in rilievo unicamente le condotte qualificate da colpa grave ( Cass. Sez. 4, n. 11493 del 24/01/2013; Cass. Sez. 4, n. 16237 del 29/01/2013).

Pertanto, in riferimento alla contestazione di cui all’art. 590 c.p., la rilevanza penale è da ritenersi circoscritta alla sola colpa grave, con la conseguenza che occorre verificare, in punto di fatto, se la condotta tenuta dal sanitario sia stata conforme ad accreditate linee guida e se la stessa sia stata connotata da colpa grave, nell’attuazione, in concreto, delle direttive scientifiche.

La decisione

Ebbene, nella vicenda esaminata, la condotta commissiva dell’imputata, oltre ad esulare dalle linee guida, era stata connotata da colpa grave, essendo emersa la totale divergenza tra la condotta tenuta in concreto e quella esigibile.

Tanto premesso, la Corte di secondo grado ha dichiarato non doversi procedere nei confronti della imputata in ordine al reato ascrittole perché estinto per prescrizione, con conferma delle statuizioni civili.

Avv. Sabrina Caporale

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