Il primo elemento che il cliente deve provare, al fine di ottenere il risarcimento dei danni in materia di responsabilità professionale dell’avvocato, è la conclusione del contratto con l’accettazione del mandato

La vicenda

Un cliente aveva convenuto in giudizio il proprio legale chiedendo il risarcimento dei danni per responsabilità professionale dell’avvocato. L’uomo aveva riferito di avere nominato il convenuto quale difensore di fiducia nel verbale di identificazione redatto dalla Polizia stradale nell’ambito di un procedimento per il mancato pagamento di pedaggi autostradali per un totale di € 884.85. Nonostante la nomina egli non era mai riuscito a mettersi in contatto diretto con il difensore e quest’ultimo non si era mai presentato ad alcuna delle udienze fissate per il procedimento penale, che si era, infine, concluso con la condanna del predetto ricorrente per il reato di cui all’art. 640 c.p.

Il Tribunale di Milano (Prima Sezione, sentenza n. 1640/2020), investito della vicenda, ha innanzitutto affermato che “alla base della responsabilità professionale dell’avvocato vi è il contratto che intercorre tra il legale e il cliente e in forza del quale il primo si impegna a prestare in favore del secondo la propria opera professionale: dunque, il rapporto avvocato/cliente si caratterizza per essere un rapporto di tipo contrattuale. Ma se il rapporto tra legale e cliente è regolato dagli articoli 2230 ss. c.c., che contengono le norme sul mandato, per analizzare la responsabilità professionale dell’avvocato occorre fare invece riferimento agli articoli 1176 c. 2, 1218 e 2236 c.c.”.

La responsabilità professionale dell’avvocato

Il grado di diligenza richiesto all’avvocato è, infatti, quello imposto dalla natura dell’attività esercitata, salvo che la prestazione professionale da eseguire in concreto comporti la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà: in tal caso la responsabilità del professionista è attenuata, configurandosi, ex art. 2236 c.c., solo nel caso di dolo o colpa grave. In ogni caso, il professionista potrà liberarsi da responsabilità dimostrando di avere usato la diligenza richiesta o, ai sensi del 1218 c.c., dimostrando la impossibilità dell’esatta esecuzione della prestazione per causa a lui non imputabile.

Più nello specifico, l’avvocato deve considerarsi responsabile nei confronti del proprio cliente, ai sensi degli artt. 2236 e 1176 c. 2 c.c., in caso di incuria o di ignoranza di disposizioni di legge ed, in genere, nei casi in cui, per negligenza o imperizia, compromette il buon esito del giudizio, mentre nelle ipotesi di interpretazione di leggi o di risoluzione di questioni opinabili, deve ritenersi esclusa la sua responsabilità, a meno che non risulti che abbia agito con dolo o colpa grave (Cass. 16846/2005).

In ogni caso, la giurisprudenza richiede, oltre all’inesattezza dell’inadempimento, la prova in ordine alla effettiva sussistenza di un danno e l’accertamento del nesso causale tra quest’ultimo e la condotta del primo: occorre accertare, cioè, se, ove l’avvocato avesse tenuto il comportamento dovuto, il suo assistito, alla stregua di criteri probabilistici, avrebbe conseguito il riconoscimento delle proprie ragioni, difettando, altrimenti, la prova del necessario nesso eziologico tra la condotta del legale, commissiva od omissiva, ed il risultato derivatone” (Cass. 1984/2016).

L’onere della prova incombente sul cliente

Dal punto di vista strettamente probatorio, dunque, il cliente che deduca in giudizio il danno derivante dall’inesatto adempimento del mandato professionale da parte dell’avvocato ha l’onere di provare la sussistenza del mandato difensivo, l’inesatto adempimento, il danno e il nesso di causalità tra l’inadempimento e il danno.

Tanto premesso, l’adito tribunale meneghino ha ritenuto la domanda di parte attrice infondata. Come anticipato, il primo elemento che il cliente deve provare è la sussistenza del contratto di mandato stipulato con il professionista. Ebbene, tale prova era stata del tutto carente nel caso di specie.

L’attore, infatti, aveva prodotto il verbale di identificazione della Polizia locale, contenente la nomina del difensore di fiducia; verbale che, tuttavia, era stato consegnato al solo interessato e mai notificato al difensore, risolvendosi, pertanto, in una dichiarazione unilaterale.

Conferimento e accettazione dell’incarico

“Non si deve dimenticare, infatti – ha aggiunto il Tribunale di Milano – che, trattandosi di contratto, non basta la prova della sola volontà di una delle due parti; ma occorre la prova della accettazione della proposta da parte dell’avvocato. Né tale elemento può essere sostituito dalla allegazione di elementi che possono solo far presumere, eventualmente, la conoscenza del procedimento penale, ma che non dicono nulla della accettazione della nomina a difensore di fiducia”.

Come è noto secondo il Codice Deontologico Forense “L’avvocato è libero di accettare l’incarico”, con ciò sottolineando che nessun dovere di rifiuto può sorgere se prima non vi è stata la conclusione del contratto con l’accettazione del mandato.

La mera ricezione di atti da parte dell’avvocato non può, dunque, comportare l’obbligo di attivarsi nei confronti del presunto cliente, a maggior ragione se si tratta, come nel caso di specie, di un soggetto del tutto sconosciuto.

La giurisprudenza della Suprema Corte

D’altronde la giurisprudenza della Corte di Cassazione ha avuto modo di chiarire che “il legislatore richiede una forma determinata per la nomina e la sostituzione del difensore per assicurare, in concreto, l’assistenza difensiva, indefettibile nel processo dialogico come corollario del principio del contraddittorio e espressione del più generale diritto costituzionale alla inviolabilità della difesa. La norma ha, invero, una duplice prospettazione, una pubblica ed una privata. […] Nella prima prospettazione, la forma è richiesta dalla norma “ad substantiam“, nel senso che non sorge mai l’obbligo di notifica e di avviso nei confronti del difensore nominato senza il rispetto delle forme prescritte. La parte, infatti, non potrà mai eccepire la nullità, per violazione del diritto di difesa, per il mancato avviso, propedeutico all’intervento del difensore, a soggetto designato con forme diverse da quelle imposte dalla legge. Sotto tale profilo ed in tale ambito, l’atto prescritto non ammette equipollenti. Nella seconda prospettazione, invece, la forma è richiesta “ad probationem tantum” e l’atto di nomina e sostituzione può essere desunto, per “facta concludentia“, in quanto viene in considerazione, non l’obbligo di notifica e di avviso gravante sull’ufficio, ma il diritto soggettivo alla difesa. In questo ambito, la sostanza prevale sulla forma per “il favor defensionis” che ispira tutta l’organica normativa relativa alla difesa sia dell’imputato sia delle altre parti private. In conseguenza, se è vero che la forma prescritta per la nomina del difensore e per la designazione del sostituto è volta a garantire la provenienza dell’atto dall’interessato, è anche vero che, per la finalità perseguita, la provenienza può essere desunta da dati concludenti che individuano il soggetto legittimato ad intervenire nel processo”(cfr. Cass. Pen. 33477/2019).

Da tale pronuncia si comprende chiaramente che l’attore avrebbe dovuto, quantomeno, indicare nel giudizio i fatti concludenti da cui desumere la sussistenza del contratto – diversi ed ulteriori rispetto alla mera indicazione del difensore quale difensore di fiducia nel verbale di identificazione – e ciò, eventualmente, anche ricorrendo alla prova per testimoni.

Per tutte queste ragioni, è stata esclusa la responsabilità dell’avvocato, ai sensi dell’art. 1218 c.c. e la domanda è stata rigettata.

Avv. Sabrina Caporale

Leggi anche:

L’AVVOCATO CHE CHIEDE IL COMPENSO DEVE PROVARE L’ATTIVITA’ SVOLTA

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui