Ristagno d’acqua sul marciapiede causa la caduta del pedone che non si avvedeva dell’avvallamento del suolo a causa dell’acqua (Cassazione Civile, Sez. VI, Sentenza n. 3041 depositata il 01/02/2022).

Ristagno d’acqua sul marciapiede è la causa della caduta sofferta dal danneggiato che ricorre per la cassazione della sentenza della Corte di Appello di Milano, che – respingendone il gravame – confermava la reiezione della domanda di risarcimento darmi, ex art. 2051 c.c., proposta nei confronti della società proprietaria del marciapiede.

Non veniva considerato fonte di responsabilità da parte dei Giudici di merito e la danneggiata in Cassazione contesta la sentenza impugnata con riferimento all’imprevedibilità/invisibilità dello stato del manto di copertura della strada” e riguardo al fatto che non si sarebbe “tenuto conto del fatto che i danni lamentati” erano “eziologicamente riconducibili al dislivello tra la bocca di lupo/grata e l’asfalto”.

Ed ancora, sostiene la ricorrente, è stato disatteso il principio secondo cui il soggetto che agisce ex art. 2051 c.c. “è tenuto alla dimostrazione dell’evento dannoso e del suo rapporto di causalità con la res in custodia, ma non anche dell’imprevedibilità e non evitabilità dell’insidia” e che il ristagno d’acqua sul marciapiede determinava imprevedibilità dal momento che “il dislivello nella grata del marciapiede era essa stessa insidia ed in quanto tale intrinsecamente pericoloso”.

Il ricorso viene accolto in relazione alla seconda censura oggetto del primo motivo.

Il vizio di motivazione è ipotizzato con riferimento alla dedotta “imprevedibilità/invisibilità dello stato del manto di copertura della strada che risultava ricoperto da ristagno d’acqua”, con particolare riferimento “al dislivello tra la bocca di lupo-grata ed asfalto”.

La Corte d’Appello ha ritenuto che la presenza di pioggia battente al momento del sinistro “non impediva a parte appellante di rendersi conto della presenza dell’avvallamento”, dovendo, anzi, proprio il ristagno d’acqua sul marciapiede allertare il pedone, evidenziando il difetto di planarità del manto stradale, valorizzando, inoltre, la circostanza che la danneggiata abitasse nelle immediate vicinanze del luogo della caduta, ciò che renderebbe “difficile ipotizzare che quel tratto di strada fosse inconsueto e dunque sconosciuto”.

La violazione del precetto di cui all’art. 2697 c.c., è configurabile soltanto nell’ipotesi in cui il giudice abbia attribuito l’onere della prova ad una parte diversa da quella che ne era onerata secondo le regole di scomposizione delle fattispecie basate sulla differenza tra fatti costitutivi ed eccezioni. Ciò si è verificato nel caso esaminato.

La Corte d’Appello, nel rigettare la domanda risarcitoria sul presupposto dell’insussistenza dell’intrinseca pericolosità del dislivello (indicato dalla danneggiata come coperto da ristagno d’acqua sul marciapiede causa della caduta a terra), e ciò “non essendo stata provata l’imprevedibilità dell’insidia”, ha posto a carico della danneggiata – tenuta alla prova del solo nesso causale tra res ed evento dannoso – un onere che non le incombeva, non essendo chi agisce ex art. 2051 c.c. tenuto a fornire la prova “dell’imprevedibilità e non evitabilità dell’insidia o del trabocchetto”.

E’ stato affermato che “non risulta predicabile la ricorrenza del caso fortuito a fronte del mero accertamento di una condotta colposa della vittima, richiedendosi, per l’integrazione del fortuito, che detta condotta presenti anche caratteri di imprevedibilità ed eccezionalità tali da interrompere il nesso causale tra la cosa in custodia e il danno”.

Ne deriva che, una volta accertata una condotta negligente, distratta, imperita, imprudente, del danneggiato, ciò non basta a escludere la responsabilità del custode, essendo la stessa esclusa dal caso fortuito, ovverosia da un evento che praevideri non potest.

Il secondo e il terzo motivo restano assorbiti dall’accoglimento del primo e la sentenza viene cassata con rinvio alla Corte d’Appello di Milano in diversa composizione.

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