Respinto il ricorso di un motociclista accusato del decesso del passeggero a bordo del mezzo, sbalzato dal veicolo in seguito all’investimento di un pedone

Era stato condannato per il reato di omicidio colposo perché, viaggiando alla guida di una moto di grossa cilindrata, in violazione dell’art. 141 cod. strada e avendo tenuto una velocità di 90 Km/h, non adeguata né alle caratteristiche della strada né alle condizioni di visibilità, nonché dell’art. 142 cod. strada, vigendo nel centro abitato, ove si trovava, il limite di velocità di 50 km/h, cagionato il decesso di una donna, investita in modo violento con la parte anteriore destra del motociclo, nonché del passeggero che viaggiava a bordo della stessa moto, che, a seguito dell’impatto del motociclo col pedone, veniva sbalzato dal veicolo/precipitando al suolo.

Nel ricorre per cassazione, il centauro lamentava, tra gli altri motivi, violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all’art. 192 c.p.p. essendo la Corte incorsa in evidente travisamento della prova in ordine alla ricostruzione del sinistro. Pur avendo infatti il consulente della Procura concluso nel senso di non poter determinare in modo sufficientemente attendibile chi fosse realmente alla guida del suddetto motociclo, il Collegio, recependo quanto statuito dal Tribunale e affermando la responsabilità dell’imputato, avrebbe considerato una prova in realtà inesistente.

Gli Ermellini, con la sentenza n. 4128/2021, hanno ritenuto la doglianza proposta inammissibile.

Nella decisione impugnata, infatti, si offriva chiaramente conto delle conclusioni rese dal consulente tecnico della Procura, il quale, pur non avendo accertato chi fosse alla guida del veicolo, aveva evidenziato di non aver riscontrato sulla persona del passeggero le lesioni tipiche della posizione del conducente e dunque lesioni al polso (per la brusca frenata) e alla caviglia (per la pedaliera). Tale dato, che consentiva di escludere che il veicolo fosse condotto dal deceduto, era stato, dunque, valutato dalla Corte in modo pertinente, congiuntamente agli altri elementi probatori emersi a carico dell’imputato e che consentivano di ritenere con certezza che fosse proprio lui a condurre il mezzo.

Nella pronuncia si considerava infatti che: la moto era di proprietà del padre del ricorrente ed era in uso a quest’ultimo che, sicuramente, la conduceva, per come riferito da un teste, la sera del sinistro; altra testimone aveva dichiarato che proprio quella sera la persona offesa aveva chiesto all’imputato di andare a fare un giro sulla stessa moto che, a quel momento, era certamente da lui guidata.

La corte di appello aveva dunque rivalutato e valorizzato il medesimo compendio probatorio già sottoposto al vaglio del Tribunale ed era giunta alle medesime conclusioni in ordine alla responsabilità dell’imputato, considerando altresì, quale ulteriore elemento di sicuro rilievo logico, il fatto che il ricorrente nel corso dell’intero giudizio non aveva mai sostenuto che egli non fosse alla guida del veicolo e che lo stesso fosse invece condotto dalla vittima.

La redazione giuridica

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