La relazione con estranei che dà luogo a plausibili sospetti d’infedeltà rende addebitabile la separazione, quando comporti offesa alla dignità e all’onore del coniuge, anche se non si sostanzia in adulterio

Il Tribunale di Tivoli aveva pronunciato la separazione personale di due coniugi, dalla cui unione era nata una figlia, ormai maggiorenne ed autosufficiente, addebitandola al marito, a cui carico aveva imposto l’obbligo di corrispondere alla ricorrente un assegno mensile di 800,00 euro, annualmente rivalutabile.

La Corte d’appello di Roma, parzialmente riformando la pronuncia di primo grado, aveva elevato in 1.200,00 euro l’assegno in favore della moglie, condannando il marito al pagamento delle spese processuali.

Il ricorso per Cassazione

Contro tale sentenza quest’ultimo ha proposto ricorso per Cassazione, lamentando “l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia quanto alla dichiarazione di addebito”.

A detta del ricorrente, la Corte d’Appello aveva errato, dapprima, nel non considerare che l’essenza della frattura del rapporto di coniugio risiedeva nel rifiuto opposto dalla moglie di continuare a seguirlo e sostenerlo, e nell’aver, poi, orientato la propria decisione mediante una sopravvalutazione di elementi indiziari (foto, intestazione di biglietti aerei) riferiti alla relazione con un’altra donna.

La decisione

Ma il motivo è stato dichiarato inammissibile dal momento che il ricorrente si era limitato a rimettere in discussione, contrapponendone uno difforme, l’apprezzamento dei fatti operato dai giudici del merito, non essendo, consentito al giudice di legittimità di riesaminare e valutare il merito della causa.

Senza contare poi, che la decisione della corte di merito era conforme all’indirizzo giurisprudenziale secondo cui la relazione con estranei che dia luogo a plausibili sospetti d’infedeltà rende addebitabile la separazione, quando comporti offesa alla dignità ed all’onore del coniuge, anche se non si sostanzi in adulterio; e che, in ogni caso, la sua decisione di trasferirsi lasciando la casa familiare non era conforme all’obbligo di collaborazione e di quello concordare l’indirizzo della vita familiare.

Per queste ragioni il ricorso è stato rigettato con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese di giudizio (Corte di Cassazione, Sesta Sezione Civile, sentenza n. 1136/2020).

La redazione giuridica

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