Le garanzie previste dall’art. 103 c.p.p. non trovano applicazione qualora gli atti di sequestro, ispezione o perquisizione siano compiuti nei confronti del difensore sottoposto ad indagine

La vicenda

Il Tribunale di Cuneo aveva rigettato la richiesta di riesame avanzata nell’interesse del soggetto indagato contro il decreto di perquisizione locale e di sequestro probatorio emesso dal P.M. della locale Procura.

Contro l’ordinanza del giudice cautelare ha proposto ricorso per Cassazione il difensore dell’indagato, lamentando la violazione dell’art. 103 c.p.p. in tema di garanzie di libertà dell’esercente la professione legale.

La norma – a detta del ricorrente – sarebbe stata violata in relazione all’intervenuta conferma del decreto del P.M. che aveva disposto il sequestro di cose ulteriori (in particolare PC, tablet, telefoni, memorie di massa e i dati negli stessi contenuti) rispetto a quelle per le quali aveva già ottenuto l’autorizzazione del Gip. Ed invero, il decreto del Gip si riferiva a singoli e specifici documenti su supporto informatico, mentre il sequestro aveva riguardato tutti i supporti informatici contenenti non solo i dati ricercati ma anche i documenti oggetto dell’attività professionale dell’avvocato indagato, non riferibili all’oggetto dell’indagine.

Il ricorso è stato rigettato perché manifestamente infondato.

La Corte di Cassazione, con orientamento da tempo consolidato, ha chiarito che “le guarentigie previste dall’art. 103 c.p.p. non sono volte a tutelare chiunque eserciti la professione legale ma solo colui che rivesta la qualità di difensore in forza di specifico mandato conferitogli nelle forme di legge, essendo essenzialmente apprestate in funzione di garanzia del diritto di difesa dell’imputato; pertanto, esse non possono trovare applicazione qualora gli atti di cui all’art. 103 c.p.p. – ispezioni, perquisizioni, sequestri – debbano essere compiuti nei confronti di esercente la professione legale sottoposto ad indagine”.

La giurisprudenza di legittimità ha, in particolare, segnalato che l’applicabilità della norma in esame postula che il mezzo di ricerca della prova sia suscettibile di incidere sull’attività professionale svolta dal legale in favore di altri, dovendo escludersi che il legislatore abbia inteso accordare un privilegio connesso al mero status, a prescindere dall’indispensabile raccordo strumentale con le garanzie della funzione difensiva.

Per tali motivi, i giudici della Seconda Sezione Penale della Cassazione (sentenza n. 48395/2019) hanno ritenuto del tutto ultronea la richiesta del P.M. di autorizzazione al Gip, ai sensi dell’art. 103 c.p.p., al fine di procedere a perquisizione dello studio legale del prevenuto, dal momento che il decreto autorizzativo del giudice “non può essere considerato quale fonte di legittimazione dell’attività di ricerca della prova e del conseguente sequestro che, invece, trova esclusiva giustificazione nel decreto del P.M. originario e nella successiva integrazione disposta in sede di esecuzione”.

La giurisprudenza

Inoltre, la giurisprudenza ha anche affermato il principio secondo cui in tema di perquisizioni e sequestri da eseguirsi presso lo studio del difensore, non esiste divieto alcuno a che vengano ricercate ed apprese, presso gli studi professionali legali, le “cose pertinenti al reato”; l’art. 103 c.p.p., comma 1, infatti, non distingue, con riferimento al possibile oggetto della ricerca, fra “cose pertinenti al reato” e “corpo di reato”, precisando esclusivamente che, ove il difensore sia imputato, la perquisizione è consentita solo “limitatamente al reato attribuito” ovvero, negli altri casi, “per rilevare tracce o altri effetti materiali del reato o per ricercare cose o persone specificamente predeterminate”; non si rinviene, pertanto, alcun limite a che presso lo studio dei difensori si ricerchino anche quegli elementi che, pur non costituendo “corpo del reato”, abbiano comunque un nesso funzionale con l’accertamento dei fatti dedotti nell’imputazione.

Nè può ritenersi – hanno aggiunto gli Ermellini – che l’attività di ricerca in questione possa essere “ex ante” condizionata dal divieto di sequestro di carte e documenti relativi all’oggetto della difesa, di cui, ai sensi del comma 2 della norma predetta, è ammessa l’apprensione solo se costituenti corpo del reato: tale limite ai poteri dell’autorità procedente, infatti, viene in rilievo solo in un momento successivo a quello del materiale reperimento degli elementi di prova, al fine esclusivo dell’individuazione di ciò che è sottoponibile al vincolo oppure no (Sez. 2, n. 3513 del 22/05/1997).

La decisione

In definitiva, la Suprema Corte di Cassazione ha chiarito che “deve escludersi che tutte le “carte” e i “documenti” che si trovino presso lo studio ovvero l’abitazione di un professionista iscritto all’albo degli avvocati siano perciò stesso da considerarsi “oggetto della difesa” e, pertanto, sequestrabili solo se “corpo di reato”, dal momento che per “oggetto della difesa”, come indicano il senso letterale delle parole e la “ratio” della norma, deve intendersi l’inerenza di quanto appreso ad un procedimento giudiziario, anche eventualmente concluso, in relazione al quale il professionista espleti o abbia espletato un mandato difensivo espressamente conferito dall’interessato; rimane escluso da tale definizione tutto ciò che, pur attenendo in genere all’attività professionale del legale, esula dall’espletamento di un mandato difensivo come sopra inteso, e che può, dunque, essere legittimamente sequestrato anche se rientrante solamente fra le “cose pertinenti al reato”, salva in ogni caso la tutela del segreto professionale, opponibile anche in tali ipotesi nelle forme di legge ex art. 256 c.p.p., comma 1″ (Sez. 2, n. 3513/1997).

Alla luce di tali principi, il ricorso presentato dal difensore è apparso del tutto privo di fondamento poiché basato su erronei presupposti e deduzioni generiche, in ordine alla asserita violazione dell’art. 103 codice di rito, commi 2 e 4, “senza considerare che l’attività di ricerca della prova esperita dal P.M. procedente deve essere necessariamente parametrata alla latitudine delle imputazioni provvisorie a carico dell’indagato e che nell’ambito della stessa, da un lato, appare giustificata l’apprensione a fine di copia dei dispositivi informatici in ragione della necessità di ausilio tecnico per l’esame dei contenuti; dall’altro, in relazione al compendio cartaceo, la parte aveva facoltà di immediata segnalazione dell’inerenza del singolo documento all’oggetto della difesa, provandone i presupposti, sì da impedirne la sottoposizione a vincolo ove non costituente corpo di reato”.

Avv. Sabrina Caporale

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