Sintomatologia ischemica trascurata provoca esiti permanenti nella misura dell’80% (Cassazione Civile, sez. III, 07/03/2022, dep. 07/03/2022, n.7346).

Sintomatologia ischemica non diagnosticata dal Pronto Soccorso che dimetteva il paziente con diagnosi di episodio lipotimico senza alcuna prescrizione terapeutica.

Il giorno successivo, il paziente si rivolgeva nuovamente al Pronto Soccorso in presenza di eclatante sintomatologia ischemica che veniva diagnosticata e trattata con terapia antiaggregante senza somministrazione di un trattamento trombolitico. All’esito di tali episodi l’uomo riportava una lesione dell’80% di cui invocava il risarcimento dinanzi il Tribunale di Sassari.

La domanda veniva accolta in considerazione del fatto che, mentre l’operato dei sanitari doveva essere ritenuto corretto quanto al primo accesso in ospedale, la condotta tenuta in occasione del secondo accesso non era stata conforme ai protocolli del caso perché, in presenza di sintomatologia ischemica, era stata somministrata una terapia antiaggregante e non anche un trattamento trombolitico che avrebbe potuto scongiurare le conseguenze più gravi.

La Asl propone appello censurando la decisione a suo dire erronea perché basata su una CTU incompleta, priva delle immagini radiologiche della Tac cranio encefalica e chiese il rinnovo della CTU.

Disposta l’integrazione della CTU, la Corte d’Appello di Cagliari riteneva che la condotta tenuta dai sanitari, anche in occasione del secondo accesso al pronto soccorso, fosse stata conforme ai protocolli perché, in presenza di sintomatologia ischemica cerebrale, non vi erano indicazioni per il trattamento trombolitico la cui somministrazione avrebbe potuto comportare il rischio di un’emorragia cerebrale fatale.

L’uomo ricorre in Cassazione lamentando la mancata tempestiva contestazione delle immagini della ed evidenziando che la Asl, non avendo contestato le risultanze della CTU eseguita in primo grado nella prima difesa utile, sarebbe decaduta dalla possibilità di sollevare la relativa eccezione, in presenza di nullità relativa.

In buona sostanza, il ricorrente lamenta che la parte avversaria sarebbe decaduta dal potere di contestare la CTU svolta in primo grado non muovendo censure, né alla prima udienza utile successiva all’acquisizione della CTU, né in sede di precisazione delle conclusioni; l’integrazione disposta in appello sarebbe tardiva anche perché relativa a materiale nuovo; l’integrazione non avrebbe potuto essere disposta perché la parte, al cui consenso la sua acquisizione era subordinata, non lo aveva prestato sicché la stessa non avrebbe dovuto proprio essere acquisita.

Per quel che riguarda la decadenza della parte dal potere di svolgere critiche all’elaborato peritale del primo grado, la censura è infondata perché, come rilevato dalla impugnata sentenza, il CTP della Asl aveva contestato le risultanze della stessa già durante lo svolgimento della consulenza in primo grado e la Asl aveva poi trasfuso tali doglianze in appello, sicché alcuna decadenza era maturata.

Quanto alla ammissibilità dell’esame delle immagini Tac, la scelta della Corte d’Appello non appare censurabile perché le suddette immagini non costituivano materiale nuovo ma un necessario ed indefettibile complemento della CTU svolta in primo grado.

Il CTU, infatti, doveva essere messo in grado, non solo di conoscere il referto cartaceo, ma anche di analizzare se, quanto ivi riportato, fosse effettivamente rispondente all’esame diagnostico effettuato o costituisse piuttosto un errore tale da sviare il ragionamento peritale verso un esito non corrispondente alla realtà degli accadimenti.

Non vi è nessun giudicato interno, poiché l’ipotesi non si determina su un fatto, ma su una statuizione minima della sentenza costituita da fatto, norma ed effetto, suscettibile di acquisire autonoma efficacia decisoria, sicché tali caratteristiche non possono essere certamente ravvisate nella valutazione del referto che era un mero passaggio interno del ragionamento decisorio. Dunque l’appello motivato con riguardo ad uno soltanto degli elementi di quella statuizione ha riaperto la cognizione sull’intera questione che essa identifica, così espandendo nuovamente il potere del giudice di riconsiderarla e riqualificarla.

Con particolare riguardo al sesto motivo, il ricorrente sembra ipotizzare che vi sia stato uno scambio di cartelle cliniche e che il CTU dunque non abbia effettivamente analizzato la Tac.

La censura è infondata. La sentenza dà atto che proprio ai consulenti era stata, preliminarmente, demandata la valutazione della corrispondenza delle immagini acquisite a quelle svolte effettivamente.

Ed ancora, il ricorrente deduce che il Giudice, a fronte di un esame che scagionava i sanitari dalla responsabilità a seguito del secondo accesso al pronto soccorso, avrebbe dovuto automaticamente ritenere la loro responsabilità in ordine al primo accesso, laddove non veniva diagnosticata la sintomatologia ischemica. Escludendo tale collegamento avrebbe violato le regole sul riparto dell’onere probatorio perché, in presenza di aggravamento, spettava al debitore, all’esito della prova del danno e del nesso causale fornita dal creditore danneggiato, la prova del corretto adempimento della prestazione.

Anche questa censura è infondata.

Il ricorrente, a fronte di una sentenza che sanciva l’assenza di rilievi nei confronti dei sanitari in ordine al comportamento da loro tenuto in occasione del primo accesso al pronto soccorso, ove non veniva trascurata la sintomatologia ischemica, avrebbe dovuto proporre appello incidentale sulla relativa statuizione, in mancanza del quale sul punto è sceso il giudicato.

Ne consegue che la questione non può più essere riproposta in Cassazione.

Conclusivamente il ricorso viene rigettato e, considerato l’esito alterno del giudizio, le spese vengono compensate.

Avv. Emanuela Foligno

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