La donna intratteneva una relazione extraconiugale ma, per la Cassazione, lo stato d’ira del marito, condannato per tentato omicidio, non si generava per effetto di un ‘fatto ingiusto altrui’

Era stato condannato, in sede di merito, alla pena di otto anni e otto mesi di reclusione per i reati di tentato omicidio ai danni della moglie, sequestro di persona, maltrattamenti in famiglia e minaccia grave nei confronti dell’uomo con cui la donna intratteneva una relazione extraconiugale.

In base a quanto appurato dalla Corte di appello, l’uomo aveva afferrato la donna per i capelli, l’aveva trascinata fino alla stanza da bagno e le aveva versato acido muriatico sul capo e sul volto tentando farle ingerire la sostanza contenuta nella bottiglia. Quindi, aveva preso un coltello e l’aveva colpita al volto, agli zigomi e alle palpebre.

La donna si era salvata grazie all’intervento dei vicini, che avevano interrotto l’azione dell’imputato inducendolo ad abbandonare il suo proposito.

Il Giudice di secondo grado, inoltre, aveva ritenuto provati i delitti di sequestro di persona, avendo l’uomo prelevato i figli minori per portarli con sé in Svizzera, e di maltrattamenti verso la moglie, oltre che di minaccia aggravata verso il compagno della donna, al quale l’imputato aveva rivolto la minaccia grave di morte.

La Corte d’appello riteneva dunque corretta la qualificazione del fatto e la ritenuta fattispecie del tentato omicidio sussistendo l’idoneità delle condotte.

Nel ricorrere per cassazione, l’imputato lamentava, tra gli altri motivi tesi a sminuire la portata di quanto accaduto, il mancato riconoscimento della circostanza attenuante della provocazione, prevista dall’art. 62 n. 2 del codice penale.

A suo avviso, la relazione extraconiugale della donna aveva realizzato un accumulo di carica di esasperazione, esplosa in occasione del rientro e dell’avvenuta presa d’atto del fatto che la relazione stessa continuasse. Era configurabile, pertanto, la provocazione, anche per accumulo, protraendosi oramai da tempo quella situazione ed essendo l’imputato stato sollecitato anche dal figlio a trovare una soluzione alla vicenda che aveva reso intollerabile il rapporto familiare.

La Suprema Corte, tuttavia, con la sentenza n. 4373/2020 ha ritenuto di non aderire alle argomentazioni del ricorrente.

In particolare, quanto all’invocato riconoscimento della circostanza attenuante della provocazione gli Ermellini hanno evidenziato come il Giudice a quo avesse rigettato la richiesta con motivazione immune da censure.

La Corte di merito aveva correttamente argomentato, infatti, che la condotta della moglie era scaturita da un contesto di maltrattamenti già in atto nei suoi confronti e che la donna era impossibilitata a separarsi dal marito stante la ferma e minacciosa opposizione di costui, anche dopo che lei gli aveva rivelato di amare un altro uomo. In questo contesto la signora era stata obbligata a promettere di interrompere la relazione.

Lo stato  del ricorrente, quindi, nasceva in una cornice del tutto peculiare e non si generava per effetto di un ‘fatto ingiusto altrui’, che caratterizza il nucleo centrale della circostanza attenuante.

Il Giudice d’appello aveva giustamente escluso l’invocata provocazione, ritenendo che l’azione indotta dall’ira derivasse, piuttosto, dal fatto che la donna aveva disatteso la condotta padronale e costrittiva dell’uomo, che pretendeva di affermare valori contrari ai principi di parità e di dignità.

L’aver ammesso di amare un altro uomo e l’essersi trovata nell’impossibilità di interrompere la convivenza coniugale, proprio per l’atteggiamento padronale e costrittivo dell’uomo, non poteva integrare a favore del marito l’elemento strutturale della circostanza attenuante della provocazione, avendo l’ingiusto atteggiamento dell’uomo inciso sul diritto personale della donna di non continuare una convivenza matrimoniale, essendo venuta meno l’affectio maritalis.

La redazione giuridica

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